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Passai la giornata come molte altre, ad aspettare una telefonata un sorriso un sussurro.
Solo il sorriso mi arrivò. Venne da chi mi era di fronte in autobus, una trans sudamericana. Naturalmente avevo deciso che fosse una trans, ossia che fosse o fosse stato un uomo, mi sembrava fin troppo chiaro che ne aveva tutte le caratteristiche.
Bionda, molto alta e molto massiccia benché magra, la bocca un po’ storta tipica di chi la atteggia a bocca piccola ma senza successo, occhi spauriti da bambino abbandonato, mani chiaramente grosse e nodose da maschio. Rimasi turbata da alcuni segni sulla pelle che sembravano voler chiacchierare con me, e si presentavano come bruciature da sigaretta o da ferro da stiro. Le vidi, e me ne feci accorgere, perché lei subito chiuse le nocche le une nelle altre, ruotando gli occhi in basso, a nascondere i pensieri. I segni mi erano rimasti impressi nella retina, per sua sfortuna. Immaginai troppe cose sul loro conto, finché fui costretta a trasferire altrove i miei pensieri, per non scoppiare a piangere in quell’istante.
Le bruciature volevano dirmi che c’era qualche storia cruda e violenta, banale, ma cruda e violenta, che c’era un uomo senzapalle dietro la vita di quella donna, e troppo poco tempo per essere felici.
Io felice non lo ero. Contenta, forse, a volte. Odio la contentezza, la radice è la stessa della parola accontentarsi, e a me non piace accontentarmi, non mi è mai piaciuto; un giorno vorrei cominciare a godermi qualcosa che sia riuscita a raggiungere faticosamente ma volontariamente, e che non sia solo quello che mi viene presentato.
La trans mi sorrideva e io ora volevo davvero piangere. Avevo bisogno di farmi male per far venire fuori le lacrime, e non ci riuscivo in alcun modo, né con musica puttana, né con film traumatici e consapevoli.
Mi sentivo una ladra. Quel sorriso era stato un furto. Provai più volte a restituire il maltolto sorridendo a mia volta agli estranei, ma il senso di colpa non voleva abbandonarmi.
Più tardi, al supermercato, mi stupii di me stessa. Il commesso ci provò con me, ma non fu quello che mi fece stupire. Mi turbò il fatto di aver compreso il meccanismo con cui l’aveva fatto, di averlo interpretato nella maniera corretta benché non mi fosse mai capitato prima. Come capire le regole di un gioco che non si conosce, senza che qualcuno te l’abbia spiegato prima.
Gli diedi uno di quei sorrisi rubati alla trans, e poi gliene diedi un altro mentre passavo oltre la cassa, e un altro ancora mentre cominciavo a imbustare la spesa. Gli consegnai l’ultimo insieme al bancomat, e fu allora che capii che erano stati troppi sorrisi e che l’aveva interpretato come un segnale di avvicinamento. Forse era stato incoraggiato anche dall’avermi percepito compaesana, cosa che naturalmente avevo registrato anche io, come sempre, come ogni straniero fuori sede, e forse gli era suonato familiare, o qualcosa come un segno, o magari lo aveva solo stuzzicato. Mi porse la tastiera per digitare il pin, ma non tolse la mano, o meglio: aspettò che lo prendessi io, per mantenerlo mentre premevo i tasti, e lui rimise la sua mano sulla mia, niente di invadente, solo quel tanto sufficiente a sondare la situazione con me, a vedere se tiravo indietro le dita, se scattavo indietro colpita dal gesto o rimanevo lì, a contatto con lui. Ebbi la chiara sensazione che facesse parte di un rituale, che fosse un primo (vagamente) esplicito approccio, a cui avrebbero potuto seguirne altri. Non tolsi la mano, non spostai nemmeno un po’ le dita. Sapevo che mi sarei trasferita a breve e non lo avrei più rivisto, avrei cambiato zona e quindi supermercato abituale.
Avevo ancora troppi sorrisi addosso. La trans mi aveva sorriso una volta sola, ma addosso a me quel sorriso si era frantumato, per poi moltiplicarsi all’infinito. Quel sorriso puro, idealmente puro, che la mia fantasia aveva ingenuamente popolato di fantasmi, mi aveva violentato. Eppure ero nera, e il nero che mi avvolgeva non si scioglieva al passaggio di quel sorriso.
Nessuna telefonata arrivava, e per non pensare cominciai a dirigermi a casa di Lara. Tanto sapevo che non avrei avuto il coraggio di andarci davvero. Mi serviva solo a pensare a qualcosa di diverso. Lara è diversa.
Lara ha la pelle morbida, e gli occhi accesi. E’ quel che cercavo. E’ quel di cui ho bisogno fin troppo spesso, qualcuno che non si spenga come faccio io. Ho guardato tante volte i suoi occhi e li ho visti spegnersi una sola volta: una volta sola e mi è bastato ad avere la certezza che non mi piacesse, quello spettacolo così, quegli occhi vispi di colpo svuotati. Non mi è piaciuto soprattutto perché non ho trovato dentro di me niente che fosse sufficiente a riempirli.
Poi per fortuna si è riaccesa. Lara riesce sempre a riaccendersi.
E se la adoro, è anche perché, a differenza dei miei vuoti, ho visto i suoi passare e morire, mentre i miei vegetavano in attesa di una gloriosa e melodrammatica dipartita.
La prima volta che l’ho vista ho pensato a lei come a tutto il sole che riesce a entrare di prepotenza in una stanza, cose che non si raccontano, cose che si possono solo piangere di gioia. Mi è passata accanto e ho avuto la fortuna e la furbizia di non lasciarmela scappare. Ma un giorno lei come tutti gli altri sparirà, perché smetterò di rincorrere tutti, tutti quanti, tutti gli altri che non vogliano rincorrere me.
Passai davanti al portone di Lara, come previsto, senza avere davvero la voglia di suonare il citofono. Non se ne accorse nessuno. Oltrepassai il civico giusto e continuai a scrutare le case come se stessi passando per quella stradina per la prima volta. Ormai era sera e faceva freddo, non abbastanza da farmi tremare, nonostante la forte umidità. Ma tremavo per le attese, perché sentivo, e avevo paura, che si stessero esaurendo.
D’altronde, di sabato non ci si parla. Per questo lo odio. Odio davvero il sabato.
Era l’ultimo sabato dell’anno.
Di sabato anche gli amori più ostinati muoiono. E la domenica non arrivano resurrezioni.
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Una donna su una sedia a rotelle, un bambino, un cane.
Mi bloccano il passaggio, mi agganciano nel mio cammino sganciato e nel mio percorso lento e assente senza sensi.
La donna è bella come chi è felice da poco, il bambino fragile come chi ha ancora gli occhi chiusi, il cane riconoscente come un animale amato a lungo.
Una donna un bambino e un cane. Famiglia.
Sono famiglia come i due uomini nell’autobus, l’egiziano e il siciliano, senza nomi e senza patria, sono famiglia, loro sì, io no.
Senza conoscersi si scambiano parole, dolori, foto di mogli, consigli, sbagli.
Sono famiglia.
Io no.
Sono assente.
Sono assente fra i tetti che non incoraggiano lo sguardo.
Sono assente tra gli sguardi che mi scavalcano.
Sono assente per ogni notte che si ferma troppo presto.
Se sono assente mi si blocca la ricerca d’immagini.
E di volti sinceri.
L’egiziano ha una moglie lontana, io una scatola cinese vuota, perché quando sorrido a tutti, rubo un sorriso a me.
Una donna un bambino un cane.
Attraverso nel buio pesto, scuro come quei due occhi.
Al mio ritorno, lei si è seduta, io mi sono tirata indietro per farle spazio.
Aveva la pelle lucida, brillante, tesa.
Aveva quella pelle perfino sulle caviglie.
Aveva un fondo vivo dentro agli occhi.
Le ho chiesto ’sei del sud?’, ma senza sentire le mie parole.
Le ho chiesto a chi pensasse e per chi sorridesse in quell’istante.
La lenta morsa alla gola mi aveva tirato via.
Via dalla donna dal bambino dal cane.
Via dall’egiziano, via dal siciliano.
Via da quel balcone col manichino vestito in modo buffo, che avevo deciso di fotografare.
Via dalle notizie di me che confezionavo ogni mattina.
La donna il bambino e il cane sono rimasti là.
Ed io sono fuggita.
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Non so nemmeno come mi possa essere venuto in mente di provarci.
E’ stato la notte prima della separazione definitiva.
Lasciarci, beh, ci eravamo già lasciati. Ma la coerenza non è il tuo forte, o meglio, poteva anche non interessarci del tutto. Da quando ci eravamo lasciati avevamo scopato altre due volte, e ti era perfino piaciuto.
Tra noi due la parte indecisa della coppia non ero io, quindi era strano benché appagante che ti fosse piaciuto.
Io posso parlare per me; e avevo fatto di tutto per farti godere, di tutto, ma ti aveva preso il sonno, mi avevi fermato assicurandomi che andava bene così, che non era importante, che stavi bene.
Certo, non quelle scopate dei primi mesi, quelle lunghe che ci sfinivano, quelle riprese nella notte dopo una breve parentesi di sonno.
Allora ancora mi stupivi: nella notte mi cercavi, ed io ero là, rispondevo subito, tempo di reazione zero, mi facevi sorridere, ti guardavo dall’alto mentre ti impossessavi di me semplicemente infilando la tua testa tra le mie cosce.
Ci mettevo poco, venivo subito, ti tiravo su per sentire la tua lingua col mio sapore sopra, ricominciavo, ricambiavo.
Era bello. Era sesso ma già ci amavamo.
La notte prima del trasloco un affanno al cuore mi gridò, con urgenza, una voglia di te che solo può capire chi si è concesso la scopata d’addio.
Su nessuno dei due fianchi riuscivo a prendere sonno, pensavo al tuo corpo dall’altro lato, accanto a me ma irraggiungibile, pensavo alla tua pelle liscia, ai fianchi sui cui avevo poggiato tante volte il mio collo, al tuo sesso che mi faceva impazzire, buono quanto la tua lingua, eccitante quanto la tua bocca, il tuo sesso e basta. Il tuo sesso è te, con tutte le tue contraddizioni e i tuoi difetti.
Ed io continuo ad amarlo perché non riesco ancora a smettere di amare te.
Pensare è una parola grossa, però, perché nel buio del letto non pensavo.
La testa mi pulsava come fosse un grosso cuore.
Aspettai di sentirti girare su un fianco per avvicinare il mio corpo al tuo. Feci finta di avere la delicatezza di non prendere a masturbarti subito. In realtà il mio primo bisogno sarebbe stato quello di usare la bocca, lo è sempre. Ma già sapevo che se avessi sentito da subito la mia lingua avrei generato in te uno scatto violento.
Feci finta di volerti solo abbracciare, e di allungare lentamente le dita su parti del corpo non sospette, cosa che mi è facile, di solito, perché hai, stranamente, poche zone erogene. E in più dormivi.
A un certo punto, sapendo che i tocchi leggeri ti avrebbero fatto il solletico, ho steso tutto il braccio dal fianco al ginocchio, premendo sulla pelle con forza, massaggiandoti la coscia, sperando ancora che non ti svegliassi.
Quando poi la mano è slittata davanti, sul bacino, e ha cominciato a masturbarti, e sentivo che ti eccitavi, lo sentivo, non puoi negarlo…!, bene, è stato allora che ho cominciato a eccitarmi davvero anche io.
Fino ad allora cercavo di usare solo la testa, per sentire, nell’istante in cui sapevo di amarti, se il mio amore poteva bastare a entrambi, sai, quelle cose idiote che si dicono.
Io l’ho sentita dire ad un sacco di uomini e non me ne stupisco. Prima sì, ora non più.
Sentivo che ti eccitavi, sentivo il sangue, sentivo il respiro.
Poi ho sentito l’ultima agghiacciante cosa.
Ho sentito la tua mano che si muoveva a raggiungere la mia. Ho pensato, è fatta.
E invece me l’hai presa e me l’hai tolta, rannicchiandoti molto di più per non rischiare che ci riprovassi.
Non ho nemmeno avuto il coraggio di masturbarmi con rabbia, né il dolore sufficiente a piangere.
Non sentivo più niente. Negandomi il sesso, mi impedivi di volerti bene, visto che è il modo migliore che conosco per dimostrarlo.
Non sentivo niente. Potevano essere le quattro, e non ho più chiuso occhio.
Quando all’alba hai cominciato a preparare la colazione, prima di iniziare a riempire il furgone, probabilmente non hai neanche realizzato cos’era successo.
Erano appena le sette. La mia volgare ironia mi fece pensare che ci ero riuscita, a rendere molto più dura la giornata. E quella soltanto.
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Sono là e gli dico le ultime mie parole.
Le ultime nostre.
Ancora non so quanto mi concederà di stare qui e per quante ore mi urlerà contro quando si sarà sbarazzato di me.
Sono là, o meglio sono qua, e mi sembra di sentirmi mentre le conto, le mie parole.
Sento la mia voce, la mia voce giovane, che rincorre la sua, dire cose superflue, e bruciare il conto alla rovescia dei discorsi fatti.
E’ sera, questa ultima sera funesta e funestata anche solo dal mio malumore.
“Mi si sono rotte le scarpe.”
“Che scarpe…?”
“Bugia. Se ne è rotta solo una, il sandalo sinistro. Si è spezzato a metà. Non posso più camminare.”
Seduti su uno scoglio, con poche cose da dire, aspettiamo il tramonto per licenziare anche questa giornata.
Seduti o meglio stesi; fa sempre così caldo, e ora mi si è anche spezzato il sandalo.
Questo finale triste mi riporta alla testa, logicamente, l’inizio allegro. L’inizio in quell’ora della mattina popolato solo da qualche pescatore, a cui tendevo l’orecchio per imparare parole nuove del dialetto, di questo dialetto, questa lingua che immaginavo nata con la fretta dentro perché lo parlassero persone troppo calme.
Nemmeno tutto, nemmeno uno intero, di quel sole. In quell’inizio, come in tutti gli inizi felici, eravamo risaliti in auto per andare a fare colazione, con la calma che compensava le corse della partenza, con la tranquillità dei primi clienti di qualche bar, come sempre finivamo per essere.
Nei silenzi di quei bar ogni tanto ci capitava di soffermarci su una radio, ci sembrava di intuire combinazioni magiche, ci fermavamo come bambini a credere nelle coincidenze: ma forse era stata solo una volta, quella davvero singolare, in cui si erano susseguite solo canzoni del 1977, e ci avevamo quasi creduto.
Il mio sandalo non è particolarmente bello, solo molto comodo, e mi fa pensare di non essere degna nemmeno di una piatta comodità. Pensare mi fa dimenticare che dopo le pause riprenderai ad urlarmi contro, fino alla mia resa.
Ogni tanto, in queste pause, mi guardi perfino; forse credi che non me ne accorga, e io per dispetto non giro mai lo sguardo nella tua direzione. Una volta facevamo questo gioco in macchina: e al primo segnale, appena capivo che stavi per tornare con lo sguardo alla strada, tu controllavi lei e io controllavo te, e poi ti guardavo le ginocchia, quelle gambe lunghe e sinuose di cui mi ero innamorata in meno di un istante, le ginocchia che avevo voluto subito toccare insieme alle nocche e al bacino, come mi viene d’istinto, rapita da ossa e sporgenze. Seguivo le tue nocche modellarsi sul cambio, immaginando la sensazione del loro movimento come fossero mie.
Il contatto con la tua pelle mi fa ancora impazzire.
Mi dicesti queste parole soffiate, senza preavviso, in un momento in cui avevo bisogno di sentirmele dire.
Sempre così incerta, sempre così insicura, sempre in bilico sulle mie certezze quando non posso vedere se gli altri mangiano i miei respiri.
Qualche secondo dopo avevo gli occhi lucidi, e mi si erano esaurite le parole.
Il contatto con la tua pelle fa ancora impazzire me, soprattutto perché ormai mi è negato.
Mentre mi stai consegnando la tua ultima sentenza di divorzio, la mia testa con un meccanismo automatico determinato dall’istinto di conservazione, doppia l’audio, azzera la versione originale, e ci sostituisce questa frase.
Il contatto con la tua pelle mi fa ancora impazzire.
Ho amato uomini e donne solo perché la loro pelle era geneticamente compatibile con la mia, continuerò ad amare la tua nonostante appartenga a te e non a me.
Mi toccherà spezzare anche l’altro sandalo per andare via.
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Quelle persone che seguirei
ancora mi somigliano, forse: e tutti quei gesti
che tengo per me, quelli e altri, andrebbero
impacchettati e consegnati, o sciolti nell’acido.
Dovrei staccarmi le mani e regalarle al primo venuto.
Dovrei chiudere gli occhi e ascoltare cosa ho ancora da dire.
E poi, forse, verrei io, davvero.
Ma un giorno, di quelle storie di cui quando siamo partiti
ancora non conoscevamo nulla, ancora non sapevamo la fine,
ebbene, di quelle, andrebbe fatto un riassunto
per capire se servono. Per capire se ci vogliono rimanere dentro.
Per scorgere del posto rimasto vuoto per sviluppi futuri.
Forse non sono io.
Forse ho cominciato a sorridere di chi cercava
un significato ambiguo nei miei anelli,
di chi contabilizzava i miei buongiorno e buonefeste,
di chi si arrampicava per stare più in alto
e poi guardarmi in basso, miope.
Ho smesso di odiare nel modo in cui ho odiato tutti,
un modo inaccessibile, quel modo definitivamente secco e duro.
Col freddo, con l’invisibile rabbia,
ho dovuto fare i conti in certi giorni
e in tutti gli altri, tener per me le briciole,
senza poter guardare, senza potermi vedere.
Il modo, il mio, è diventata l’unica speranza alla fine di una giornata,
a volte l’unica risorsa in una gabbia stretta,
abbandonata nel fossato, troppo lontana da tutti i suoni.
E’ stato il modo di quelli in crisi di coscienza, o in calo di ascolti.
Il modo di quelli che sbagliano la rotta
nel punto più nascosto e buio dell’oceano, e non sanno di dover sollevare lo sguardo.
E’ stato odio ogni singolo istante che non c’era spazio per amore.
Un modo che ha vissuto sconosciuto in un mondo troppo conosciuto,
perché con la gente difficile ho dovuto odiare da professionista.
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E’ una donna fatta, ma ancora non lo sa.
Quando giocava, da piccola, al ritorno si chiudeva in camera sua e pensava a una casa tutta per sé, alle differenze con una stanza singola, e immaginava che tende avrebbe scelto, e chi le avrebbe montate; non aveva idea che l’occasione le si sarebbe presentata così vicina, così presto, così a portata di mano.
Lei e il padre salgono sull’autobus che va alla polisportiva. Non c’è tempo, per altri osservatori esterni, per riporre i libri, fermare lettori mp3, richiudere le riviste, non c’è modo di scrutarli e capirli perché l’autobus si svuota all’altezza della zona industriale e nessuno vorrà più guardarli.
Nessuno eccetto me. Io rimango perché ho capito che devo trovare il modo di scrutarli e cogliere particolari, anzi scrutare lei, divorare lei, non importa altro, avrò il tempo di fissarla, anche se non avrò il coraggio di innamorarmene. Per cui, io rimango nonostante sappia che mi toccherà un ritardo in ufficio, rimango anche se farò fatica a non farmi notare, rimango perché ho bisogno di capire chi è che sto guardando.
Lei non è ancora nessuno per gli altri, ma lo diventerà perché lo è per me che l’ho già fiutata.
Vanno verso la periferia perché lei deve allenarsi, ha una partita a breve e non vede l’ora di stancarsi tutto il giorno sotto gli occhi vigili e rassicuranti del padre.
Quando giocava da piccola non aveva la maglietta del Brazil che indossa ora, perché i genitori non erano riusciti a trovarne una della misura giusta.
Quando era piccola in fondo non era tanto tempo fa. Avrà sedici anni e gli occhi acuminati di una volpe, o di una donna che sa quanto piacere vuole.
Lei e il padre hanno due volti greci, il che quasi certamente vuol dire che lui è un napoletano trasferitosi a Firenze, e che lei, quindi, pur nata a Firenze, è cresciuta in un misto meridionale e straniero. Hanno volti e fattezze, greci, per la precisione, perché sono anche piccoli di statura, e agili di movimenti.
Il padre ha un volto così greco che sembra un personaggio pasoliniano, occhi piccoli e vigili, volto scavato, mani nervose. Lei invece è morbida ma ha ancora un residuo genetico di quel nervosismo muscolare del padre. Ha bisogno di lui e lo cerca con lo sguardo appena mette piedi sull’autobus, e lui non fa niente, ma la rassicura. Il fatto che riesca a darle sicurezza con uno sguardo mi farebbe quasi urlare di dolore se la mia parte razionale non mi ricordasse che, ehi, è una cosa bella, una di quelle per cui si sorride, non si urla. Casomai si piange.
Hanno entrambi una sorta di strano languore del respiro, che ti fa venir voglia di toccare quelle ossa, di incorniciare con una mano quel volto e sentire il calore appoggiarsi nel palmo.
O forse, è il mio desiderio accumulato che parla, e che mi ha chiesto, appena li ho visti salire, se potevo conoscerli, se potevo sentirli un po’ miei.
Si capisce subito, insomma, è una piccola giocatrice di calcio. Ha la maglia del Brazil, dei pantaloni al polpaccio, viola, leggeri. Sandali infradito sportivi, non ‘carini’. E’ tremendamente donna, come dicevo, ma non lo sa. E’ tremendamente donna già in tutto questo, e forse pensa di esserlo perché si concede, unico tocco di colore personale, smalto alle unghie di piedi e mani. Rosso ai piedi, perla alle mani. Ha le unghie curatissime e muove le mani come penso che dovrebbe fare una modella.
Eppure è un’atleta, si vede, è sportiva, è scattante, è fluida. E’ forte e resistente.
Ammetto con me stessa, o meglio, chiacchierando col mio desiderio ammettiamo insieme, che avrei dovuto scattare una foto invece che scrivere un racconto. La mia foto c’è, in effetti, ma la posso vedere solo io.
E’ armoniosa e altera. Ha un naso lungo e affilato e le labbra sottili, tutto in linea con questi lineamenti squadrati ma luminosi. Mi basta guardarle gli occhi per capire che è convinta di essere sulla strada giusta. Ha voglia di fare cose, ha voglia di andare ad allenarsi. Guarda fuori, guarda lontanissimo, è piena di pensieri per la testa.
D’un tratto si volta verso il padre: “Cazzo, se continua a chiudersi così, il tempo…”. E lui: “Non ti preoccupare”.
Alla fine della settimana ci sarà l’incontro della sua vita, quello che le darà la possibilità di avere una casa per sé, di viaggiare, di fare quel che più desidera al mondo, quello che la fa sentire viva, quello che la fa stare bene con se stessa e con gli altri.
Le hanno già fatto un’offerta ma sarà la giornata di sabato a vederne definiti i particolari. Potrà avere una casa, potrà scegliere le tende. Potrà aspettare a diventare grande, se lo desidera. Potrà incominciare a vedersi allo specchio come la vedo io, forse.
Ma lei è irrequieta. Snoda quelle ginocchia lisce e prende a dondolare le gambe. Il padre reprime una fronte contratta e le si avvicina, appoggiandosi con le mani sulle sue spalle e carezzandola, lentamente, solo con piccoli movimenti dei pollici.
Ed è allora che io non ho più bisogno di vedere altro e decido che posso scendere, nonostante non sia la mia fermata.
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Ventisei dicembre
Ore 10.14
Ci sono dappertutto nuvole con i bordi oscenamente netti, come tagliati da un rasoio: non le capisco. Sembrano incise di fresco e lasciate così affilate per poter ferire qualcuno. Me di sicuro. Si potrebbe prender la matita e disegnarci il contorno; anzi, ora prendo la matita e lo faccio.
Un uccello piccolo e nero inganna il mio senso della prospettiva spacciandosi per un falco e ricordandomi che non posso. Non ho matite, nella borsa, solo penne, stavolta, non come al solito, con la scatolina di mozziconi quasi finiti: e con la penna rischierei di sbagliare e non poter cancellare. Devo rifare tutto da capo.
Ore 13.14
Il mio sguardo è fisso sul vetro del treno, metto a fuoco la finestra e non quel che c’è fuori, lo faccio spesso.
Poi il movimento risveglia i miei occhi ciechi, è il controllore che scruta per l’ultima volta i vagoni prima di risalire e far cenno di ripartire al compagno.
Pochi minuti dopo è davanti alle mie sei poltrone vuote, beh, logicamente vuote a parte me.
Come sempre, sorrido mentre gli porgo il biglietto. Come sempre, non alzo gli occhi verso i suoi, regalando gratis le mie labbra accomodate a sorriso.
Ma stavolta, dietro il rifiuto dello sguardo, confesso anche la mia debolezza: non voglio incrociare i suoi occhi perché ho paura che non risponderebbero, e ho il terrore di non poterlo sopportare.
Ore 16.14
Tornando a casa sono quasi caduta, incespicando su alcune pietre smosse, sul vialetto. I bambini del piano di sopra devono aver di nuovo giocato a rincorrersi senza rispettare le regole condominiali. Ci ho messo qualche istante in più a infilare la chiave nella toppa, dopo.
Non ho tempo da sprecare, ho pensato richiudendomi la porta alle spalle e intercettando in lontananza lo scalpiccio di quei sei piedini. Sei piedini che, evidentemente, avevano intenzione di sfruttare l’ultima ora di sole per sfogare la loro carica ormonale.
Non amo i mocciosi.
Non amo le persone in generale. Non a modo loro. Non come è opportuno che sia.
Ho lasciato la borsa nell’ingresso e i vestiti in cucina, sebbene non ce ne fosse alcun motivo. In assenza di palazzi di fronte a me, mi sono presa la libertà di circolare nuda sul balcone, e sentirmi asciugare lentamente addosso gli ultimi sudori della metropolitana, prima di concedermi una lunga meritata doccia.
Ventisette dicembre
Ore 07.14
Mi sono svegliata in ritardo, e mi ha sorpreso, data la mia proverbiale puntualità; anche perché solitamente più che puntuale sono in anticipo, e non ho mai bisogno di sveglie.
Ho cercato di ingannarmi tenendo gli occhi aperti nel vuoto nero della stanza ancora buia. Odio il buio, ma a volte mi piace sentirne la consistenza, invitandolo nella mia camera da letto a dispetto delle mie stesse regole.
Ore 12.14
La giornata mi è passata davanti senza particolari eventi da sottolineare. Sono seguace dell’equilibrio, degli equilibri, un rimprovero da parte di un superiore viene annullato da un sorriso non richiesto eppur gradito della donna delle pulizie; oppure il contrario.
Durante la pausa pranzo non avevo fame, ma voglia di camminare. Non abbiamo orari, il mio stomaco ed io, né misura. Per cui a mezzogiorno ho scelto di trascorrere tutta la mia pausa tra le bancarelle dei libri usati in piazza, davanti all’edificio dove lavoro. Anche se poi, come sempre, compro poco o nulla, e la cosa che preferisco è leggere frasi a caso per vedere che effetto mi fanno, per fantasticare sulla storia che le contiene. Le frasi decisamente interessanti finiscono nel mio taccuino delle frasi, che non sono propriamente citazioni, ossia paragrafi di senso più o meno compiuto pur se estrapolate dal contesto. Sono proprio fulmini senz’altro scopo.
E non devono necessariamente essere romanzi, quelli da sbirciare.
Un libro mi ha invitato ad essere aperto a metà, oscenamente, in un punto in cui delle pagine si erano strappate. Ho indietreggiato di molto e ho trovato uno splendido “Ed eccola qui, ancora viva, e aveva quasi dimenticato che doveva morire”.
Mezz’ora dopo, ormai senza più entusiasmo, un piccolo libro esteticamente inadeguato mi aveva consegnato un avvilente “Alla fine mio padre prese l’abitudine di uscire di casa la mattina come per andare al lavoro”.
La rassegnata anormalità suscitata dal connubio delle due frasi mi ha impensierito, confesso, e mi ha accompagnato fino a sera.
Ore 20.14
Sbadiglio davanti ad una televisione muta, consapevolmente muta perché col volume ridotto a zero. Ogni tanto mi assopisco, e solo quando un’immagine curiosa attira la mia attenzione, accetto di ripristinare l’audio. Durante una pubblicità mi ricordo che ho comprato un libro, mentre mi stavo avviando in ufficio alla fine della pausa; un romanzo così malconcio che non ho voluto nemmeno sfogliarne le pagine per paura di perderne qualcuna.
Lo apro verso la fine, o dovrei dire si apre verso la fine perché contiene una foto in bianco e nero di una bambina bruna in impermeabile; una bambina fragile in impermeabile galosce e cappello, come quello dei pescatori.
Nella mia testa in una frazione di secondo quel completo diventa arancione, senza altro motivo se non un’associazione automatica con qualcosa che si è perso nei tempi della mia infanzia. Dimentico il libro e accomodo la foto accanto a me, sul divano.
Ventotto dicembre
Ore 03.14
Apro gli occhi con naturalezza, senza panico, senza affanno da incubi, come se semplicemente avessi smesso di tenerli chiusi. Ripercorro mentalmente le stanze della mia casa, appuntandomi di controllare qualcosa al mio risveglio o comunque prima di uscire per recarmi al lavoro. Salto di proposito la stanza dove c’è lo studio e mentre proseguo con la lista di cose da ricordare, mi riaddormento, dimenticandole tutte.
Ore 08.14
Prima di chiudermi la porta di casa alle spalle ritorno sui miei passi, rovistando sul divano. La bambina si era infilata tra due cuscini, ho appena il tempo di tirarla fuori che sento il pavimento tremare per l’arrivo del treno. Devo correre ma mi prendo il lusso di sfilare il portafogli dalla tasca dei pantaloni per riporre con cura la foto. Mentre salgo sul vagone, appena in tempo, per fortuna, a causa di un ritardo nelle coincidenze, comincia a piovere a dirotto.
Ore 15.14
Sono rientrata da poco in ufficio quando un collega mi chiede di sbrigare per lui una commissione che gli impedirebbe di finire la relazione da presentare nel pomeriggio.
Acconsento perché mi permetterà di perdere più tempo del previsto, data la pioggia.
Cammino lenta, riparandomi con l’enorme ombrello che lascio sempre, di riserva, in ufficio. A metà strada aspetto troppi semafori verdi, senza rendermene conto, perché una donna con un buffo impermeabile arancione all’angolo di una strada si ripara dalla pioggia insieme ai suoi cani, sotto un cornicione. Per qualche minuto, non so per quale motivo, immagino che sia una vagabonda e mi trattengo a stento dall’andarle a parlare, anche se non so assolutamente cosa potrei chiederle. Poi qualcuno mi urta, finita l’attesa del verde davanti alle strisce pedonali, e vengo praticamente trascinata sull’altro marciapiede dalla folla.
Ore 22.14
Dopo avermi tenuto compagnia per l’intera giornata, la bambina si è aggiudicata un posto nel mio archivio. Lei non sapeva che avrebbe fatto questa fine, eppure c’è arrivata.
Il mio archivio composto di orfani è quasi inutile quanto il taccuino di anti-citazioni: servirebbe a darmi spunti per inventare storie, o forse a ricordarmi le emozioni che possono aver generato nei legittimi proprietari. E’ una vecchia scatola di sigari che mi sono fatta regalare dal tabaccaio sotto casa, è grande e leggera e ha un bellissimo cordino che si arrotola sul perno della faccia frontale: e contiene solo oggetti non miei, trovati sempre per caso, raccolti sempre di nascosto.
La bambina senzacolore si accomoda sotto ad un fermaglio per capelli trovato una sera su una panchina, assolutamente inutile per una con i capelli a spazzola come me; e copre il programma di un teatro evidentemente troppo poco interessante per essere consultato più di una volta.
Mi dimentico perfino dell’arancione immaginato.
Ventinove dicembre
Ore 09.14
L’ufficio è gelido. Qualche complicazione tecnica ha costretto l’amministrazione a rimandare la soluzione alla fine delle festività.
Trovo assolutamente naturale andare in giro fra le postazioni dell’open space con il cappotto, anche perché posso usare la situazione come scusa per fermarmi qualche istante di più con i colleghi.
Di ritorno dalla macchinetta del caffè mi fermo alla scrivania di una collega giovane, appariscente, ingenua e tenace, appena entrata, che è arrivata troppo in ritardo per il maltempo, ma senza nascondere di essersi concessa una sosta in edicola. E’ con la sua nota e volgare prorompenza che si spoglia e si fa crollare sulla sedia, sbattendo sul tavolo le riviste che ha comprato, per l’appunto.
Trotterello attorno al tavolo con aria annoiata per sbirciare, notando un periodico di arredamento: la fanciulla sorride immaginando ch’io condivida i suoi interessi, quando in realtà ho solo notato una foto di una libreria, in copertina, nella quale, come da abitudine, tento di identificare i libri sperando di conoscerli.
Delusione: nemmeno chi ha allestito la stanza per la foto di copertina ha davvero buon gusto. Torno mogia alla mia scrivania finendo lentamente il caffè.
Ore 14.14
Il maltempo mi dà tregua. Anche lui sa che il silenzio dopo un rumore assordante viene ascoltato con cura.
Sa che dopo avermelo reso impossibile, dovrò correre a scrutare i contorni del panorama e dell’orizzonte, per controllare se è rimasto tutto intatto.
Appena sento che il sole è tornato, noncurante del freddo chiedo di uscire prima.
Ho bisogno del mare.
In questo freddo contratto e stanco, ho solo bisogno di tornare a descrivere l’acqua del mare. Mi ricordo di dover tornare a casa solo quando, molti chilometri dopo, comincio a vedere l’acqua soltanto quando brilla sotto i lampioni del lungomare.
Mi volto, e sulla strada di ritorno non c’è più nessuno.
Trenta dicembre
Ore 00.14
Il freddo della passeggiata mi ha immobilizzato. Il mare ha rimesso in moto i miei desideri. Il corpo e la mente però sono discordi, e la stanchezza non è bastata a rimanere a letto. Mi sono coricata troppo presto e ne subisco le conseguenze.
E’ quando cominciano i film della notte che decido di non poterne più del letto e della testa che ha voglia di pensare e immaginare: mi chiedo, se ho sempre voglia di un mucchio di cose e le vedo perfino nei particolari, creando con la mia mente lunghe e dettagliate sequenze dei miei film, perché ritengo di non essere in grado di srotolare una storia di senso compiuto, per iscritto?
Ore 04.14
Gli ultimi film notturni mi hanno consigliato di provare a dormire. Non mi è chiaro a cosa servirebbe cominciare a dormire ora, ma se provassi a fare altro finirei per dare troppa importanza a questa lunghissima giornata, che invece deve rimanere completamente definitivamente crudelmente anonima.
Ore 18.14
Squilla il telefono. O meglio, preciso, squilla un telefono che riesco a sentire. Data la mia assenza dall’ufficio erano quasi pronti a spedirmi i vigili del fuoco, perché quella del pomeriggio è la prima telefonata a cui rispondo, dopo le numerose telefonate con cui speravano invano di informarsi sui miei movimenti. Buffo, i miei unici movimenti sono stati da una diagonale all’altra del letto, a parte un sogno in cui mi alzavo per andare a cercare qualcosa nel mio archivio, e finivo per inciampare e cadere lunga a terra. Ma forse non era un sogno.
Troppe telefonate non sentite, troppo poche parole per scusarmi. Ma, giacché in quell’ufficio campo anche discretamente di rendita, posso permettermi delle scuse sommarie.
Trentun dicembre
Ore 06.14
Troppo presto per recuperare sul lavoro, ma non per uscire. Di treni ce n’è già tanti, per i pendolari, a quest’ora.
Per tenermi sveglia, e per arrivare in orario, sono scesa tre fermate prima della mia, e ho fatto gli ultimi chilometri completamente a piedi. La periferia che sonnecchia non è così ostile come avevo immaginato.
Ma ero comunque in anticipo, e senza stupirmi di me stessa mi sono diretta verso la parte alta della città, dove c’è il belvedere da cui è cominciata la mia storia con questa terra, dove nei mesi invernali non c’è nessuno prima dell’ora di pranzo.
Non mi sono accorta di esser stata vista; nascosta dietro la colonna dove ero andata a sedermi, rannicchiata per sentire meno freddo, mi immaginavo invisibile e al sicuro.
E chi mi ha visto si accorge prima di me che i miei occhi hanno cominciato a piangere, senza chiedermi il permesso, senza aspettarsi una motivazione, senza controllare che ce ne fosse davvero bisogno. Io non ci bado, ma dall’esterno devo sembrar turbata, abbastanza per turbare un altro essere umano.
Ricordo una mano tra i capelli, un calore non solo emotivo, una voce bassa fatta di parole lente e misurate, come se l’estraneo avesse il timore ch’io potessi farmi del male. Non ricordo dopo quante mie parole mi ha regalato l’ultima carezza.
Ore 11.14
La frenesia con cui ho cominciato a lavorare appena entrata sarà stata interpretata come senso di colpa. Pazienza se mi fa sorridere, e se non posso condividerlo.
In mezzo a questo campione di umanità non ho il coraggio di formulare pensieri davvero miei, non ho le antenne per scegliere qualcuno su cui accampare diritti. Mi affido agli oggetti e ai movimenti per restare ancorata alla realtà, un minimo di più.
Mi passa accanto il mio capo, una donna sulla cinquantina che ha deciso di avere l’età in cui bisogna tagliarsi i capelli; mi è dispiaciuto quando l’ha fatto. Quella selvaggia rassicurante lunghezza grigia mi avrebbe affascinato, come mi affascinò molti anni fa una lunga sprezzante chioma grigioperla di una professoressa che purtroppo non fu mai la mia.
Andavo nel suo studio con scuse stupide per adorarla a bassa voce, e pensare cose su di lei in sua presenza. Non so se abbia mai capito il potere che esercitava su di me col suo fascino e con la forza delle sue convinzioni, tra le quali questa di scegliere di conservare lunghi i capelli, anche se grigi, che indubbiamente le batteva tutte. Un potere solido e inutile, ma superiore a quello del mio capo; lei, come donna, per me semplicemente non esiste. Quando mi sfiora, passandomi accanto, come oggi, sento solo i secondi che ci vogliono a farmi ritornare distante. Sento solo il rumore dei suoi vani tentativi di incutere rispetto. Cancello subito eventuali residui di profumo, deodorante, cibo mangiato e bibite non finite che ancora la aspettano nel suo ufficio. Sento infine il mio buffo respiro di scherno a cui probabilmente lei non crede nemmeno.
Ore 17.14
Orario ottimo per staccare dal lavoro. Anche oggi orario casuale, in ufficio, ma non sono molti quelli che saltano la pausa pranzo quindi la mia offerta è sempre ben accetta.
Orario incoraggiante. Il mare è ancora trasparente di residui di luce, ma la gente per strada può già evitare i tuoi occhi.
Prima di rientrare in casa ho preso l’auto perché era assolutamente urgente che facessi il pieno, secondo i miei piani. Ho lasciato l’auto vicino alla pompa per entrare a pagare con il bancomat, e il ragazzo che mi aveva servito mi ha deliziato con un innocente ‘ciao’ che pareva sorridere autonomo, oltre le sue stesse labbra.
Quando anche l’altro benzinaio, dentro, mi ha sorriso solo dopo aver guardato che faccia avevo, ho pensato per un attimo di fermarmi e dirgli tutto, e restare con lui a ridere e guardare la gente.
Avrei voluto ringraziarlo ma non avrei saputo come spiegargli di che cosa.
A casa, prima eccezione alla mia regola ferrea, ho conservato nell’archivio la scheda punti che mi avevano fatto alla pompa di benzina. Non l’avrei mai usata, ma avevo bisogno del piacere che mi avevano dato quelle due persone solo guardandomi e decidendo di sorridere. Avevo bisogno di rimanere qualche minuto in più vicino a loro facendo finta di conoscerle e immaginandomi la prossima volta.
La scheda, vuota, genuina e ignara, è finita sotto ogni altra cosa, come se fosse il primo oggetto raccolto. Insieme a lei un mozzicone di sigaretta, in realtà una sigaretta abbandonata precipitosamente, raccolto su una panchina, con cui ho voluto infettarmi prima di decidere di smettere.
Ore 19.14
Il mondo si prepara e io anche. Lui crede che lo stiamo facendo insieme.
Ore 21.14
Finalmente ho ricordato perché non dovevo entrare nello studio. Mi ero imposta di non vedere tutte quelle scatole piene fino all’ultimo.
Ore 23.14
Farò finta che scorra tutto come al solito. Sì, lo prometto. Accetterò anche di farmi ripugnare dai baci della vicina di pianerottolo che si ostina ad augurarmi quel buon anno viscido a cui non ho mai voluto credere.
Primo gennaio
Ore 01.14
Credo di preferire che la notte passi così, spogliata, ma solo dei miei vestiti. D’altra parte non ho avuto freddo nemmeno quando qualche giorno fa sono rientrata e ho aspettato nuda il momento opportuno per la doccia.
E non devo dimenticare di spostare l’archivio dove avevo deciso, perché venga ritrovato subito.
Ore 02.14
Immagino che cominci a fare freddo con tutto aperto. Immagino che con il miscuglio di odori dei fuochi sparati sia difficile percepire il mio, e che qualcuno si allerti per tempo. Immagino che tra qualche ora me ne sarò andata e non potrò vedere le facce dei pompieri. Immagino che sarà un vero rompicapo risalire ad una sola identità, visto che negli oggetti che ho salvato ce ne sono più di mille.
Le uniche cose rimaste intere saranno oggetti personali, così personali da non essere più di nessuno.
Ore 05.14
Finestre completamente spalancate e troppo pochi gradi, ‘buon anno’ è il primo vero augurio che mi faccio.
Il fumo non è riuscito a soffocarmi ma la cenere comincia a seppellirmi. E’ ora.
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Quella notte poi aspettai la sua partenza per ubriacarmi. Mi ubriacai perché ero rimasta sola.
L’orologio segnava le tre e venti e nella mia follia ebbra ero convinta che si fosse fermato. Ma era estate e faceva troppo caldo per verificare, anche se avrei dovuto, anche se un getto gelido sopra la nuca sarebbe stato cosa saggia.
Gli avevo rivelato tutto, anche le mie paure, anche che non avevo tutte le sue paure. Forse anche quello lo aveva spinto ad andarsene.
Nel mio tempo fermo, mentre cominciavano a svanire i contorni degli oggetti e dei miei dolori, misi su della musica a caso, ballandola fuori tempo con quel compagno assente ormai non più mio.
Buttai giù dei libri dagli scaffali per rileggere frasi troppo note adatte alla serata.
Buttai giù una serie di libri senza rimetterli a posto nell’ordine corretto, cosa che sapevo mi avrebbe fatto incazzare il giorno dopo.
Quando fui sicura di poter affrontare l’umido della notte grazie all’alcool che avevo in corpo, presi le chiavi di casa e uscii in strada. Non era tardi per la mia città e credo non lo sia mai. A quell’ora i locali già chiusi erano ancora pochi.
Avevo con me il cellulare e un grado di spudoratezza sufficiente a chiamarlo nonostante lo spiacevole finale. Composi il numero e attesi di sentire uno squillo, ma fermai la chiamata subito, prima di verificare. Fermai la chiamata e ripresi a camminare, senza sapere dove andare, senza percepire reazioni o pensieri, nemmeno lo scatto fisico che fa la mia pelle quando una qualsiasi emozione rimane ignorata.
Camminai poco, poco e male, e arrivai al mio ex liceo senza badarci, in un posto dove non sapevo che fare, dove in effetti non avevo bisogno di darmi spiegazioni, e dove, per sentirmi in compagnia, andai a sedermi in una delle nicchie del muro di cinta.
Forse la telefonata non era nemmeno partita. Riprovai. Lo immaginavo in treno, a quest’ora: lui, con la sua modesta statura e la sua muscolatura pronta, rannicchiato in un espresso notturno in cerca di quiete. Lo immaginavo sereno e tutto sommato sollevato dal distacco; non volevo torturarlo e non era certo per piangergli addosso che volevo sentire la sua voce. Non avevo scuse, in effetti, se non la mia ubriachezza. E sapevo, in realtà, di non avere nemmeno lontanamente il bisogno di sentire la sua voce. Però rispose. E risposi anch’io.
Infine, nonostante tutto, rispose.
Pochi mesi dopo già avevo rimosso la conversazione. La conversazione in sé come evento, intendo, perché delle parole dette, mi sfuggiva il senso già nell’istante in cui avevo chiuso. Se non posso raccontare la telefonata è proprio perché non ero in grado di comprenderne il contenuto nemmeno mentre la stavo facendo.
Quando infilai il cellulare in tasca, subito dopo, la statua di Dante che si trovava nello spiazzo della scuola aveva cominciato a farmi domande.
- Beh, che si dice?
Non rispondevo, lo ignoravo anche solo col pensiero.
- Oh, che vi siete detti?
Il fatto è che non avevo una risposta. Non era rifiuto.
- Ma che hai?
Guardai la statua e le risposi ad alta voce solo per essere sicura di esprimere un pensiero di senso compiuto. – Niente- dissi ad alta voce. Cosa che peraltro era quasi vera.
Dante non era convinto.
- Come niente? Con quella faccia?
Stavolta non lo dissi ad alta voce. – Sto aspettando di sentire qualcosa. – .Mi aspettavo di sentire un pizzico, un solletico, un’emozione positiva, un’emozione negativa, una qualsiasi reazione determinata da quella telefonata.
L’ultima cosa che sentii dirmi da Dante fu
- Perché, non ne senti?
Non sentivo niente. Ero ubriaca, d’accordo, ma non sentivo niente.
Avevo ridacchiato come una stupida tutto il tempo e ora non potevo far altro che rimanere tesa in ascolto, tastando un silenzio da cui pretendevo di tirar fuori qualcosa di non deleterio, di non doloroso per me. Per un attimo desiderai perfino di scovare in quel vuoto qualcosa di tremendo, o che mi ferisse. E invece non c’era più niente.
Pensavo, ancora avevo quel minimo di lucidità che mi permetteva di formulare pensieri. Pensavo, vorrai sapere cosa stessi pensando di lui.
Ero convinta, e lo sono ancora, che mi avesse amato senza badare a me.
Cioè, che in un certo senso non mi avesse mai amato. Mi aveva dato un assaggio di cosa volesse dire provare emozioni, ma poi si era impigrito, come sempre, come aveva sempre fatto per tutta la sua vita, convinto che qualcun altro avrebbe riempito quel vuoto che lui mi aveva creato.
Non c’è rancore in questi miei pensieri, e non ce n’era nemmeno mentre li stavo organizzando quella sera nonostante la massiccia dose di alcool che mi portavo in giro in corpo.
In quel momento c’era solo questa infantile attitudine a rivangare continuamente il passato, ma sarebbe scomparsa presto, una volta riacquistata la lucidità, una volta riappropriatami della mia vita senza pretendere di occuparla di continuo, in queste notti disperate.
Non c’è rancore ma c’è rabbia, nelle mie parole, e ho bisogno di continuare a parlare nonostante la maggior parte delle lamentele se le sia sorbite Dante quella sera. C’è il tremendo disgustoso bisogno di continuare a descrivere e raccontare le cose, perché ho paura di dimenticarle, perché sono quasi convinta che finirei per trasformarle, nel corso del tempo, trasformarle in altre storie in cui io possa diventare vittima dei miei errori oltre che dei suoi. Magari anche dei tuoi, e non è quello che voglio.
Dopo la telefonata, infine, non ebbi più il coraggio di rimanere in strada. Dopo Dante correvo il rischio che perfino le piante cominciassero a parlarmi.
Rientrai silenziosa come mai in casa, ancora ubriaca ma non stanca.
Presi dall’interno dell’Ulysses il pacchetto di sigarette nascosto che non avevo voluto fargli vedere fino all’ultimo, quando gli avevo confessato che a causa sua avevo ricominciato a fumare. Prima di andare in stazione a prendere in treno credo che l’ultima cosa che mi abbia detto sia stato quanto questa cosa lo facesse incazzare, il fumare di nascosto intendo, non il fumo in sé. Ovviamente aveva ragione ma ovviamente non potevo dargliela.
Cercai l’ultima sigaretta del pacchetto e me l’accesi vicino al fornello.
Poi mi misi ad aspettare il sonno sul balcone.
La strada sotto era deserta, mi dava una bella sensazione di controllo sul quartiere, e perfino i gatti erano a quell’ora più stanchi di me. Spero non mi abbia sentito nessuno, perché improvvisamente scoppiai a ridere guardando le piante semimorte di cui mi ero dimenticata, nell’angolo del balcone.
Semimorte perché decisamente non ci riesco, lo sai.
Sarà che non le amo. Ossia, le amo ma che si curino da sole. In teoria avremmo dovuto pensarci insieme, io e lui. Ma la verità è che nemmeno con te ho intenzione di fare progetti così lunghi come quello di prendermi cura di una pianta stagionale.
Le piante per me sono un accessorio: non riesco ad averci a che fare. Hanno bisogno di troppe attenzioni, come i cani. Io no, amo i gatti, che vengono da me ma poi sono indipendenti, e capiscono di dover comunque far sempre affidamento sulle proprie risorse. Io non posso fare attenzione a loro, alle piante intendo, figuriamoci: non riesco nemmeno a ricordarmi di tagliarmi le unghie. A parte casi eccezionali.
Anche da piccola lo facevo: mi entusiasmavo per le piante nuove, sì, le portavo a casa, le riponevo ordinatamente sul terrazzo, le innaffiavo per la prima settimana, poi mi aspettavo che riuscissero a sopravvivere magicamente da sole, che diventassero bellissime, le più belle, speciali solo perché appartenevano a me.
Facevo lo stesso con le persone. L’ho fatto con gli amici. L’ho fatto con lui. Forse l’avrei fatto anche con te, se tu non ti fossi parzialmente vaccinato. Con gli esseri umani in generale, ho agito irrazionalmente, piazzando i soldatini e pretendendo l’azione, sussurrando loro a bassa voce: “ebbene, ora uccidetevi”. Sempre troppo stanca per proseguire, incostante, strafottente. Troppo pigra per addossarmi tutte le responsabilità del caso.
I pomeriggi estivi, insieme a lui, duravano poco. Mi stendevo a terra sul terrazzo, a farmi scongelare dal sole, ignorando la neonata del piano di sopra, che cantava a squarciagola di un’allegria contagiosa che non mi contagiava mai.
Lui aveva ragione a non voler prendere altre piante, ci pensavo proprio quella sera, di ritorno da Dante, guardando quel paio di povere creature morenti nell’angolo. Non ne voleva prendere perché sapeva che avrei dovuto occuparmene io, che non so occuparmi nemmeno di me stessa.
Il giorno prima, che era cominciato troppo presto, mi aveva distrutto. L’allegria che non mi aveva contagiato mi tornava in mente irritandomi. Accovacciata nel buio del letto, avevo odorato casa fino a decidere di chiamarlo. E dopo la serata, che ora si era conclusa con i deliri tra Dante e me, ero tornata a casa senza sapere chi fossi.
Ero me stessa mentre fumavo sul balcone ridendo insieme ai barboni infreddoliti del quartiere.
Ero me stessa mentre prima di uscire avevo buttato per aria tante cose che lui aveva impregnato della sua presenza. Ero me stessa in quell’ultima rabbiosa sega, sì, hai capito, una sega, che mi ero fatta per riaddormentarmi, visto che l’alcool non era bastato. Prima di crollare, fissando gli oggetti che io avevo scelto per quella casa, che io avevo sistemato, che noi avevamo voluto, pensavo a te. Quella casa che avevo sistemato e a cui ora cominciavo a ribellarmi, col disordine, con la sporcizia, con i soprammobili gettati per terra sperando si rompessero, quella casa era per me sangue rappreso da grattar via dalla pelle. Era il conto dei miei giorni diviso per l’ammontare delle mie forze. Ossia, sempre un numero molto piccolo.
Però. Però, c’è da dire che anche lui ne aveva le palle piene ben prima di ammetterlo. Ossia, ben prima che gli dessi l’opportunità di ammetterlo.
Dal letto, mentre mi addormentavo, quella sera pensai a te. Forse ti ho chiamato senza rendermene più conto, non ero più lucida. Non lo so. Credo di averlo pensato perché è stato molte settimane dopo che, invece, ti ho chiamato (e solo di questa seconda telefonata conservo memoria).
Nei mesi successivi, la bambina del piano di sopra cominciò a dire bozze di parole, tra un canto e l’altro. Io ero ancora in fase calante, invece. Dal mio lato del letto, da cui non avevo voglia di muovermi, finii per imparare a memoria quel che pensavo di ogni oggetto di fronte. Avrei voluto chiedergli del suo amico Sabino, ma ormai era già partito.
Fu allora, dopo due settimane di deliri, che mi decisi a chiamare te. Fu solo per fuggire e cambiare aria che ti proposi di vederci in un terzo posto. Partire insieme, dalla stessa città, con lo stesso treno, vicini nello stesso scompartimento, ma consumare il nostro tempo lontano dalle mie piante morte e dai tuoi lutti non superati.
Feci il biglietto per tutti e due all’ultimo momento, in stazione, quando non speravo più che mi rispondessi. E invece sei apparso dopo poche ore. Io ero là con i biglietti e tu che mi guardavi tremando dalle scale della metropolitana. Io ero là con i biglietti e tu avevi assecondato la mia follia senza chiedermi nemmeno spiegazioni.
Non eravamo amanti, non eravamo una coppia. Non eravamo niente se non due persone che riescono a stare bene insieme. Erano mesi, forse anni, che non ci eravamo visti, e non sapevamo nemmeno più come toccarci, come parlarci.
Salimmo sul treno che ci avrebbe portato a centinaia di chilometri da lì, e ci avrebbe scagionato.
Mi raccoglievi le mani nelle mani.
Mi guardavi ammutolito, ma non per deficit di emozioni.
Mi sfioravi come hai sempre fatto, ma durante quel viaggio mi eccitavi senza saperlo. Mi eccitavi carezzandomi le ginocchia, sfiorando con le nocche il mio interno coscia, distratto, lontano. Quell’azione che avevo sempre tentato di spogliare di significati sessuali, ora mi si ribellava prepotentemente.
Ti infilavi con le gambe tra le mie gambe senza renderti conto che stava venendo meno la mia certezza che quella fosse solo amicizia, che non ci fossero tra le mie cellule, sulla mia pelle, recettori che stessero fremendo.
Invece fremevo. Le tue dita sulle ginocchia e fra le cosce mi turbavano, e non avevo il coraggio di dirtelo. Non avevo il coraggio di ammettere che stavo perdendo quella partita.
I tuoi sguardi, a tratti, mi sembravano valicare il confine che fino ad allora avevamo condiviso.
Il contatto con ogni parte del tuo corpo aveva significato. Tu non volevi dirmi niente e il tuo corpo mi parlava. E il mio rispondeva contro la mia stessa volontà.
Quel viaggio, e il viaggio di ritorno, ugualmente, mi hanno turbato. Mi hanno risvegliato, hanno sollecitato qualcosa che avrei dovuto sperimentare con lui, e invece lui mi aveva soffocato.
I polpastrelli con cui sfioravi il mio collo, la mia schiena coperta da dieci strati di vestiti o coperte, le tue ginocchia incastrate dietro alle mia gambe, ebbene: tutto riattivava scosse elettriche dimenticate. Mi stavi riscoprendo. Riassaporavo la consistenza dei brividi.
Furono gli ultimi mesi in cui conservai la mia passione per le unghie lunghe. Chissà se ti ricordi com’erano. Le tagliai al ritorno perché una rabbia eccitata, una febbre non trattenuta, mi aveva fatto tenere i pugni serrati dal momento in cui avevo lasciato la stazione all’istante in cui ero rientrata in casa. Ero a casa, in cucina, quando mi ero accorta dei pugni rimasti contratti fino ad allora. Avevo poggiato sul tavolo della cucina le chiavi, poi il portafoglio, poi il biglietto per due andata e ritorno che ci aveva accompagnato lungo quella settimana, lontani da casa. Con tutte quelle cose sul tavolo, avevo finalmente rilassato le mani: inebetita, stordita, spaventata, con la mano di fronte al viso, avevo visto una goccia di sangue cadere proprio sul biglietto, dal palmo destro ormai inciso da quelle dannate unghie che lui adorava tanto.
Tagliarle a zero fu un attimo.
Quella notte non riuscii più ad addormentarmi, pensando a quanto avevi reso erogene le mie ginocchia e le mie gambe in treno.
Mi alzai dal letto, perché mi stavo torturando.
Accesi lo stereo mettendo musica a caso dalla mia raccolta. Una canzone che amavamo entrambi mi riempii gli occhi di quella cazzo di acqua salata che ci brucia le ferite e purtroppo anche le scommesse.
Seduta al tavolo della cucina, una lacrima cadde sul biglietto e andò a sciogliere il sangue del giorno prima.
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vorrei sapere
se ricordi la data
del nostro primo incontro
e quella dell’ultimo
vorrei sapere che ne hai fatto dell’anello
vorrei sapere
se ricordi quel pomeriggio
sul letto, a cucchiaio
in cui io ti provocai un’erezione
mio malgrado
e tu i brividi a me
soffiandomi colpevolmente dietro l’orecchio
vorrei sapere se hai mai raccontato tutto a qualcuno
mi fermo a immaginare
cosa provi ascoltando la musica
ora che non lo facciamo insieme
e poi mi fermo e basta
perché non riesco a sentirlo
vorrei sapere, ancora,
se ricordi la consistenza delle mie nocche
dentro le tue
e il calore unto del mio collo
sotto le tue dita
mi piacerebbe sapere se il tuo profumo senza profumi è cambiato
vorrei sapere
se ancora ti fanno male
quelle liti notturne troppo lunghe
di ritorno dal campeggio
e se hai pensato davvero
ch’io avessi perso un’occasione
sulla strada per Isernia
niente più segreti e soprattutto niente più menzogne a me stessa
vorrei sapere
se ti mancherebbe ancora il fiato
a rileggere gli spazi
che avevamo lasciato insieme
su quel timido foglio bianco
e se ti staccherebbero ancora il cuore
i miei sguardi lucidi silenziosi e impossibili
nello specchietto retrovisore
vorrei farti domande che ho bisogno di sentir gridare dalla mia voce
vorrei sapere se chi ti ama ha paura
perché io che ne ho avuta, di amore sono morta
Archiviato in: Mis-Talking
Dall’interno della cabina telefonica cercai di rimanere in silenzio mentre vedevo Guido entrare nel bar da cui sapeva che ero appena uscita. Il nostro gioco cominciava a farsi triste, mi sembrava un voler essere ventenni, in un certo qual modo, ma in verità questo stuzzicarsi finiva con l’essere più una stanca mossa da quarantenni.
Conoscevo le sue mosse e le sue battute. Intendo, quelle che avrebbe detto appena varcata la soglia del locale.
Lo vidi muoversi distratto, capitare come per caso a quello che era stato il mio tavolo, dire due parole alla barista, raccogliere il mio biglietto e tornare su suoi passi senza assecondare quella sua amabile ossessione per i visi. Non era una recita, in quel momento era davvero preso da me ed ogni mio sostituto; non riusciva davvero a guidare il suo sguardo su altre destinazioni.
Lo vidi sorridere e mi sentii mentre non lo imitavo, cosa che mi viene naturale con gli estranei. Guido non era né un estraneo né una persona conosciuta, e le mie reazioni non erano più le mie, naturali. Immaginandomi nella sua testa, con i *nostri* pensieri e le *nostre* parole, mi diressi in automatico a casa.
Guido era bello come un padre da giovane, come ingenuamente fantasticavo essere stato il mio, mai conosciuto, mai amato, mai raccontato. Quando lo vedevo, aveva sempre un aspetto sottilmente stanco, come di chi ha fatto tardi ma non teme quattro ore di sonno; come un gatto che poi recupera a piccole mezzore durante il giorno.
Credo che a nostro modo ci siamo amati, come può essere amore qualcosa che ti violenta e ti costringe a verificare se ami te stesso, come può essere amore sperare di essere giudicato senza temerne le conseguenze.
Guido aveva cominciato con me questo gioco credo per sentirsi libero, senza arrivare però mai ad esserlo davvero, senza avere la totalità del coraggio fra le mani. Per me era finito prima, ma solo perché i miei giochi diventano precipitosamente crudeli realtà.
Mentre rientravo nel mio appartamento mi scoprii a guardare le mie mani e i polsi, quei polsi che lui tanto adorava, e a carezzare le vene e i tendini che non aveva mai voluto baciare, nonostante le promesse.
Non ci eravamo mai incontrati.
Per fuggire alla banalità delle conversazioni virtuali ingabbiate in un computer, avevamo deciso di mescolare gli strumenti. Decidere ogni incontro telefonicamente, senza mai sovrapporci ma solo per passarci cose di noi, parole, foto, oggetti. Non si era parlato di cominciare a conoscersi così per poi passare ad un contatto reale, in questo nessuno dei due fu disonesto. So solo che nel punto in cui ero, il bisogno era ormai insopportabile, ma sembrava unilaterale, e per questo resistevo, senza infrangere le regole del gioco.
Chiusa la porta di casa alle mie spalle, rimasi qualche istante ad osservare gli spazi del mio appartamento, che mi piaceva immaginare come territorio esteso del gioco, sebbene non fosse un’ipotesi contemplata.
Il mio letto era senza lenzuola, solo materasso e cuscini; erano vari giorni che ci dormivo sopra così com’era, senza coperte, per sentirmi meno sola, come se da un minuto all’altro dovesse rientrare qualcuno pronto a darmi una mano a rifarlo. Stavo scegliendo di *non*. Sempre più spesso. Con l’alibi del diritto alla scelta, stavo allungando l’elenco delle scelte rimandate. Non era triste, solo molto noioso.
Mentre slacciavo le scarpe da ginnastica mi raggiunse il messaggio di Guido. “Ti leggo, ti bevo, ti vedo. Sono qui. Eppure. Questo, non per me ma per te. G.” Anche io sono G e firmo G, ricostruire i nostri messaggi e le lettere sarebbe macchinoso per gli altri, lo è intenzionalmente. Ma gli altri chi. Lui aveva lei, io avevo avuto lui. Poi, dopo un po’, io avevo lasciato lui e lui ventilava l’ipotesi di lasciare lei. Io non gli avevo chiesto niente. Però ormai era un gioco stantio, noioso, ripetitivo. Guido lo sapeva ma mi reclamava ugualmente.
Stesa seminuda su un letto senza nome, cercavo di ricordare cosa gli avevo scritto nelle pagine ‘dimenticate’ al bar. Non mi veniva in mente niente. Abbandonata sulla pancia, con le braccia quasi sul pavimento raccolsi le fotografie che avevo buttato per aria prima di uscire, alla ricerca di quella che meglio esprimesse il mio modo di provare un sentimento per lui. L’avrei poi lasciata insieme alle pagine, al bar.
La tentazione, poco prima, per strada, era stata forte, era sempre più forte ogni volta. Rimanere al tavolino oltre l’orario stabilito, prenderlo per un polso, costringerlo a guardarmi, verificare con i miei occhi nei suoi occhi quanto realmente violenta fosse l’attrazione che provava per me o quel che di me sapeva e aveva.
La tentazione era sempre forte. Quando non si faceva sentire per cinque giorni e quando mi svegliava con un messaggio nel cuore della notte, perché erano le mie parole a sedimentare nel suo petto e tra i suoi pensieri, e non il sesso dell’altra, di quell’altra a me sconosciuta e mai odiata, tutt’altro, invidiata. Non era la mia rivale, e io non ne ero l’amante, non ero l’amante di Guido. Non ero ancora nemmeno l’altra. Ero un’idea: un’emozione che prende forma e viene nutrita di elementi di due teste e due cuori, senza rispetto, senza pretese, senza sorprese. Era già tutto scritto nei patti.
Lo avevo sentito dall’inizio che era una storia sbagliata. Una storia. Una questione. Un evento. Non so cosa, ma non era mai stata nemmeno una storia, quindi era sbagliata.
Pigra, tremendamente pigra, mi tirai su appoggiandomi sui gomiti, come il gioco che si fa da bambini fingendo di non poter usare le gambe per trascinarsi come una foca sul pavimento. Cercai in mezzo alle foto e trovai altri ritagli di carta, quei pezzetti strappati dai quaderni, su cui appuntavo cose che mi venivano in mente durante la giornata, che avrei voluto dire a lui, ma il mio Lui non esisteva e allora, potevo solo rimandare la condivisione di affetto.
Cercai in mezzo a questi foglietti sperando di trovare qualcosa che parlasse di me, a me. Che parlassero di me a lui, era evidente: lui non mi conosceva e aveva tutto il diritto di inventarsi la mia testa. Io invece sapevo che reprimevo a stento il bisogno violento di distruggere tutto, quasi tutto, perché non mi leggevo più in quelle parole in quei fogli in quegli istanti imprigionati in un solo istante.
“Ci sono cose che potrebbero accadere e non accadranno mai, ma lo sono nella mia mente che le ha create, e da quel momento in poi la mia vita cambia come se le avessi vissute, solo per il fatto di averle pensate; anche la mia considerazione di una persona, che io giudico sulla base di qualcosa di lei che è solo mio.” Questo si poteva salvare, questa era una cosa che non rinnego nemmeno oggi, solo che sarebbe dovuta essere un addio e non un approccio come invece fu. Questo fu il primo biglietto che lasciai nel primo bar, che, per coincidenza, era quello in cui ero stata oggi. Forse l’ultimo bar? Avevo ancora tempo per decidere.
Raccolsi una manciata di altri fogli scartandoli tutti; c’erano troppe emozioni, che mi appartenevano, ma che non erano più ‘me’; chissà che stava facendo Guido in questo momento, se era solo. Aveva ripreso a sfogliare le mie foto, quelle di carta, raccolte in tutti i nostri mancati incontri? Oppure era andato a cercare le altre, quelle scambiate elettronicamente, quelle senza brivido, solo corrente? Io non avevo più bisogno del masochismo ricorsivo e ritorsivo delle immagini. Avevo bisogno di parole, semmai, quelle che mi permettevano di fare ipotesi su quel che non vedevo. Mi alzai di scatto dal letto con uno di quei balzi bruschi che mi fa girare la testa per la pressione bassa: nel portafoglio, ancora qualche frase di Guido, che avrei presto tolto. Chi poteva sapere che quei foglietti erano lì? Guido no di certo, e per me non era più necessario.
“Forse lo scopo del quotidiano: imparare a richiamare a sé pensieri che generano sensazioni fisiche violente, non come emozione o ricordo ma come reale sensazione di piacere carnale”. Questo era stato uno dei suoi primi messaggi. Vicino a questo piccolo pezzo di carta, Guido aveva spillato un altro pezzo ancora più piccolo, accartocciato come solo si accartocciano i pezzi di carta su cui cade una goccia di acqua che poi asciugandosi deforma tutto. La sera prima di quel non-incontro Guido mi aveva chiesto se mai ci saremmo toccati, l’unica volta in tante settimane, l’unica volta in cui una punta di desiderio aveva oltrepassato le sue stesse regole. Era durato poco perché, pur nella sua violenta passionalità di animale di carne, era stato vinto dalla ragione. Forse davvero aveva pianto su quel foglio, ma forse era stato male soltanto nel riconoscere che in effetti il suo bisogno più grande era quello di tenermi a distanza.
Quel foglio, e quelle parole, racchiudevano la nostra incapacità di volerci davvero. Ma all’epoca avevo ancora così tanta voglia di lui, dei suoi odori, di un contatto, qualsiasi fosse, che misi da parte quel che avevo capito leggendole. Ero io, davvero, ma incapace di volere.
Infilai di nuovo i due foglietti nel portafogli. Un istante dopo squillò il cellulare. Era il segnale, ma potevo ignorarlo facendo finta di non essere in casa e di non avere un computer disponibile.
Dovevo prima ritornare un po’ neutra. Altrimenti sarebbe finita come qualche giorno prima, a chiedere a Guido di appartenere alla realtà, e la richiesta sarebbe nuovamente rimasta ignorata.
Mi ero allontanata dalla cabina telefonica prima del solito per non pensare, e invece mi trovavo piena di idee, una si spegneva e la successiva si accendeva; come sempre, per rimanere intera avevo bisogno di tenerle tutte unite, di legare tutti i pensieri in una parvenza di normalità, o mi sarei sbriciolata. Quando torno dai non-incontri con Guido non si scappa, è un copione: devo unire, per non rallentare, i pensieri, e loro in cambio mantengono salda me.
Era la fine di agosto, un paio di settimane prima Guido aveva festeggiato trent’anni, solo pochi mesi prima di me. Quel caldo incredibile, subìto senza essere riempito di gemiti sussurrati e sudori mescolati, era irritante. Aprii tutte le finestre della casa per innescare una reazione a catena, poi, senza raccogliere nulla da terra, mi appoggiai di nuovo sul letto, e il vento mi spense.
Mi risvegliai a pochi passi dal comodino.
Non ero mai stata sonnambula, ma quell’estate avevo cominciato ad accumulare una strana stanchezza che evidentemente si compensava con una frenetica attività notturna.
Era un’altra giornata. Un’altra giornata mia. Maledetti odori dei miei sogni.
O meglio: incubi. Si ricominciava da capo in un’eterna dissolvenza.
Il vento doveva essere calato perché tutte le mie carte, seppur disordinate più di quanto le avessi lasciate, non sembravano troppo disperse. Un foglietto che spuntava da un mucchio di foto diceva ‘così piacevole che sono già stanca’, era la fine di una notte di eccitazione che non avevo sedato, ma che avevo descritto a Guido. Ricordavo bene il resto del messaggio, che ora non si riusciva a leggere. Non lo raccolsi per non riaccendere le ossessioni della sera prima.
Lasciai tutto così, per terra, chiusi le finestre, e mentre mi preparavo per andare al lavoro mi resi conto che stavo raccogliendo tutte le mie parole in tasca per dirigermi altrove, per lasciare un vuoto, per allontanarmi da me stessa tanto da riuscire ad avvicinarmici.
In ufficio la mia collega si accorse del mio vuoto. Non siamo davvero così intime, però non è una semplice collega di lavoro, e ha sempre tutta una serie di affettuosità, credo che a suo modo abbia un certo attaccamento a me; e la mia insoddisfazione era evidente.
- Non so come spiegartelo.
- Provaci, ti ascolto.
- A volte provi qualcosa che è così grande, così genuino, sei così certa delle tue emozioni…
- Si?
- …che è come se non avessi bisogno del corpo per esprimerlo all’altra persona.
- E’ bello. E’ sincero.
- Sì, però in fondo è del corpo che hai bisogno, se vuoi esprimerti.
- Certo.
- Ecco. Questa cosa è impossibile. Divieto totale.
Rimase in silenzio, poi qualcuno dall’altra stanza la chiamò. Alzo gli occhi come per scusarsi, ma nell’allontanarsi dalla scrivania mi racchiuse la guancia nella mano, senza dire una parola. Proprio quello che le avevo appena confessato.
A casa, quella sera, rimettendo a posto carte e foto fui ipnotizzata da poche parole scritte nel culmine della nostra non-storia, fatta di emozioni forse virtuali ed eccitazione tutt’altro che virtuale: “Il battito del polso nelle orecchie, il cuore su tutta la pelle, organi indistinguibili. Le piccole cose non esistono più, il respiro è insostenibile ma felice. Fuori non senti nulla, ma dentro, senti parti normalmente mute, ora prepotenti, che parlano di qualcosa non terrestre, mentre assapori il piacere finché l’orgia di vibrazioni non smette. La parità non esiste: fortuna di essere donna…”. Il sangue sconvolto scalpitava sui suoi zoccoli, direbbe qualcuno, eppure non era stato un orgasmo felice; come sempre, quando il pensiero non va a qualcuno momentaneamente assente, ma solo a qualcuno assente.
Fu più forte di me.
Tremo al contatto con una felicità difficile, ma ne sono schiava e vittima.
Dopo quell’ultimo bar non ero più sicura delle mie idee, solo i miei sensi erano forti e definitivi, e nei miei sensi non si materializzavano i sensi di Guido. Erano gemelli, paralleli, ma, proprio come due parallele, non si sarebbero mai incontrati.
Quella notte sognai di baciarlo e l’unico paradossale pensiero con cui superai la giornata successiva fu ‘ecco, ora so come bacia Guido.’






