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Le cose non sono scomparse dal blog. Si stanno trasferendo altrove. Se volete leggere qualcosa che ho tolto, scrivetemi.
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[Corpi / Disegni / Silenzi]
Non pensavo di riprendere a scrivere numeri di kynodev. Non sapevo se aspettare di aver trasferito tutto altrove, ma stavolta è stato il cinema a chiamarmi. In un periodo in cui leggere richiede troppa attività mentre il cinema riesce a prendermi anche quando sono controvoglia, ho iniziato un percorso senza rendermene conto, e mi ci sono trovata invischiata.
Questo percorso parlava di corpo e di corpi.
Il corpo sostituito: Ghost in the shell
Questo sì che l’ho visto in ritardo; ma mi ha folgorato, sia per il tema sia per l’atmosfera.

Forse è uno dei temi della fantascienza più di tutti nelle mie corde, tanto che mi fa amare anche film che onestamente reputo non esaltanti. Ancora ricordo il fascino di Abre los ojos. Ancora ricordo i percorsi mentali, risvegliati da questo film, sulla percezione della realtà e sul tentativo di analisi di sé al fine di scoprire in cosa consiste quel che ci identifica. Ghost in the shell sembra non parlarne tantissimo e invece ne è completamente permeato. Il corpo è sostituito interamente o parzialmente, nelle persone che popolano il film, e al di là dei pretesti pratici per cui ciò accade, è possibile perché non costituisce la caratteristica primaria di quel che si è, e rimane l’ultimo inevitabile strumento a disposizione solo per alcune cose fondamentali, come riprodursi, come entrare in contatto con l’esterno; eppure è indispensabile.
Il contrasto tra corpo e anima rimane un problema su cui si basa tutto il film, tutta l’ansia di vivere e definirsi di Motoko, tutta l’incapacità di comprendere come diventare davvero indipendenti dal corpo se, in ultima analisi, è tutto quel di cui si dispone per (di)mostrare cosa si è dentro. Qualcosa di non indispensabile ma di cui si sente il bisogno egualmente. Motoko lo ammette, proprio mentre fa qualcosa, immergersi, in un modo diverso dal semplice, solito allenamento: “Quando risalgo senza peso, dolcemente, in superficie, immagino di diventare qualcun’altra.” C’è davvero questo sdoppiamento tra il corpo fisico e lo spirito? Forse sì, ma non mi sembra davvero che le due parti siano in perenne contrasto o lotta reciproca. Motoko non sente un gap tra l’uno e l’altro, Motoko percepisce che ci deve essere altro, qualcosa a monte, che sfrutta entrambi gli strumenti per definirsi. Durante l’immersione, immagina di diventare qualcun’altra per cercare di comprendere davvero cos’è che invece la caratterizza come Entità specifica. Che è un po’ l’essenza della recitazione. Io, persona X, interpreto personaggio Y essenzialmente per due motivi (oltre che per il piacere della recitazione): cercare dentro me parti di Y che combaciano con X, o, al contrario, scoprire, attraverso l’identificazione di quelle che non combaciano, quali parti davvero caratterizzano X. Uso il mio ghost per spostarlo in altre shell e scoprire se dentro ci si trovano altrettanto bene. Anche il film gioca sugli involucri, per finire con lo scoprire che non basta un backup dei dati a definire quel che siamo. Ma va, si dirà? Il punto probabilmente non è quello, ok, lo sapevamo, e però il fascino dell’argomento non cala: il punto forse è l’equilibrio, o il gioco degli strumenti, e dei vari tasselli.
Per la mia modesta opinione di spettatrice, un film che va visto e rivisto, e pensato. E, a volte, anche semplicemente ammirato come un quadro.
Il corpo degradato: Princess
Avevo dimenticato questo film da qualche parte, e non ricordavo perché fosse nella tosee list. Ho cominciato a guardarlo con scarso interesse perché era in danese con sottotitoli in inglese e temevo che non sarei riuscita a seguirlo.

E invece mi ha ucciso. È un film terribile anche nella sua poesia, anche nei sogni e nei voli. È decisamente disturbante.
Con una struttura alternata tra animazione e scene reali, la storia parte dalla morte di una giovanissima pornostar che lascia una bambina di cinque anni, di cui decide di occuparsi il fratello della ragazza. E il sesso esibito e mercificato non sarebbe un problema se non facesse parte anche della vita e della quotidianità della bambina, in un modo che lo zio cerca di sradicare e contrastare. Ma, come si scopre, non nei modi pacifici e normali che ci si aspetterebbe. Da cui si capisce la scelta dell’animazione, per descrivere cose che non sarebbe possibile mostrare usando un’attrice bambina. E da cui si capisce la scelta capovolta, dell’animazione per la realtà e delle scene filmate per la fantasia, il sogno, l’immaginazione. Ma soprattutto, si capisce l’inserimento di nodi cruciali non esattamente descrittivi ma potenti, come alcune scelte stilistiche e suggestioni visive che letteralmente parlano più della storia. Si potrebbe dire, parlando in musica, che ci sono parti strumentali incastrate ogni tanto in mezzo alle strofe cantate. Cosa che amo particolarmente, perché adoro chi sa raccontare senza sentire il bisogno di descrivere.
Di degradato in questo film non c’è solo il corpo, inoltre: degradato sembra tutto, le persone attorno, i posti, le situazioni, perché il trauma iniziale, la morte della madre, sembra aver investito tutto, sembra aver definitivamente permeato ogni altro ambito della vita della bambina e dello zio. Tutto diventa anormale, perfino gli iniziali condivisibili scopi dello zio. Il film si ingrottesca in maniera non lineare, impedendo una completa identificazione, con un finale non consolatorio che rischia di far perdere di vista il fine di denuncia.
Il pugno nello stomaco cionondimeno rimane. E questo per me lo rende necessario, come tutti i film imperfetti e sbagliati ma potenti.
Il corpo invisibile: Le luci della sera
Avevo appena visto un Kaurismaki completamente diverso, con il mio amore assoluto Jean-Pierre Léaud, ossia Ho affittato un killer. Non mi aspettavo niente di simile ma ho trovato un piccolo film lineare e sincero, con una specie di percorso inverso rispetto a Princess. Qui il corpo del protagonista sembra non aver sostanza, importanza, presenza; fin dall’inizio sembra difficile trovare agganci per immedesimarsi nella tensione continua di sapere qualcosa del protagonista.

Ma man mano che si procede, indipendentemente dalla storia raccontata si capisce che ciò che interessa Kaurismaki è l’analisi di piccole e grandi cose difficili da cogliere al primo impatto, di sottili ferite o radicate solitudini. E nello snodo degli eventi, assolutamente trascurabile, appunto, il corpo scompare, e viene a galla il resto, e tutte le scene, le inquadrature, le immagini, sembrano diventare più statiche per trasformarsi in fotografie da osservare e in cui percepire le emozioni. Mi era capitato con un altro film recentemente, ossia CousCous (Le graine et la mulet), in cui ho cercato di immedesimarmi con il protagonista e ho finito con l’empatizzare pur senza riuscirci. (In quel film, volendo parlare di corpo, dovrei sottolineare la protagonista bruna, ma farò finta di fare la persona seria e passare oltre.)
In una parola, intenso come tutte le cose trasmesse sottovoce.
In questo percorso farò rientrare anche, con un cenno veloce:
- Samaria, studio sul corpo svuotato di Kim Ki-Duk, regista che io adoro ma che ha avuto un calo pazzesco in quasi tutti i film recenti; mentre in questo, ancora stupisce per la capacità di raccontare col minimo dispendio di mezzi, di suggerire le emozioni,
- Lenny, film biografico sulla storia di Lenny Bruce, interpretato da un Dustin Hoffmann fasciato da un favoloso bianco e nero, apoteosi del corpo esibito perché teatrale, del corpo ostentato per attirare l’attenzione sui concetti, esibizionista e voyeur al tempo stesso, urlato e suggerito, verosimile e surreale;
- Ken Park, uno di quel film che sospetto aver visto troppo in ritardo, perché la storia del corpo estremizzato non mi convince, le soluzioni narrative mi sembrano scontate e gli svolti prevedibili, e l’occhio esterno che racconta, considerato che dovrebbe essere quello di uno dei protagonisti, più che disincantato o avvilito o inconsapevolmente sbandato mi sembra alquanto compiaciuto e pruriginoso (e, no, il problema non è il sesso, qualora lo fosse mai stato); ciò rende difficile ricordare chi è la voce narrante, a cui il regista sembra volersi sostituire prepotentemente, e rende difficile conservare il punto di vista idealmente neutro o paradossalmente ‘puro’ che sembra essere dichiarato all’inizio, non sento dolore, non sento gioia, non sento nemmeno lo squallore dell’assenza di entrambi.
Tralascio last not least il corpo da scoprire di Conoscenza carnale solo per non dire niente di banale, ma ho amato da subito i personaggi e il modo di filmarli un po’ a distanza, un po’ addosso. Devo rivederlo in lingua originale perché trovo soprattutto Candice Bergen strepitosa.

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Peccato ch’io sia così ignorante da non conoscere il libro di Parise da cui il film è tratto.
Peccato. rimedierò.
È una storia greca, come tutti i film di Martone. È una storia dai contorni precisi, pur se apparentemente sbiaditi, in cui ci sono regole precise e nemmeno ci è dovuto, di saperle del tutto.
È una storia sofoclea forse più di una trilogia drammatica di Sofocle, trasuda speranza, quella di riuscire a sopravvivere all’incapacità stessa di vivere e di capire gli altri esseri umani.
È un racconto di guerra, quella appena accennata tra i racconti e l’embrionale romanzo di Carlo, e quella di due persone che fanno di tutto per accettare qualcosa che si sono imposti troppo lucidamente per sostenerne davvero il peso senza danni. È un racconto di guerra com’era Teatro di guerra, violento senza mostrare violenza, dannato senza mostrare condanne.

In Teatro di guerra sentivamo gli echi degli spari in lontananza, ma in fondo, vergognandoci un po’, tiravamo un sospiro di sollievo per essere ancora qua, nella nostra realtà. Non perché la nostra realtà sia meno drammatica o violenta o pericolosa, ma solo perché sono paure a cui ci siamo abituati, e che non ci bisbigliano nell’orecchio di stare sul chi vive pronti alla fuga.
Qua invece Martone mostra, e sembra una prospettiva opposta a quella della guerra, perché ci catapulta da estranei in una realtà che di solito sarebbe normale, triste ma normale: e mostra quanto sia facile essere violenti e dannati per la presunzione di decidere di esserlo, e di soccomberne. Mostra quanto sia veloce l’autodistruzione dell’essere umano quando prende decisioni dure.
A nove minuti dalla fine non oso guardare, quasi non ho il coraggio, sono estasiata dalle inquadrature, dai tempi, dai silenzi; sono incantata dai lavori per sottrazione, magnifici come sempre, che però mi spaventano, perché costringono la mia mente a riempire i vuoti, e quando i buchi sono lasciati alla mia immaginazione, io mi spavento, perché li riempio con i miei incubi. E così ogni spettatore, e questo Martone lo sa, e per questo odi et amo.
E proprio per questo sapevo che mi sarei innamorata del film, pur se non così bello come gli altri di Martone, l’ho sospettato dalle prime scene, troppo silenziose, troppo felici, troppo piatte, era come sentire di non sentire, era come accorgersi del silenzio che abbiamo intorno quando è innaturale e gli uccelli se ne stanno zitti, perché deve arrivare il temporale, o il terremoto. Me ne sono innamorata un po’ ingenuamente, come ci si innamora anche delle persone con tanti difetti, e infatti non sarò originale a parlare di recitazione, non sarò originale a parlare di promesse disattese, di ansie e tensioni portate allo spasimo e poi sfogate nei momenti sbagliati. Ma io qua non scrivo per parlare definitivamente bene o male di un film, scrivo per riversare emozioni che mi sono state riversate addosso. E allora: sarebbe facile ripetere in questa sede i difetti di questo film, io non nasconderò la mia opinione ma non mi dilungherò su cose già dette. Porterò in tavola quel che ho sentito, magari in dosi non regolari e omogenee per tutto il film, ma sarà pur sempre parte di me.

Io temevo la tragedia perché la sentivo arrivare; e quando alla fine ce l’ho avuta davanti ho dovuto tirare un sospiro un po’ più profondo per riuscire a sopportare.
E come me probabilmente anche Carlo, il protagonista, ne ha avuto bisogno, lui che fa uso di Lexotan e che ha quel tipo di scatti violenti caratteristici del distonico, mentre lei, Silvia, è in fondo una pazza lucida, convive con dei lenti e graduali ingigantimenti del suo stato alterato, non ci stupisce anche quando fa cose ben più strane e inaspettate.
E sia: però no, non me la fate vedere, non la voglio vedere, ho paura di come una pazza lucida e consapevole possa esser finita, la tragedia che respiravo dai primi fotogrammi ora mi sta chiudendo le sue dita attorno al collo e non posso fare altro che soccombere, e lei è lì: bianca, bianca e sottile come il neon che la illumina.
O dannato Martone, che ami giocare con l’immagine e ami sezionarla e stuprarla per goderne di tuo piacere.
Di tuo piacere, e di nostro. Il piacere di capire il dolore e di sentirlo addosso insieme a loro. A questi due dannati esseri umani. E allora la sinfonia si chiude e il tema iniziale ritorna, e la calma avanza, ma è quella calma cui rinunceremmo facilmente se potessimo.
Perché è la calma del silenzio, di nuovo, innaturale, del subito prima o subito dopo un disastro della natura, un maremoto, un sisma, un incendio.
Tu, Carlo, non puoi che rimanere solo, perché noi spettatori non possiamo più accompagnarti nel tuo gioco.
Non possiamo più seguirti nella tua mania malata di sapere i particolari della sua storia d’amore: non più.
[Decalogo, di Krysztof Kieslowski]
Ed evidentemente mi servono film forti per capire meglio come mi sento in questo periodo.
Mi servono film carichi di simboli, espressivi fino alla follia, tecnici eppur artistici. Ecco, sono schiava del simbolo, è uno strumento espressivo che mi piace da morire, mi piace scartarlo, sbocconcellarlo e ripulirlo per vedere se ho dimenticato qualcosa.
E il Decalogo di Kieslowski è così duro. E così strutturato sul simbolo.
È spietato, eppur necessario, come le cose che devono essere studiate e imparate e capite.
Come il decalogo da cui trae ispirazione.

Soprattutto perché non cade nel tranello: non è un film (dieci film) allegorico, non ha carattere di parabola anche se lo sembra.
È tutto così simbolico eppure incerto, e questo perché nei simboli dovrebbe esserci un punto di vista, che qua non c’è. Sono proposte, sono spunti, sono domande. Non ci sono davvero risposte se non quelle che lo spettatore potrà proporre da sé.
Non è propaganda cattolica né un tentativo didascalico. Non c’è morale pur se si tratta di uno studio sulla morale, e sull’etica. Oppure no, non è nemmeno questo, lasciamo perdere etica e morale, è solo un tentativo di scavare nei vari aspetti di cui si compone l’uomo, indipendentemente dallo spunto di partenza.
Colpisce profondamente. Soprattutto chi come me si professa spesso agnostica ma più spesso atea.
Colpiscono profondamente quelle che sembrano sentenze. Colpisce profondamente l’idea che, episodio dopo episodio, ci si aspetti una specie di punizione per aver trasgredito un comandamento. Poi ci si rende conto che le conclusioni delle storie sembrano solo punizioni, ma in sostanza non è ben chiaro se lo siano davvero.
Non è ovvio il rapporto di causa – effetto, non è scontato assegnare un evento alla categoria del bene e un altro a quella del male.

Mentre scrivo, sono sincera: non ho finito di vederli, sono arrivata al sesto. E finora sono innamorata di tutti, ma mi toccano particolarmente il quarto e il quinto (sì, anche il primo, ma non lo dirò).
Il quinto nasce come Breve film sull’uccidere e infatti ha uno stile particolare, delle scelte stilistiche indipendenti dagli altri (almeno dagli alti cinque che ho visto) e una levatura appena più dura e asfissiante. Inizia con un bellissimo monologo che in sé racchiude tutte le mie convinzioni sul concetto di morte, di condanna e di punizione, e in questo fa da apripista per tutti gli altri episodi, perché mette in discussione lo stesso concetto di bene e male, e ovviamente di giudizio e sentenza. Inoltre, ha delle splendide colorazioni acide e usa continuamente filtri, lenti e accorgimenti tecnici per delimitare aree e sezionare ulteriormente l’inquadratura. L’ho trovato tremendamente moderno e stimolante.
Ma è nel quarto che credo Kieslowski abbia sfruttato al massimo le sue possibilità (ripeto, per quanto ne so finora). Nel quarto l’osservatore esterno, il messaggero, la presenza, come volete insomma, prende più forma che negli altri.

Nell’istante in cui viene in contatto con la ragazza, la protagonista, si trasfigura. O almeno, fino a quel momento avremmo potuto dargli qualsiasi identità, oppure tante.
In quel momento, lui è un figlio, diventa il figlio che è lei, il figlio che ha dubitato del padre, perché è giusto che si attraversi il dubbio, e che poi lo si superi e si affronti il proprio… destino? D’accordo chiamiamolo così.
In pochi istanti di sequenza, si compie il passaggio di testimone. Lui la vede, risale dall’acqua carico della sua barca, capisce che lei è in crisi e dubita del padre, ha la lettera in mano, vorrebbe aprirla. Lui la guarda, la prega con lo sguardo di non dubitare. Le si para innanzi, capisce cosa sente, anche lui ha dubitato del padre, ma spera nel suo coraggio. Lui ha dubitato del padre, c’è bisogno di dire di chi sto parlando? Forse no, ma è meglio puntualizzare. E per puntualizzare, senza lasciare dubbi, lui si carica la canoa / Croce in spalla, e si incammina lentamente. Lei lo segue con lo sguardo, si gira. Lui le ha lasciato un po’ di coraggio, decide di non aprire la lettera.
Tutto ciò dura pochi istanti, pochi limpidi istanti. Ma io credo che non dimenticherò mai la scena.
Prometto di finirlo, però, il Decalogo, e di tornare a parlarne. I percorsi vanno conclusi.
[Ferro 3 – La casa vuota, di Kim Ki-Duk]
E quello di Ferro 3 è indubbiamente un percorso, per cui non posso scriverne in maniera usuale.
Ne devo scrivere strada facendo. Forse un percorso circolare di cui non ci si rende conto se non alla fine, però un percorso.
Non posso farne a meno, perché a meno di quindici minuti dall’inizio sono già con gli occhi lucidi, anche se non sono gli occhi lucidi da scena drammatica.
Non c’è crescendo, non c’è pathos. Non ce n’è nel dramma che genera questi occhi lucidi. In altre parole, non è un tipo di dramma che si costruisce lentamente e consapevolmente e alla fine culmina in qualcosa che genera commozione.
C’è, invece, qualcosa che incredibilmente, nello spazio di una frazione di secondo, fa lanciare un urlo al cuore, ed è un urlo di disperazione. Il mio e il suo.
Il discorso pare incredibilmente lo stesso del film di Martone, e infatti in quindici minuti di scene ci sono già così tanti elementi che ci vengono comunicati, che in ogni sequenza si fatica a raccoglierli tutti.
Perché partiamo da zero, come ovviamente in ogni film, e esponenzialmente veniamo investiti da informazioni.
Un ragazzo piazza volantini pubblicitari sui portoni delle case.
Ora, mi sembra di assistere a una lezione di regia, a una lezione di scrittura, ma mi spiego meglio.
Il suo è ovviamente parte di un lavoro, ma non lavora per un ristorante che vuole farsi pubblicità, e questo lo intuiamo dalla seconda scena, in cui passa davanti a un portone che reca un volantino diverso e, trovandolo evidentemente intatto, lo strappa. Lo strappa evidentemente perché può, cioè perché è lui stesso che l’ha messo, quindi abbiamo appurato che non lavora per un dato ristorante ma fa volantinaggio. Attenzione, non sono passati nemmeno pochi minuti, e possiamo intuire che la scelta del volantinaggio non è solo quella di un’attività come un’altra, ma è funzionale al suo scopo, che apparentemente è quello di forzare la serratura ed entrare nell’appartamento dalla cui porta ha strappato il volantino.

Sì, la domanda è banale, ma la farò lo stesso: allora è semplicemente un ladro?
Risposta tecnica: se ti inquadro oggetti di valore e ti faccio vedere che il ragazzo non li tocca, capisci che non entra nelle case per rubare; anzi, quasi quasi per dartene la conferma ti faccio anche vedere il momento in cui se ne va, senza portare nessun oggetto con sé.
E subito, allora, cominciamo a provare stima per il ragazzo: perché nel giro di poche scene comprendiamo il suo scopo, che è l’assenza di un vero e proprio scopo. Comprendiamo che entra, vive, e va via. Comprendiamo che a suo modo dà qualcosa in cambio di quello che riceve, in cambio delle vite vissute che sfiora per un giorno o due: e allora, banalmente lo vedremo fare cose che crede possano servire agli inconsapevoli ospiti, aggiusta oggetti, lava i panni. E se nella prima casa ci sfiora l’idea che stia lavando i propri, nella secondo lo vediamo lavare e appendere un reggiseno, e abbiamo quindi la certezza che il suo sia un puro atto di reciprocità.
Sulla sequenza della seconda casa, in cui trova, infine, la donna silenziosa e picchiata dal marito, ci sarebbero pagine e pagine da scrivere.
Ma mi limito a dire perché questa sequenza è da occhi lucidi e da brivido di un istante.
In questa prima manciata di minuti, noi sentiamo un crescendo: è, a suo modo, un crescendo di amore, un crescendo di positività, un crescendo di vita civile (può essere civile uno che ti entra in casa e usa il tuo spazzolino? Evidentemente sì.). Non possiamo limitarci al dato che lui fa qualcosa che non si dovrebbe fare, e cioè violare la proprietà. Non possiamo essere così superficiali. Di fatto, lui entra in una casa altrui ritenendola disabitata, eppure non fa del male a chi la abita, come, al contrario, vediamo fare al legittimo proprietario.
E lo stesso discorso si presenta, com’è normale che sia, nella prima casa: lui, inserito in un’abitazione, ne trae piacere, mentre chi ci abita (come vediamo quando la famiglia torna) assolutamente no (“questo viaggio è stato un inferno”).
Ora, in questo lasso di tempo, questi primi quindici minuti, noi non sentiamo quasi nemmeno una parola. Qualcuna sì, e ha un fortissimo significato. Ascoltiamo una segreteria nella prima casa, qualche scambio di battute astiose nella medesima, al ritorno dei legittimi inquilini, e poi di nuovo un contatto telefonico, quello del marito della donna della seconda casa, che la chiama più volte incitandola a venire al telefono. Il che però non spinge il ragazzo a pensare di non essere solo, perché in fondo, lui sta ascoltando pur sempre una voce esterna, una voce non presente. E sul rapporto voce – silenzio, assenza – presenza, credo ci sarà ancora molto da parlare. Mi tornano in mente le lezioni al DAMS su Singin’ in the rain, che puntualizzavano il rapporto tra storia e narrazione, e tra audio e video, come differenti vettori di informazioni, con differenti significati e valori, spesso e volentieri in netto contrasto.
E qua c’è esattamente lo stesso spunto: voce vuol dire presenza e silenzio assenza? Parrebbe esattamente il contrario. Ma non voglio disperdermi. In fondo fin qui ho visto solo i primi quindici minuti.
Dicevo, perché sono occhi lucidi in un solo istante: perché la sequenza è un crescendo di amore, inteso come moto al contatto con altri esseri umani. Lui non vuole dar fastidio (sposta immediatamente la moto dall’uscita di un garage privato), non vuole rubare (guarda ma non tocca) non vuole far danno (anzi rimedia per quanto può ai piccoli problemi altrui). Vuole qualcosa ancora da definire, e lo cerca in vite altrui. E noi ci entriamo dentro per gradi, imparando a guardare le cose coi suoi occhi. E nell’istante in cui lei risponde al telefono, e poi caccia l’urlo, improvvisamente è come se avessimo fatto una lenta passeggiata e svoltando da una parte, sbattessimo contro un muro in piena faccia. In un istante i due moti opposti si scontrano, quello positivo di lui, e quello negativo di lei, del rifiuto, del disgusto, del dolore, dell’odio. In quell’istante ci fa male esserci in così poco tempo affezionati a lui, perché questo ci ha lasciato il fianco scoperto, ci ha resi ingenui di fronte alla violenza che subisce lei. E in un istante, in quell’infinito istante in cui percepiamo cosa davvero ci deve essere sotto tutta quella situazione, ci sembra impossibile non cacciare un urlo come il suo, per dire basta a denti stretti.

Quel dolore accecante ci sembra ancora più insostenibile perché nei pochi minuti precedenti siamo stati velocemente toccati da un moto opposto, e due onde provenienti dai lati opposti del lago si sono scontrate al centro, e frantumate l’una sull’altra.
Simboli, simboli, simboli dappertutto: il marito le avrà anche fatto le foto, ma è lui, il ragazzo, che le bagna e poi le stira e le asciuga con devozione. Il ferro da stiro è quanto di più forte, dal punto di vista metaforico, si potrebbe trovare. Lui le passa un alito caldo addosso, sulla faccia, la protegge, la salva dall’incuria, dall’abbandono e dalla distruzione. Strati su strati: l’immagine di lei, e l’immagine dell’immagine di lei, e una delle due inevitabilmente tradisce la realtà. Il marito la fotografa bella, poi la picchia fino a deturparle quello splendido viso.
E poi: la semplicità, la pulizia, la purezza dello sguardo.
Lei lo segue, di nascosto, e le parti per qualche momento si invertono. Poi, prova a farsi vedere, seguendolo e rimanendo in posizioni in cui onestamente è davvero ben visibile, e in cui ci si stupisce che proprio lui, non si accorga di nulla.
Infine si fa scoprire, presente e voyeur (voyeuse? Qualora il termine si usi…) nella sua stessa casa, nell’istante in cui le sembrerebbe di essere davvero importuna, cioè quando lo vede masturbarsi nel suo letto: e, come noi, non vuole vederlo, perché non vuole dargli la sensazione di stare là nascosta, o almeno non più. E l’incrocio dei due sguardi ha del sublime, perché dall’espressione di lui capiamo la sua genuinità, la sua essenza: e non è stupendo riuscire a vederlo nel momento che a un occhio superficiale e rozzo sembrerebbe paradossalmente il momento più prosaico? In fondo, la situazione di lei è alterata, ed è disturbata, e noi potremmo pensare, insieme a lei, che lui sia qualcuno mandato dal marito a controllarla, per quanto ne possiamo sapere. Chi ci impedisce di ipotizzarlo?

E quell’urlo: non è, infatti, solo un urlo contro il marito, ma anche un urlo con il ragazzo, cioè un gesto teso a cacciare l’uno e trattenere l’altro. E infatti lui prima se ne va, poi torna indietro (e anche piazzarlo su un bivio non solo psicologico è una scelta registica davvero favolosa).
E rimane talmente forte il divario netto che si crea tra voce e silenzio, che ho quasi il timore di quando cominceranno a parlare. Ho quasi paura che anche loro tornino a far parte del mondo normale, in cui la parola vuol dire falsità, vuol dire maschera, vuol dire sopruso.
Ma infatti lui prosegue senza parlarle, comunicandole con simboli. Oppure nella stessa identica maniera utilizzata dal regista con noi stupidi spettatori: mostrando e basta.
(Sì, prometto di non dire tutto, ma un minimo devo parlare, non posso tacere. Io, no. Io sono al riparo da questa legge del silenzio / voce. E inoltre scrivo a bassa voce, solo sulla carta. Quindi mi si può concedere di più.)
Ma, Dio, non posso non dire che diversi occhi lucidi mi vengono quando comincia la loro… si può chiamare convivenza? Beh, è una vita insieme, è sempre sotto un tetto condiviso benché non sia il medesimo tetto ogni giorno che passa. Mi vengono occhi diversamente lucidi quando inizia la loro convivenza e finalmente la vedo sorridere. Mi verrebbe da abbracciarla se fossi lui, ma so che lui non lo farà, così come non le chiede mai nulla, e aspetta di capire, come se lei fosse un bambino, o un piccolo cucciolo di cui capire i segnali.
E più passa il tempo più è inevitabile che prima o poi le parti si invertano, ed è così doloroso, ma necessario. Perché sappiamo dall’inizio che è tutta una questione di dare qualcosa e ricevere altro in cambio, ed è bello, perché è spontaneo. E io a metà film ho quasi la certezza che non parleranno mai, o che almeno non li sentiremo mai, come non li sentiamo parlare per spiegare cosa fanno e chi sono quando vengono scoperti, in una casa. Anzi, sono convinta che se il regista sceglierà di farli parlare, sarà in un’occasione davvero particolare, che giustificherà l’uso della voce e, anzi, le ridarà significato. (Da notare che a metà film anche l’ipotesi che il ragazzo sia muto si dissolve, dal momento che lo vediamo rispondere al telefono, nonostante poi decida di non parlare).
Ma d’altronde non è importante, perché sono altre le cose che li legittimano come coppia, qualsiasi cosa questo voglia dire. Sono le cose quotidiane che fanno insieme, è l’accostarli in parallelo ad una foto (quasi identica a loro) che ritrae due coniugi. È, in fondo, l’effettiva entità di quanto si scambiano. Non altro.
E quando di nuovo le parti si invertono, fa sempre più male, perché è vero che a noi che guardiamo risulta incomprensibile il suo / loro silenzio (e anche come lei si sia subito adeguata a queste regole senza batter ciglio) ma è anche vero che si fa presto a ripiegare sulla violenza, anche senza apparente motivo.
E ora mi fermo perché davvero non voglio raccontarlo tutto.
Ma su una cosa avevo ragione: quando la voce entra, entra alla grande. E rimbomba per tanto tempo, e non nelle orecchie. Stre-pi-to-so.
(Un pensiero speciale a Paolo, senza il quale non sarei mai venuta a conoscenza di Ferro 3)
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[(Le) Cinque variazioni – parte seconda: Teatro di guerra / Happy together / Tokyo decadence]
Intanto le cinque variazioni sono diventate sei.
Va bene.
Sì d’accordo, ho trovato un po’ di essenza femminile: ne ho trovato un grappolo, e ho continuato a estrarre dati e commenti inutili su film inutili (nel senso che non essendo di prima visione, mi seguiranno in pochi, nei miei deliri onirico-cinematografici). L’idea (attiva, questa sì) sarebbe scrivere in maniera così KynoDevastante da spronare almeno una minima percentuale di potenziali lettori a vedere i film di cui parlo, anche se sono poco reperibili, poco appetibili, poco criticabili.
Intanto riprendo la mia metamorfosi: quella che ho compiuto a mia insaputa mentre mi godevo i cinque film, i miei cinque film, le mie cinque variazioni.
***
In Teatro di guerra sembrerebbe difficile capire a chi si applichi il filo conduttore che ho visto così nitido. Ma non lo è. Perché la vittima della vita indefinita è lui, il regista, o la città, o il gruppo di attori indemoniati dalla sete di vita, o di recitazione, che forse è lo stesso.
Forse è lui il protagonista e probabilmente è lui come simbolo della città e degli attori. È un’umana incarnazione dei dubbi problemi sofferenze di una collettività.
Avevo visto Teatro di guerra al cinema, quando uscì. L’avevo poi rivisto. Ma mai come durante questa terza visione mi è sembrato così bello. Sarà un mio cambiamento, probabile. Sarà una metamorfosi che subisco e riverso in quel che vedo, forse. Tutto molto probabile.
Ma stavolta questo film di Martone l’ho adorato ancora di più. È un film perfetto, completo e definitivo, pur con le sue incertezze e sbavature. È un film che usa ogni mezzo, ogni possibilità.
Un film fatto di linguaggi e suoni diversi, strani e affascinanti. Gente che si parla in lingue o dialetti diversi, e si capisce, oppure compaesani che non riescono a comunicare e a comprendersi. È un film fatto dei contrasti che si incontrano ciclicamente nella vita: adolescenti già troppo maturi e adulti mai più cresciuti che ricascano negli stessi errori.
Persone che si parlano a vuoto, o interi gruppi che si scambiano emozioni, con ogni mezzo, e prima di ogni altro, l’arte. Che Martone continui a venerare il teatro, si vede, e si gusta, grazie a lui, e insieme a lui, come fossimo spettatori casualmente incontrati in un teatro. Si ascolta, si gusta, si capisce.
Si adora la capacità di comunicare dell’arte e di chi fa arte (“questo se lo raccontate in giro non ci crede nessuno“).
E poi, c’è l’arte come strumento di vita, come forma di esistenza in quanto mezzo di comunicazione, perché di contatto e comunicazione è fatta l’esistenza e cresce la reciproca conoscenza.
Non è forse una scelta di vita quella di portare una forma d’arte in un paese devastato dalla guerra? Non inutile, non superflua, né tanto meno dannosa o offensiva, come vorrebbe la lettura superficiale del regista interpretato (magnificamente, ça va sans dire) da Servillo.
E poi, un film che parla di Napoli, e allora Napoli sia.
Mi si perdoni la brutale, fuori luogo, intromissione di volgarità. Avverto sempre delle mie cadute di gusto, e questo è il momento migliore per farlo. Ma l’unica risposta che mi viene in mente per le illazioni “etiche” (l’etica coi fucili?) del regista / Servillo, l’unica che davvero possa spiegare il senso di ogni cosa, si trova in un modo di dire napoletano, appunto, che normalmente si usa in altra maniera, ma secondo me si adatta bene alla circostanza. Chiedo scusa, la frase è “nun magna pe’ nun caca’ ” (trad.: “non si nutre per non dover poi evacuare”). Si dice di persona pigra o magari tirchia (oddio, correggetemi se sbaglio, la napoletanità non è mai troppo forte in me!), ma la voglio usare per rispondere a chi vorrebbe far credere che tutto ciò che non è indispensabile è inutile. Beh, non è inutile. Altrimenti, per l’appunto,diventa inutile anche il cibo, per esempio. Tanto anche mangiando prima o poi si muore. E sono inutili anche le armi (e cade quindi perfino il discorso del regista / Servillo!), tanto, anche se non ci si spara, prima o poi si muore lo stesso. Non arriverò agli eccessi di splendidi ideali, occhi e orecchie chiusi alle difficoltà e ai problemi. Ma non posso ritenere che l’arte, in quanto non strettamente indispensabile alla vita, sia inutile. Ogni cosa è interpretabile in centinaia di modi diversi, niente è semplice, limpido, ben definito. E allora, perché non dovrei anch’io cadere in una banalità, in uno stereotipo, in una posizione facilmente disintegrabile, con un po’ di logica e di analisi? In qualsiasi maniera si guardino le cose che ci circondano, si finirà per ricadere in un binario già percorso, anche se poche volte. E allora è inutile pretendere *la* analisi definitiva delle cose. Come con la città di Napoli.
Come al solito, la Napoli di Martone potrà essere forzata, inadeguata e incompresa, ma vera. A tratti già nota, e vista, ma concreta.
Difficile dire cose su Napoli senza ammassare particolari. Eppure i particolari che sceglie di ammassare Martone valgono sempre la pena di essere visti. Tanto, di tutto, in fondo, si può dire che “non è mica questa, la vera Napoli”. Il punto è che la vera Napoli non esiste, o non è mai stata rubata da una foto, un film, una canzone.
Però… però…quando poi vengon fuori certe cose, le ragazzine troppo procaci che popolano i bassi, i padri forse troppo affettuosi, i motorini che “se-cammini-nel-vicolo-fai-sempre-attenzione-alla-borsa-che-non-si-sa-mai”, quando si incontrano cose del genere purtroppo ci si sente sempre troppo a casa. Eppure, grazie a lui, a Martone, ci si riesce a sentire fieri di questo timido senso di appartenenza, nonostante le brutture. Perché nonostante lo schifo (sì, sono cinica e qualunquista, lo sono sempre stata) nonostante lo schifo della maggior parte delle persone, della maggior parte dei luoghi, della maggior parte degli eventi, c’è gente che ha voglia d’altro. E che riesce a portare a termine alcune cose che forse, alla fine, sembrano pure ricadere nella stessa inutilità di prima; che forse, alla fine, sembrano spegnersi nonostante l’entusiasmo iniziale… eppure non è così. Perché tutto il procedimento, tutta la sua storia, tutta la creazione è ancora lì, è ancora in mezzo alle persone che vi hanno preso parte.
E quelle persone, senza sapere quando come perché, possono ancora e sempre voltarsi all’unisono (l’ “unico suono” è quel grido di vita) e partecipare, ancora una volta, alla loro creazione comune.
***
Ebbene, chiedo scusa, ma la coerenza evidentemente non è il mio forte: una volta lo era, ma ora mi sta abbandonando, con la vecchiaia.
Ho deciso che mi stavo annoiando, a scrivere pochi e poco originali commenti su Tokyo Decadence, e allora ho ricordato un film che ho visto in questo stesso periodo e che, non so per quale motivo, non avevo incluso nel percorso. Ché, come si vedrà, ci sta a pennello.
Nel percorso di comprensione di se stessi e dei propri meccanismi, Happy together ci sta benissimo.
Mi ha generato dentro molte sensazioni anche in totale contrasto: intendo, mi è piaciuto, ma ci sono anche molte cose che non ho apprezzato e che potrebbero agevolmente essere definite ridicole. Però ho smesso, da un po’ di tempo, di voler ricavare un giudizio finale, dalle emozioni che un film mi provoca. Assorbo e basta, e mi convinco sempre di più che i film vanno visti e basta, come i libri: anche quelli brutti.
Per Happy together, alcune frasi mi appaiono davanti agli occhi, veloci e violente come le emozioni che ho provato.
Film d’altri tempi, moderno eppur antico. Finché non è collocato in un’epoca, nella nostra epoca, rimane il dubbio, perché movimenti e ambienti non sono univocamente determinati.
Le emozioni dei personaggi sono in primo piano, gli attori sono straordinariamente espressivi e intensi: intere sequenze sono portate avanti solo dalla gestualità e dall’eloquenza dei volti.
Non necessariamente positivo è l’utilizzo di certe tecniche, ma il risultato è comunque affascinante: il ralenti, le corse, le soggettive. Si ha la sensazione di percorrere con le emozioni, e non con il corpo, gli spazi e i luoghi.
Bianco e nero sporco, spiaccicato e fumoso: è qualcosa di molto ruffiano, ma perché non farsi irretire, in fondo? È ovvio, scontato, abusato, perfino. Ma non riesco a darne un giudizio negativo.
Il colore, il primo che noi vediamo, è una splendida fotografia delle cascate sottolineate da un sensuale Caetano Veloso: una scena semplice, banale, eppur carezzevole e eterna.
A cosa è associato il colore o il bianco e nero? Non sono sicura di averlo capito, non sono sicura che ci sia un significato preciso, in questa scelta di alternanza. Bisognerebbe studiare la storia delle percezioni visive, cioè cosa comunica nell’utente un determinato uso della sintassi cinematografica, e non l’ho ancora fatto a fondo. Attenderò di essere meno ignorante, per capire meglio anche questo film.
Residui di pioggia sulla strada. Residui dell’altra persona nella stanza dell’amante abbandonato. Residui di musica ascoltata da altre persone. Residui e basta, visti da una fotografia sensuale e astratta, e banalmente incasellata in una scansione di freddo / caldo : rosso / celeste. Banale ma vero. E ancora: bianco e nero o seppia, per pochi istanti. Perché? L’uso del colore non mi è chiaro. No, pas encore…
Noi seguiamo solo uno dei due ragazzi, quando sono separati: l’altro no. Perché? Perché è la storia di quel ragazzo? Non mi sembra. Perché è il “buono”, dei due? Troppo facile.
Una caratteristica che apprezzo molto, al cinema, è la capacità di rendere un elemento più facile da sentire che da vedere, come in questo esempio: parte una musica che mi sembra dei Gotan Project, ed è automatico rendersi conto che la scelta musicale rappresenti il tumulto, l’emozione improvvisa e inaspettata. È linguaggio puro, senza filtri. E ancora, una scena per me da manuale: la telefonata ai genitori, muta, in cui c’è uno splendido raccontare per sottrazione, sfruttando l’essenza del mezzo cinematografico.
Emozioni sparse, commenti sparsi. Un pensiero certo, però: guardare Happy Together con superficialità, come fosse un film leggero, non gli rende merito. Sembra un film facile, tutto porta a pensarlo, l’abuso di colori musiche e movimenti. Ma non lo è: e quando ci si accorge di ciò, ci si rende istantaneamente conto di quanto sia rimasto dentro.
***
Ok, eccomi a saldare il conto con la quinta bistrattata variazione.
Tokyo Decadence, lo ammetto, mi ha molto colpito. Ma non è il lato erotico che mi ha colpito (difficile che il sesso mi sconvolga, i film che ci sono riusciti si contano sulle dita di una mano). Non è il campionario di perversioni erotiche che mi può stupire o sedurre.
Mi ha colpito la capacità sudata e strappata di delineare un personaggio. Perché il fatto che ci sia un personaggio si nota a tratti, e quando viene fuori davvero è un personaggio per me bellissimo, dal momento che adoro sempre, per partito preso, i contrasti e le anime poco definite e poco chiare. Ma per la maggior parte del film, il regista se ne sbatte, del personaggio. Lo si coglie da piccolissimi particolari, e si sente la mancanza di un’analisi più vera. Ok, la mia vocina cinica mi dice che il film aveva ben altri intenti che non quello di presentare un’acuta analisi psicologica di un personaggio così difficile. Ma non riesco a dare credito fino in fondo alla vocina.
Per cui, non sono caduta nel facile errore di fermarmi alla versione italiana del film, 85 minuti, dopo un mostruoso taglio di scene non erotiche! Non sono riuscita a trovare la versione giapponese del film, che arriva a ben 135 minuti, ma ne ho recuperata una distribuita per quei bacchettoni degli americani (puritani, sì, ma una volta tanto con un po’ di intelligenza in più… avendo mantenuto nel film almeno le scene di vita normale eliminate dalla versione italiana!)
Inizio a rivedere il film senza troppo entusiasmo. Spero di vedere alcune scene presenti in una alternate version di cui parla IMDB, e non ne trovo traccia. La prima scena aggiunta di cui mi rendo conto (furba, io, a vederlo a pochi giorni di distanza dalla prima visione…) è una scena di pochi minuti, forse solo un paio. Una scena non particolarmente violenta, non particolarmente erotica, in cui però si spiega una cosa evidentissima ma altrimenti incomprensibile che si vede in una scena successiva, e comincio a imbestialirmi: perché togliere due minuti di una scena forse un po’ forte ma non quanto alcune che sono state lasciate, a scapito della comprensione delle scene successive?
E la situazione non migliora in seguito. Ok, sapevo in partenza che le scene eliminate erano parti della storia che servivano a spiegare la psicologia della protagonista, sì. Sapevo già dall’inizio. Ma mi imbestialisco egualmente. Perché questo si aggiunge ad alcune cose che sono indipendenti dalla censura, come un montaggio a tratti perfino penoso (stacchi musicali brutali, tagli in punti strani, pause troppo lunghe, scene che sono un palese riempitivo…), tanto che se non sono delle palesi superficialità, viene da chiedersi se non sono frutto di un senso dell’estetica totalmente opposto alla ‘normalità’ (sì, lo so che la normalità non esiste) o almeno opposto al mio senso estetico, che può comprendere anche cose oggettivamente brutte quindi non è tanto facile da tradire.
Proseguo nella seconda visione della quinta variazione (tra poco comincerò a dare i risultati matematici e allora sarò pronta per la neuro).
Ok. Sono pronta. Ma non trovo niente.
Niente di niente.
Mi rendo conto di ogni taglio, e di ogni scena aggiunta. Ma giuro che non servono a nulla. Giuro.
Ritiro tutto quel che avevo detto sopra. Non ho mai visto un film più inutile. Le scene tagliate non dicono assolutamente nulla pur raccontando altre traversie della vita della protagonista. Mai visto film più trasparente. Più cinematograficamente sgrammaticato. Vogliamo salvare qualcosa?
Ok. Provo.
Salviamo le ambientazioni e l’uso del colore. Salviamo la protagonista che, poverina, non ha colpe, lei ci sta provando. Salviamo la scena lesbica che tutto sommato è mediamente eccitante. Salviamo la sequenza finale onirico-allucinatoria che ha un sapore vagamente lynchico. (Ma sto esagerando, e so di espormi a giuste critiche). Salviamo questa frase, che sembra l’acme del film, ostentata giusto a metà come a voler simboleggiare l’intera storia, come a voler dare un significato:
- Tu sei molto ricca, vero?
- Oh, no, niente affatto. È il Giappone che è molto ricco. Ma siccome è ricchezza senza dignità, crea ansia negli uomini e così diventano masochisti. Quello che ho, l’ho guadagnato sfruttando la debolezza di questi uomini. Lo considero un modo onesto di guadagnare.
Ho salvato troppo. Chiedo scusa.
Ora vado.
Mi è venuta voglia di rivedere Addio mia concubina.
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[(Le) Cinque variazioni – parte prima: Jersey Girl / Le lacrime amare di Petra Von Kant / Hiroshima mon amour]
Settimana densa. Gonfia di film. In verità sono ancora davvero pochi per i miei desideri, ma mi sto (ri)abituando a guardarli da sola, e in quest’ottica ne ho visti più del solito.
Era troppo per andare avanti.
Quando si ha di fronte, ben chiara, la soluzione del gioco, è veramente impossibile non coglierlo.
Ed è con l’ultimo film visto questa settimana, che mi sono resa conto di dove volevano arrivare gli altri. Bastardi: loro lo sapevano, io che li guardavo no.
Non sono ben certa di come si possa esprimere in italiano, ma se invece di cinque fossero stati tre, avrei usato la formula “uno e trino”, che si adatta bene a ciò che ho visto anche per il carattere solenne, e di Verbo, che ne deriva. Sì, io con la religione (e soprattutto quella cattolica) ho poco a che vedere. Però è un’ottima fonte di concetti e citazioni, per quel che mi serve.
Uno e trino.
Ho visto cinque film, eppure uno solo. Ne ho visti anche altri, ma rimangono discorsi a parte. Come la mostarda, ma d’altronde io sono ad alto mantenimento.
Ho visto (le) cinque variazioni. E senza conoscere quelle del mio amato Lars. Ho visto una storia raccontata in cinque maniere diverse e alla fine l’ho imparata. E l’ho amata.
La storia più semplice che esista: quella di persone che non hanno ancora capito come manifestare quel che sono davvero e quindi si trovano in una vita che si sono parzialmente costruiti addosso, ma non li rappresenta appieno. È una banalità? Sicuramente. Ogni storia forse può essere riassunta così. Ma attenzione: forse.
Queste sono le mie cinque variazioni:
1) Tokyo Decadence [versione italiana: 85', versione americana: 108']
2) Jersey Girl
3) Teatro di guerra
4) Le lacrime amare di Petra Von Kant
Ho visto dei personaggi che hanno delle idee ancora non chiarissime su quella che deve essere la loro vita. E si adattano in maniera diversa ad una vita “di riserva”. O alla vita che credono possa prima o poi prendere la piega che loro desiderano.
Forse l’ordine in cui li ho visti rispecchia la metamorfosi che ho subito io nel vederli.
Ho iniziato da lontano, dal Jersey.
Dal rappresentante più (a me) famoso di questo stato americano.
Il mio amato Kevin non può staccarsi dalle sue origini: non ci riesce. Voleva iniziare, e chiudere.
E invece ci ritorna come magneticamente.
Jersey Girl non è ovviamente il miglior film di Kevin Smith. La “critica” (cioè i miei amici ed io) si divide tra chi ama Clerks e chi ama In cerca di Amy. Io li adoro tutti e due per motivi diversi ma non è il caso di riprendere il discorso qui. Diciamo, per grandi linee, che questo film si muove più sulla linea del secondo che del primo. In pratica, pur non rinunciando a quella vena comica o pseudo-tale, che si riallaccia ai temi di Clerks e ai film incentrati sui personaggi di Jay e Silent Bob, Jersey Girl cerca di percorrere e sviscerare un argomento più serio, provando a capire come si muovono le persone e come risolvono i problemi. Se ci ripenso, il film non è granché, in fondo, e anche perché lascia una sensazione di incompiutezza, come se, pur avendo cominciato un discorso abbastanza serio, avesse paura di approfondirlo ulteriormente, rischiando di diventare geniale (ma magari poco comprensibile). Avrebbe dovuto scavare di più, cercare i problemi, lasciarli irrisolti (come in parte fa). Avrebbe dovuto usare più spesso il modo di analizzare le cose in quella maniera molto verosimile che io adoro, e cioè: quella prospettiva reale e concreta che difficilmente viene fuori in un film e che Kevin Smith utilizza per far capire allo spettatore che i personaggi di cui lui parla sono veri e non stereotipati. Quell’atteggiamento mentale che ti fa dire “sì, lo so che la maggior parte delle persone pensa così, però, detto tra noi, cosa ne pensiamo davvero, di questa cosa?”.

Ben Affleck interpreta un ragazzo che si vede morire la moglie di parto, e deve sobbarcarsi tutte le difficoltà di una vita da ‘uomo in carriera con prole’ e senza moglie, per giunta. Lo spaccato della sua vita con la figlioletta è delizioso, pur non avendo niente di speciale, ma forse prende troppa parte del film, e forse quando avanza l’analisi dei problemi, la narrazione si sbilancia un po’ eccedendo in toni drammatici senza spiegare a fondo i problemi.
Però, tutto sommato, è utile che sia sbilanciato, perché dà meno la sensazione di costruzione perfetta. E questo va ricordato, qualora lo si voglia gustare non come film di Kevin Smith ma come ‘normale’ commedia americana. Perché, ovviamente, pur non essendo un film eccelso, è di gran lunga superiore alla media delle centinaia di commedie americane (quelle che io chiamo americazzate = americanate + cazzate) sfornate ogni anno.
***
Lo so, nel mio curriculum di spettatrice manca Fassbinder. Meglio, mancava. Qualche anno fa avevo cominciato a vedere Querelle De Brest ma forse non era il momento giusto, e non mi ha preso, e l’ho abbandonato. Il più grande appassionato di Fassbinder che io conosca mi aveva consigliato anzitutto di guardare Le lacrime amare di Petra Von Kant. E ora sono qua a cominciare a far germogliare timidamente in me quella che temo diventerà una grande passione, per questo regista.
Petra non parla. Straparla. A volte si parla addosso senza accorgersene. Oppure parla ai manichini, o a Marlene, la sua assistente personale, il che per lei è lo stesso. Marlene che forse è il personaggio più importante del film, quello più eloquente, benché perennemente muto.
Marlene finalmente padrona di qualcosa: della resa dei conti, cioè del finale. Che finale splendido. Da applauso: fin dal primo istante in cui si intuisce che è cominciata la scena finale.
Petra, e la sua metamorfosi.
Di colori, di toni, di spazi.

Io ho guardato questo film come a un monumento: un punto di fusione tra cinema e teatro, impostazione teatrale ma con uno spudorato esasperato utilizzo dei più semplici elementi della sintassi dello strumento cinematografico. Quattro lunghe sequenze, quattro lunghi momenti della vita di questo personaggio fassbinderiano dai contorni netti e dalla logica spiazzante. Tanto spiazzante e devastante da render vittima anche la propria creatrice, piccola divinità scesa in terra, solenne come ogni divinità e come tale anche crudele, e perfino meschina.
Pochi elementi, in questo film. Basta una messa a fuoco che cambia, per comunicare più di ore di monologhi di Petra. Basta un controcampo, a incorniciare vittime e carnefici. Basta una voce fuori campo, a ristabilire livelli e priorità.
Petra e le sue donne sono stadi di uno stesso sentire, delineati e evidenziati da parole, movimenti e colori. Sono tutte astrazioni fin troppo concrete, fin troppo presenti tra gli esseri umani. Petra e ogni donna con cui viene in contatto: gli uomini non esistono e non servono poi tanto, ma non è androginia (esisterà questo termine?). Non sono bene in grado di spiegare perché la natura femminile possa meglio comprendere in sé la spiegazione delle cose, ma intuitivamente capisco la scelta di Fassbinder. Attraverso la forma femminile lui crea. E prosegue.
Ogni parola è una sentenza, e d’altronde il film è tutto molto teatrale, e mescola astrazioni assurde con tocchi di realtà quasi impressionanti ( – No, non mi baciare! – Perché? – Non mi sono ancora lavata i denti.). Così come mescola i tempi. Straordinariamente antico eppure ambientato, senza ombra di dubbio, in un tempo almeno recente, per l’uso di un certo linguaggio o per certi altri particolari banali.
Petra apparentemente ha tutto: un lavoro che è quello che la soddisfa, perché se l’è costruito con le proprie mani, un’indipendenza, una situazione affettiva stabile (separata ma serena), una figlia che sembra volerle bene nonostante non passi molto del suo tempo con lei. E allora? Le basta un elemento esterno per esasperare le sue insoddisfazioni. E farla arrivare ad un punto di saturazione, in cui gli stessi elementi che prima si godeva, della propria vita, le sono fastidiosi o dannosi.
Cosa manca a Petra, come ai protagonisti degli altri film di cui parlo, per capire se stessa? Nient’altro che un percorso, una metamorfosi, un avvicendarsi di tappe che le regalino ognuna la comprensione di un fatto saliente, di un aspetto della propria natura. Come dovrebbe essere per tutti, in sostanza: ma per far capire meglio il suo intento, Fassbinder urla questi concetti in una maniera grottesca e volutamente esagerata, per essere sicuro di aver comunicato il messaggio.
Un messaggio fin toppo chiaro, ma sistematicamente sottovalutato. Quello di fare di tutto pur di essere se stessi. È chiedere troppo?
***
E mi mancava anche questa pietra miliare. Ho iniziato con un po’ di timore, perché non ne conoscevo assolutamente nulla. Per me era un nome, e nulla più. E il timore è aumentato, quando ho percepito che le scene iniziali non sarebbero durate pochi istanti, ma avrei visto, insieme alla protagonista, più di qualche secondo, di orrori post-atomici. Ma per fortuna ho resistito, mettendo a tacere la mia fifa innata. No, che dico, non innata, non lo ero mai stata, prima, fifona: solo da qualche anno a questa parte, e solo per motivi molto precisi, lo sono diventata Comunque, ho tirato avanti, e sono rimasta trascinata dentro un turbine di analisi, e piccoli discorsi, e grandissimi dolori, seppur silenziosi. E ho ripercorso la metamorfosi – crescita – maturazione della protagonista come avevo già fatto con quella di Petra.

Hiroshima mon amour è quello che viene chiamato un viaggio dentro e fuori. Un’analisi di sofferenze altrui parallela a un’autoanalisi, forse distruttiva ma di quella distruzione da Araba Fenice. E questa è perfino più traumatica di quella di Petra, perché consapevole, voluta, forzata e cercata. E, tuttavia, contrastata fin quasi alla morte, pur di recuperare la propria identità e la consapevolezza di essere umano.
La protagonista fa l’attrice. Non si sa altro. Si può ipotizzare che anche la recitazione sia per lei una continua autoanalisi, una personale terapia. Supremo esperimento per verificare reazioni ed emozioni, lei desidera essere a conoscenza degli orrori delle conseguenze dell’atomica su Hiroshima, la città in cui c’è il set del film che sta girando. Anche il film ha un significato particolare nella sua storia e nella sua vita. È un film a favore della pace, dunque un film di ricostruzione. Dunque se lei ha scelto di prendervi parte è perché il film scorre sul suo stesso personale binario. Quello di sfruttare a fin di bene il dolore che si è sopportato e subìto, e imparare a capire come si può vivere meglio, nonostante si sia stati vittime per molto tempo. C’è qualcosa di molto cattolico, in tutto questo, e solo il rendermene conto, ora, mi fa allontanare un po’, da questo film che stavo cominciando ad amare. Una sorta di compassione per l’essere umano, vittima del dolore impostogli dal destino. E, anche, il concetto che dal dolore l’essere umano non possa mai prescindere, e quindi… se ne debba fare una ragione.
Ma vorrei riuscire ad utilizzarlo, il dolore, in maniera meno le sionista, e più attiva, e mi sembra che la protagonista ci riesca, e forse in questo il film riesce ad allontanarsi da una visione strettamente cattolica. E mi sembra di aver preso il binario giusto, perché questa compresenza di stati (attivo e passivo) che supera quello della pura e sterile rassegnazione, è sottolineata in alcune scene che citano palesemente la Jeann d’Arc di Dreyer. E poiché mai donna più di quella è, sì, vittima, ma fiera e dura, mi sembra di aver ben compreso l’intento di Resnais.
Un sentimento religioso c’è, e non è trascurabile. Ma Resnais va oltre, e restituisce all’uomo, seppur in maniera non definitiva, un po’ di dignità e di libertà. All’uomo, o meglio alla donna: perché, anche in questo caso, come con Petra, l’azione di analisi e di spinta a vivere, o a capire meglio cosa significhi davvero, vivere, parte da una donna? Stavolta non ho risposta. Ma so che una risposta ci deve essere, perché nulla in questo film è casuale. E in generale credo nel valore particolare che la maggior parte dei registi, scrittori, pensatori dà all’essenza femminile. Se ha senso una distinzione e se la forza che identifichiamo come femminile è quella che si muove, allora credo che registi come Resnais, la riescano a cogliere, anche solo vagamente. Io, dal canto mio, rimango maschile: di sprone all’attività, e alla creazione, non ne vedo nemmeno l’ombra, in me.
… se non per avvertire che la metà delle altre variazioni sono costretta a instradarle su KynoDev n° 4, dal momento che non ho spazio e tempo per continuare qui e ora.
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[Sorrentino e Servillo / Maleducazione / Magnolia]
Io vado molto di rado al cinema. So che questo può sembrare in contraddizione con il fatto che io sia cine-dipendente, ma tant’è.
A un amico appassionato di cinema molto più di me, questa mia cosa piace un sacco, perché non sottostando al flusso di film scelti dalla distribuzione, scelgo in maniera più personale quello che desidero vedere.
Quindi, nell’andare a vedere Le conseguenze dell’amore, ho infranto contemporaneamente due mie (di solito molto ferree) regole d’oro.
Vedere un film quasi subito dopo la sua uscita, e vedere un film perché mi è stato consigliato.
Ma è stato così forte il desiderio scatenato dalle modalità di questo consiglio, che non ho pensato neanche un attimo alle due regole.
Ora l’ho visto. Ho visto il film di Paolo Sorrentino (e lo si può anche vedere qui a Cannes).. Ho visto anche l’altro film dello stesso regista, L’uomo in più. Mi è piaciuto di meno, ma il piacere è lo stesso. Mi è piaciuto di meno solo perché è meno ermetico e più lineare. Ma è un film molto bello, costruito con molta precisione, molto pignolo. Molto pieno di dolore, e a me chi ha coraggio di parlare del dolore, quello più sottile, quello meno urlato, mi affascina.

Ho visto Le conseguenze dell’amore e ho provato amore solido per lo strumento espressivo che è il cinema. Mi ha innamorato dalla prima lunghissima emotivamente eccitante scena. Ma confesso di essere molto di parte perché mi si seduce facilmente con la musica. E la colonna sonora in questo caso è davvero incredibile.
E riconoscenza verso il regista che l’ha utilizzato in maniera così adulta e consapevole.
Non si può parlare di questo film strutturando un discorso normale. Non si può perché Sorrentino dimostra che dare una struttura standard ad un film non è necessario. E però la storia e la comprensione non ne risultano deturpate o impoverite, ma il contrario. E allora, voglio parlarne per sottrazione. Dimostrando di riuscire a spiegare egualmente quel che sento, in questo film. È anche per questo motivo che il film non ha dialoghi, ma estratti di cure. Non c’è un solo vero dialogo… ogni frase, ogni parola, ha la solennità e la concretezza di una citazione.
I timidi notano tutto ma sono molto bravi a non farsene accorgere. Perdonatemi, vado a memoria…, come per la frase che dà il titolo al film: per il futuro non sottovalutare le conseguenze dell’amore.
Questo aspetto ha qualcosa in comune con L’uomo in più, sebbene quest’ultimo sia più parlato, più normale, più vissuto. Una frase incisa nel marmo è La verità è che il calcio è un gioco. E non ti si addice, perché tu sei un uomo triste.
Un uomo triste. Perché, come Titta, non riesce a essere gioioso. Non più.
Cosa c’è fuori, Di Girolamo?
Fuori ci sono luci e colori di cui non farò mai parte. Ma lui non parla. Pensa soltanto. E non si può ascoltare quello che pensa. Non può, chi lo circonda.
Fuori c’è il mondo. E io ne faccio parte a modo mio. E sono così caldo che gli altri mi considerano freddo. E disprezzo tanto il denaro che finisco per sembrarci visceralmente attaccato.
Ogni oggetto è complice o nemico di Titta. Ogni situazione, gli è estranea o potenzialmente intima.
Fotografia di un uomo solo.
Peggio.
Non solo, ma in compagnia di se stesso. E non è facile, perché a Titta, per come è fatto, Titta stesso difficilmente potrebbe essere un buon amico.
Ci sono cose prevedibili. O almeno prevedibili da me. Prima che cominciasse la scena dell’accennata masturbazione, ad esempio, ho sentito che ce ne sarebbe stato bisogno proprio in quel punto del film. Ho nettamente pensato ‘ma quest’uomo come reagisce alle sollecitazioni dal sesso, ora che è solo?’. E analogamente, prima della sua telefonata ai familiari, ho avuto un bisogno insopprimibile di capire che passato personale, quotidiano, avesse. Ma, mi rendo conto, se l’ho capito è perché Sorrentino è dannatamente bravo… ha accostato gli elementi portando lo spettatore a pensare come lui aveva desiderato fin dall’inizio.
Suoni, luci, colori.
Cinema grado zero.
Esporre le regole del mezzo cinematografico per esasperarne le potenzialità.
Il cinema è linguaggio. Ha delle regole. Ha una sintassi. Se prendo una regola, un piccolo assunto base, e lo mostro in maniera estrema, anche chi non è al corrente della regola percepisce il significato sotteso ad una scelta stilistico / espressiva. Sorrentino agisce in questa maniera.
Inquadrature fisse, per molto, troppi istanti. Angolazioni wellesiane (leggere principalmente le note su Citizen Kane) che spiegano più dello stesso Servillo, che pure è un gigante. Un silenzioso gigante.
Angolazioni opposte: come riuscire a rendere il limite, il confine sottile che passa tra due opposti a malapena conviventi nello stesso individuo. Dieci secondi dall’alto per mostrare un piccolo uomo, dieci dal basso per tirare fuori il gigante.

Di che parla questo film? Chi è Titta? Che tipo di persona rappresenta? Titta è il dramma della comunicazione, la paura del contatto; paura generata dal desiderio.
Ed è una storia potente, ma magari anche inutile. Perché Di Girolamo / Servillo parla del non pensiero, della non emozione. Ucciso e svilito da troppi anni di pensieri e emozioni. Non c’è davvero bisogno di raccontare. Le cose, gli oggetti, gi sguardi, raccontano.
Ma ho sbagliato, a scrivere così: non chiamatelo, come ho fatto io, Di Girolamo. Chiamatelo Titta, per cortesia.
Così almeno qualcuno starà dimostrando di amarlo.
§§§
Le cose, gli oggetti, gi sguardi, raccontano.
Suoni, luci, colori dovrebbero raccontare.
Incredibile che ciò che mi ha fatto preferire di gran lunga il secondo film di Sorrentino rispetto al primo sia proprio il lavoro di sottrazione. La scelta di affidare la discussione di emozioni e sensazioni a tutto, fuorché alla storia.
Incredibile perché avevo ammirato proprio questo splendore dei sensi in Tutto su mia madre, e in minor misura in Parla con lei. Ma stavolta Almodòvar è stato maleducato. Ha ritenuto di dover spiegare, di dover chiarire, di dover parlare. E si è parlato addosso. Si è dimenticato di far parlare suoni colori e luci. Si è dimenticato che si capiscono molte cose da istanti in meno, e non in più.
Si è dimenticato che non serve spiegare, non siamo a una lezione di storia. Basta intuire e far intuire.
Ero fortemente attratta da questo film come da ogni nuova idea di Almodòvar. E lui, invece, è stato maleducato con me.
Invece di aspettarsi che intuissi la citazione, me l’ha sbattuta in faccia.
Invece di suggerirmi una soluzione, me l’ha spiegata pedissequamente in un monologo inutile.

Invece di suggerirmi simboli e metafore, me le ha sezionate (Queste maschere che hanno da ridere? – Ridono di noi, che è evidente appena i due personaggi implicati in questo dialogo sono di fronte alle maschere, e non mi dite che sono stata io ad aver particolare intuito). Esplicita troppe cose. E mentre lo fa dimentica di controllare l’andamento del film, e slega le parti in un disordine non piacevole, non affascinante, come potrebbe pur facilmente fare, date le sue capacità.
I temi forti come la pedofilia, la corruzione e l’omicidio non mi smuovono più di tanto. D’altronde, sono abbastanza cinica e disillusa di mio da non farmi colpire dalle scelte forti. Che la storia sia o meno autobiografica, nemmeno mi interessa granché, se non come parziale motivazione della confusione creata dalla regìa: evidentemente Almodòvar non è riuscito a distaccarsi dalla storia abbastanza da avere uno sguardo lucido su quello che stava facendo. Eppure, sarò monotona, mi viene in mente In cerca di Amy, che pure è sostanzialmente autobiografico, e non risente dell’immedesimazione del regista nella storia.
Un film disordinato, parlato male e doppiato peggio. Nel film di Sorrentino si sente che i dialoghi non sono verosimili, non sono vissuti, ma è un pregio. Qui sembra di sentir parlare degli interpreti di una pubblicità.
E poi, per cortesia, quella sparata retorica finale tipo b-movie televisivo… Io confesso di essermi messa a ridere, al cinema.
Almodòvar sapeva far parlare tutto, tranne chi lo dovrebbe fare istituzionalmente (la storia). Che ne ha fatto, di questa sua dote?
La scena che mi è rimasta più impressa è qualcosa di molto poco almodovariano… le immagini dei bambini che giocano. E mi piace perché mi sa di Truffaut, perché per guardare quei bambini ha usato un occhio candido e puro, e trasognato, con quella goccia di amaro che contraddistingueva la visione del mondo di François.
§§§
L’ho detto, e l’ho fatto. In parte.
Per questioni personali ho rivisto solo metà di Magnolia. Conto di rivederlo dopodomani, sì, rivederlo, perché vederne solo l’altra metà non mi soddisfa. Ma non vederne nemmeno metà oggi sarebbe stato catapultarmi in crisi di astinenza. Mi sarei rotolata tra i miei pensieri. Avevo bisogno di movimento.
P.T. Anderson si muove. Muove tutto. Muove ogni cosa, e con lui si muove l’essenza del cinema. Il cinema è movimento, e lui muove le cose. Si muove in direzione opposta ai personaggi, butta la telecamera addosso alle persone e agli oggetti, scivola tra le persone e le stanze in (finti o costruiti che siano) piani-sequenza sconvolgenti e languidi.
Mi colpì molto, anche alla prima visione, la scelta del cast. Sembra che tra le sue mani gli attori rinascano. Ad esempio, amo Julianne Moore ma con lui è davvero strepitosa. E odio Tom Cruise, che però in questo film recita davvero per la prima volta (sì, ricado nella banalità, lo si sarà sentito tante volte questo commento sulla faccia di qulo di Cruise).
Sto rileggendo un saggio che si chiama Estetica del cinema, di Mario Pezzella, docente di Estetica alla Normale. Mi ha colpito una frase che, pur non particolarmente originale, mi ha fatto ripensare ad una delle cose che amo di più di Magnolia, e cioè proprio lo straordinario montaggio. Le parole di Pezzella sono: Ogni film è composto da un movimento di inquadrature che dopo un attimo precipitano nell’invisibile; il montaggio tenta di salvarle. Ecco, la vivacità, l’intelligenza, la prontezza del montaggio di Magnolia, risiedono proprio nel dare davvero forma a quest’assunto. La sensazione trasmessa allo spettatore è di trovarsi a metà di una cascata, e tendere le mani per raccogliere gli oggetti che stanno precipitando insieme all’acqua, per prenderne il maggior numero possibile, nonostante il flusso dell’acqua sia inarrestabile. P.T. Anderson ha a disposizione una quantità di informazioni indescrivibile, e tuttavia si dà da fare per recuperare tutti i significati, tute le emozioni che ha bisogno di comunicare allo spettatore. E quindi a volte taglia in maniera brusca, a volte non riesce a staccarsi dalle persone, come negli splendidi piani-sequenza all’interno dello studio televisivo, che contrastano brutalmente con l’inizio frenetico del film, tagliato ferocemente a rischio di perdere qualcosa, pur sapendo che ogni cosa verrà esaminata in seguito.
Non ricordavo, invece, da questa seconda mezza visione, i giochi sul suono… mi sono tornate in mente le definizioni che avevo studiato: ponte sonoro (anticipo dell’audio della scena successiva prima della fine della scena precedente) e suono extradiegetico che diventa inaspettatamente diegetico (la musica montata sulla scena che improvvisamente diventa interna alla storia).
Era uno dei film che ricordavo di meno in assoluto, tra tutti quelli che ho visto in vita mia, e appena è cominciato ho invece realizzato che lo sapevo quasi a memoria, scena dopo scena.
Voglio trattenermi dal dire troppo.
Perché domani lo rivedo, e avrò nuovi lampi negli occhi.
E perché raccogliendo link per questo numero di KynoDev ho trovato cose interessanti che voglio leggere… magari non ne caverò nulla ma a questo punto devo. I link sono questi:
http://www.close-up.it/numero33/section/fp/interviste/intervista_leaud.html
(e ovviamente dovrò vedere Le pornographe)
http://www.giornalediconfine.net/anno_2/n_1/8.htm
(e ovviamente questo mi spronerà a finire in giornata Estetica del cinema)
http://www.frame-tv.com/hard_3.html
(e ovviamente questo… no, meglio non dirlo).
Filed under: Kynodev
[Bryce Dallas Howard / In cerca di Amy / Ubriaco d'amore / Marco Ferreri / The act of seeing]
Io mi sono innamorata.
Siamo d’accordo, non è professionale. E certo non lo è come inaugurazione di KynoDev.
Ma c’è un periodico, che amo, e che ho amato dal primo numero, che è uscito in edicola, e che continuo ad amare ora che è diventato un periodico online. Loro non ce l’hanno fatta, con le spese, ma amo il loro modo di sentire con la pelle il cinema e le immagini, anche quando dicono cose forse poco comprensibili (attenzione: io condivido in pieno questa recensione!), incomprensibili solo a meno che non si abbia lo stesso grado di dissociazione mentale di chi scrive.
Per fortuna li conosco dal primo numero distribuito su carta, purtroppo non li conoscevo prima (pubblicavano monografie), e per fortuna sono riusciti a trasportare tutto in un sito, quando non ce l’hanno più fatta a sostenere le spese dell’edizione cartacea, del quale mi arrivano gli aggiornamenti via newsletter. Parlo di Sentieri Selvaggi. E dal momento che amo il loro modo di sentire il cinema, e amo quel che scrivono anche quando non sono d’accordo, apprezzo quello che hanno da dire perché anche quando non lo capisco, lo sento con la pelle e con gli occhi.
Bene, dicevo, mi sono innamorata.
In una delle ultime newsletter si parla dell’ultimo film di M. Night Shyamalan, che si chiama The village. E in questo film compare questa creatura divina che risponde al nome di Bryce Dallas Howard, di cui allego alcune foto (fanculo anche a IMDB, io ottengo sempre quello che voglio!). Creatura di cui mi sono innamorata senza rendermene conto.



Questa creatura è identica a papà Ron Howard, ma non ne eredita la faccia di scemo americazzone (Ron, scusami, però… la natura non è stata clemente con te!). Mi chiedo chi sia la mamma, ma mi sembra di capire che non faccia parte del mondo dello spettacolo. Scalpito per vederla recitare, visto che, oltretutto, ne parlano ovunque molto bene (del che mi frega poco perché in questo momento gli ormoni sopravanzano i neuroni).
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Vagando fra le news sul sito di Sentieri Selvaggi, trovo questa su Clerks 2, e rimango un po’ perplessa. Amo Kevin Smith, anche se si sta trascinando, e spero vivamente che ci metta molto tempo a completare (e quindi controllare bene) questo seguito perché pur adorando i suoi film, li ritengo delle tremende stronzate (sarà professionale dire stronzate? Bah…), e gli voglio bene diciamo da sorella, ma non posso dare giudizi cinematograficamente positivi. Ho rivisto da poco In cerca di Amy, e mi insegna sempre qualcosa, lo trovo vivo, sentito, positivo, nonostante possa essere sbagliato o imperfetto. E lo amo forse più di Clerks perché c’è una specie di coraggio a mostrare il dolore, di rendere partecipi delle cose anche se non deve essere facile. Un film scritto meglio di com’è girato. Facile immaginare che sia una storia parzialmente autobiografica e che sia dolorosa proprio per lui, il regista che la sta raccontando. Insomma, vorrei che studiasse un po’ di più quello che fa, e rendesse questo Clerks 2 intelligente come Clerks e cauto come In cerca di Amy.
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Non ho visto granché, di recente. Ma ci tenevo a vedere un piccolo film di P.T. Anderson, il regista di Magnolia (bel sito, anche se aspettavo tanto materiale, e invece…). Parlare di Magnolia ora è inutile, non finirei più. Basti dire che l’ho visto troppo poche volte, e desidero rivederlo prima possibile. Anderson padroneggia il mezzo sfruttandolo al massimo, e facendo godere il cinema, fino in fondo.
Il piccolo film che ho visto si chiama Ubriaco d’amore, ed è una deliziosa storia surreale e a tratti grottesca con quell’idiota di Adam Sandler. Sì, d’accordo, non dico niente di nuovo, sarò estremamente banale a parlare male di quest’uomo, che ho visto solo, oltre che qui, in 50 volte il primo bacio e Terapia d’urto. Sì, ok, forse sono troppo dura e la verità è che mi sta sul cazzo e allora automaticamente non voglio proprio doverlo giudicare. Eppure, state a sentire qua: è proprio bravo, e il film è una perla. E ammetto che un attore che ha le capacità che lui mostra in Ubriaco d’amore non è da sottovalutare. Per capire il film, una scena su tutte. Una conversazione surreale (ma direi normale, a quel che si capisce dall’inizio del film) del protagonista con una delle sorelle, conversazione fatta da una cabina telefonica, inquadrata da lontano, fluttuando a distanza, e sottolineata da una musichina che forse ora è più nota perché è stata usata anche in pubblicità, ma che fino a poco fa era stata usata solo in Popeye, di Robert Altman, interpretato da Robin Williams. Ed è precisamente la canzone cantata da Olivia / Shelley Duvall, una vera chicca insomma: il titolo è He needs me. E d’altronde mi sono chiesta se potesse essere un intenzionale omaggio ad Altman, visto che il primo regista a cui fa pensare lo stile di Anderson è proprio Altman. Questa scena è davvero una piccola opera d’arte all’interno del film. Che, per il resto, è un tripudio di colori e suoni, molto presenti. È un gioco cui si cerca di rendere partecipe lo spettatore. È un piccolo segreto, uno scherzo di pensieri a cui si chiede di credere. E, tuttavia, ha anche dei seri spunti di riflessione, sull’unicità delle persone, sulla piena responsabilità delle proprie azioni, sulla capacità di essere diversi e non per questo meno belli, per il mondo. Va rivisto per godere le piccole cose, una volta che se ne conosce la trama (che tiene non poco attenti! Data la capacità di deviare dalla strada più semplice, dalla storia più scontata…).
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Si sarà capito, l’unica altra rivista che amo e leggo è FilmTV. Sì, d’accordo, una volta leggevo Ciak ma lasciamo perdere. E poi altre rivistucole, sì, vabbè, lo dico così la mia ansia di protagonismo si smorza una volta per tutte: CinemaSessanta, ma solo perché un paio di volte ci ho scritto. Lunga storia. Boh,
E insomma, anche FilmTV giace abbandonata insieme alle mie tante di cinema, sul pavimento della mia stanza, in grossi mucchi in attesa di scansione e archiviazione (o bella, tra circa 10000 libri, 3000 videocassette, migliaia di cd, miglia di foto, avrò pure il diritto di liberarmi di qualcosa, ogni tanto! Se a passarlo allo scanner e conservarlo su computer occupa meno spazio ed è più facilmente fruibile…)
Ad ogni modo rientro in tema.
FilmTV oltre a essere l’unico settimanale di cinema (a meno di smentite! È una vita che non vado in edicola, le riviste le compra mammà…) è anche il posto dove c’è la più alta percentuale di persone competenti, intelligenti e piacevoli anche in caso di aperto contrasto d’opinioni.
E quindi quando sul penultimo numero ho visto uno speciale su Ferreri non ho potuto non fare uno strappo alla regola e scansionare l’intero articolo.
E a metterlo qua (sorry, non ce l’ho fatta a crearlo PDF, avrei preferito).
Tra l’altro erano vari giorni che avevo in testa L’ape regina, e vorrei rivedere un film di Ferreri, uno qualsiasi, purché possa ricordarmi la piacevole drammatica austera cinica atmosfera che si respira nei suoi film. No, forse cinico non è, forse è solo obiettivo.
E inoltre nello stesso numero è uscita la locandina de La grande abbuffata,

che è un film che adoro, perché purtroppo sento dentro, irreprimibile (esiste questa parola?), una simile tendenza all’autodistruzione (per carità! Con le dovute proporzioni…); e poi lo adoro anche perché c’è Tognazzi, alter ego di Ferreri e suo attore feticcio, che dà davvero il meglio. Che, inoltre, ha ricreato un po’ dell’atmosfera del film, a modo suo, nel libro L’abbuffone, di cui ho letto l’introduzione. E che sento molto mio, indipendentemente dal fatto che ho sempre adorato in maniera irrazionale lui come persona. A pelle, come di pelle io vivo il cinema.
§§§
Ma non di sola pelle vive l’uomo. E sapevo, perché lo avevo studiato, che c’erano cose simili, nel mondo. Avevo forse rimosso perché per quanto colpita dallo studio e dal concetto e dall’idea di un’arte come concetto e non solo piacere degli occhi (grazie, François, per questa definizione!), l’ipotesi di vedere certe cose mi infastidiva. O forse all’epoca, quando le ho studiate, nel 1999/2000, non mi infastidivano e quindi non mi avevano nemmeno colpito più di tanto. E invece a trovarle, ora, così facilmente, mi hanno un po’ sconvolto.
Sì, confesso: ormai senza il mondo del P2P non campo. Ma non perché ho bisogno di tutto quello che voglio, anzi. Solo perché senza di esso non posso soddisfare le mie voglie di cinefila, di conoscere cose anche brutte ma che vorrei studiare e capire. Cose che spesso è difficile trovare anche nelle migliori videoteche tipo quella del DAMS di Bologna, figuriamoci in quella sotto casa.
Beh, sto prendendo materiale davvero raro.
Ho preso di recente Meshes of the afternoon di Maya Deren, vero caposaldo del cinema sperimentale del dopoguerra, cosiddetto, poi, underground (per chi ha interesse nelle categorizzazioni, io non son brava in queste cose, schedo solo film e libri). Poi ho guardato cos’altro aveva questo utente che me lo aveva fatto scaricare (anche perché andava velocissimo…) e ho trovato roba di Andy Warhol, Stan Brakhage e Kenneth Anger. E ho scaricato, come si suol dire, a palla.
Beh, non voglio stare certo qui a spiegare il concetto che vive dietro alle opere di questi che ho appena nominato, chi se ne vuole fare un’idea può cercare qualcosa (e che devo dire tutto io?!?) oppure, visto che ho avuto un colpo di… destino, leggersi quest’altro articolo, presente sullo stesso numero di FilmTV, che approfitta della triennale su Warhol a Milano per accennare qualcosa su quel tipo di arte.
Ora, non voglio discutere sulle 36 ore di ripresa di Empire State Building di Warhol, o sulle non so più quante ore di blowjob, perché ci sono delle idee, e non le discuto, anzi le rispetto e le ammiro.
Ma devo dire che quando tra le cose che ho controllato, in mezzo a quelle che avevo preso dallo stesso utente, ho trovato The act of seeing, un moto infantile, di sbarrarmi gli occhi, l’ho avuto.
Ok, poi posso anche ragionare e magari riesco pure a vedermelo.
Però 31’53” (almeno quello che ho io) di autopsie dettagliate, per favore, non mi chiedete di reggerli per intero.
Lo so che non è un parere tecnico e artistico, ma, dio mio, non posso.
Poi, c’è sempre il dibattito vivo tra arte come concetto e arte come godimento. E di questo possiamo anche parlare.
E tra parentesi, per concludere questo post alle 04.49 di mattina, temo anche che il mio sonno sarà turbato da pezzi di carne, sangue e tessuti. E non chiedetemi di elaborare altri concetti perché se continuo a elaborare davvero non dormo.
Buonanotte.





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