Il divano.
Che splendido divano rosso.
Le si illuminarono gli occhi mentre, cingendo le spalle del mio uomo con un po’ troppa enfasi, si compiaceva dei nostri complimenti a questo stupido oggetto.
O Signore, dai a una donna un accessorio nuovo di zecca e la sua anima sarà soddisfatta e perduta.
- E’ davvero un bel rosso – proseguì lui, non pago dell’orgoglio che aveva già scatenato in lei con una semplice battuta.
E infatti, la risposta, pronta, fu:
- E’ rosso sangue – precisò. – Un rosso più vivo di questo non c’è. Lo adoro.
Racconto ora questa storia, ma in effetti sono passati diversi anni.
Il mio uomo di allora non c’è più (non nel senso che è tragicamente morto; è solo migrato su lidi meno inospitali dei miei.) Il mio cattiveggiare crudele e gratuito lo ha saturato come ha fatto con tutti.
Mi è tornata in mente la storia del divano rosso senza rendermene conto, solo perché nei miei vagabondaggi in cerca di bassifondi mi sono ritrovata a camminare nella strada dove allora abitava lei. Ora non più, e voglio pensare di essere stata una grossa fetta della sua decisione di traslocare. Divano (non) compreso.
- Vorrei proprio che la conoscessi, il nostro è un rapporto speciale, siamo riusciti a rimanere amici, sai? E’ così bello sapere che a volte ci si può riuscire.
(Sì, ‘rapporto-speciale’, ‘rimanere-amici’, ‘bello-riuscire’, gli elementi a cazzo c’erano tutti, ma non era decisamente una cima, quel mio ex.)
E mentre formulava queste incaute e trite riflessioni io cominciavo a pensare che, forse, si sarebbe potuta fare davvero questa cosa.
Ci sarebbe stato da divertirsi.
Avrei avuto il tempo di elaborare qualcosa, perché in realtà non c’era nessun incontro da organizzare, abitando, loro due, a un solo isolato di distanza. All’epoca, si intende; in seguito al discorso del divano, lei mise molte decine di chilometri tra noi e sé, nonostante l’inutilità della mossa (io ormai ero fuori dalla loro portata, e fuori anche dai coglioni, più banalmente).
Ricapitolando, da un momento all’altro, quando fossi stata pronta, avrei potuto cinguettare “Beh, che ne dici di andare da…?”oppure “Sai che oggi pomeriggio potremmo proprio andare da…?” e lui sarebbe stato tutto contento di questo mio rinnovato interesse per il suo passato, per un pezzo importante della sua vita, bla bla bla, saluti e baci.
Il primo fine settimana di agosto di quell’anno mi stavo preparando. Senza saperlo mi stavo preparando.
Il mercoledì mi erano cominciate le mestruazioni, e questo ovviamente mi aveva fatto passare gran parte della voglia di esser cattiva.
E’ una specie di patto tra me e lui, oppure lei nella peggiore delle ipotesi. Insomma, quel tizio che da alcuni si fa chiamare padreterno lo sa: un po’ a te, un po’ a me. Tutt’e due insieme è difficile; e io di solito aggiungo, per chiosare “ma non impossibile”. Perché mi conosco.
Mercoledì e giovedì era dunque stato il mio turno di subire; sopportato con sufficiente decoro il peggio, intendevo godermi il meglio. Non c’è niente di più liberatorio del sesso quasi-post mestruale, per non parlare di quello pienamente mestruale. Liberatorio e eccitante, grazie ad una carica ormonale inusuale.
E, considerato che, in quanto donna al minimo sindacale, dopo il secondo giorno praticamente mi si son già chiusi i rubinetti, è facile immaginarsi che anche l’uomo più schizzinoso possa riuscire a superare il concetto del sangue. Quando di uomini si tratta, peraltro.
Il mio uomo, quel mio uomo, non era però affatto schizzinoso.
Motivo per cui già si immaginava, come accadde, che appena finito di pranzare avrei anticipato il crollo digestivo inchiodandolo sul divano. A quei tempi credermi innamorata era stato facile, ma la verità è che si scopava come dei dannati, a più non posso: e nulla più. Decisamente non male, niente male davvero.
Fu da quel momento che nacque tutto quel che accadde in seguito.
Nel sovraccarico di endorfine che nel pomeriggio ne seguì, qualcosa mi suggerì di porre la fatidica domanda, che nella fattispecie non era “te la voglio dare, vuoi prendertela?”, ma un molto più svagato e sognante “che ne dici, andiamo a trovare la tua ex?”: e, com’era facile immaginare, non sentii nemmeno il tempo di una pausa tra la mia domanda e la sua risposta.
Per prendermi una rivincita (anche se ancora non sapevo quale, per cui pescavo un po’ a casaccio), decisi di cominciare dalla mossa più stupida, ma più divertente: quella banale del ‘io sono un’assatanata quindi anche se è stato con te sappi che con me si diverte di più’. Era estate, eravamo in città: indossai un abitino blu elasticizzato, striminzito, con la schiena completamente scoperta. Ebbi cura di far notare anche a lui che non vedevo necessità di indossare altro, né al di sotto né al di sopra.
Mentre allacciavo i lacci dei sandali di tela, alla schiava, lui non riuscì a trattenere un commento velocissimo sussurrato nel mio orecchio, uno dei commenti più stupidi, svogliati e noiosi che un uomo mi abbia mai fatto: “Sei proprio porca come piace a me”. A ripensarci, non mi pento più di nulla. E’ un fatto, però, che non mi pento mai di nulla.
Scopata di fresco, fumante di doccia bollente, vestita per puro scrupolo: e così percorremmo l’isolato che ci separava dalla magnifica imperdibile inimitabile donna.
Cattiveggiai tutta la sera. Difficilmente ho la voglia e il coraggio di farlo davvero, in pubblico, con persone che mi conoscono e con cui il giorno dopo dovrò continuare a condividere la vita.
Difficilmente lo faccio in presenza di tante persone tra cui alcune a me (relativamente) care.
Di solito mi sfogo sugli estranei.
Quella sera cattiveggiai come mai, ma la situazione era come capovolta: erano gli estranei a beccarsi gratuitamente la mia cattiveria (gli ospiti che la ex aveva già a casa quando arrivammo), mentre i pochi che conoscevo sembravano degni destinatari dei miei maltrattamenti. Garbati, dio santo, ma sempre maltrattamenti. Niente di speciale: stare in silenzio in maniera imbarazzante, contraddire le poche frasi rivolte a me, perfino quelle gentili (“Cara, sembri avere l’aria stanca…” - “Non sono stanca, solo mi sembra non ci sia niente di interessante da dire né da ascoltare”); o, ancora, rompere il silenzio con battute di dubbio gusto, oppure con discorsi seri, ma fuori luogo perché decisamente provocatori.
- I pedofili hanno tutte le ragioni, per me.
- Che cosa…?
- Dico solo che nessuna mamma fa in modo da far guardare la propria cara figlioletta come una bambina.
- Non ti seguo… Spiegati meglio…
- Siamo stati in Val di Pesa, qualche tempo fa. In un parco c’erano solo mamme scosciate, provocanti e vestite a festa. E le figlie, uguale.
- Vuoi dire che sono loro a provocare? Dio santo, ma come ragioni…
- Voglio dire che se, per esempio, c’è una mamma che veste la figlia di otto anni con un top allacciato dietro al collo come fosse un’adulta, io che la guardo dalla mia panchina e ne fisso solo la schiena e il collo, non percepisco nessuna differenza rispetto ad un’adolescente o una ragazza della mia età. E’ eccitante quanto un’adulta.
- Stai scherzando, spero.
- Affatto. Anzi, ti dirò di più: rispetto all’immagine irraggiungibile del corpo perfetto che ti propinano in televisione, la schiena perfetta della bambina di otto anni ha in aggiunta una cosa che la rende ancora più appetibile: la freschezza della carne, quella che dai trenta in poi ogni mamma va cercando.
- …
- Quindi, la mamma si veste con una minigonna ascellare e mostra una coscia non fresca; poi, veste a propria immagine la figlia, che è decisamente meglio di lei, perché se è bona quanto lei, in più è ancora giovane. Io che perseguo la purezza ovunque, di purezza in questo non vedo nemmeno una goccia. Nelle madri, intendo. I pedofili almeno sono onesti.
Non ricordo nemmeno con chi sostenni questa inutile conversazione.
Ricordo che pochissimo tempo dopo gli ospiti che erano là prima di noi scomparvero.
La ex pareva reggere il colpo, decisa a non darmela vinta. E fece la cosa più banale che le passò per la testa, suppongo. O forse nella sua testa era la chance migliore. In effetti credo proprio che lo fosse.
Cominciò a cianciare con lui. Delle cose che aveva fatto di recente (non un riassunto degli ultimi anni, logicamente… si vedevano di continuo, erano amici, bla bla bla… sicuramente si erano visti tra di loro più di frequente di quanto entrambi vedessero le rispettive madri); dei colleghi di lavoro; delle vacanze recenti che erano così simili a quelle fatte insieme, senti che stranezza, davvero.
Ero così interessata ai suoi racconti delle “loro” vacanze passate, che riesaminavo con pazienza la superficie dei miei denti: ché ho questo splendido tic, di cui vado tanto fiera, che consiste nel carezzare con la lingua la superficie dei molari, così lisci e scivolosi, al contrario degli altri denti, soprattutto gli incisivi, rovinati e sempre più ruvidi da quando mi son spuntati i denti del giudizio.
Ero là, sinceramente interessata a questo morbido autoerotismo (del cavo) orale, quando sentii la prima goccia scendere.
Vero, avrei dovuto ricordarmene.
Mi era sfuggito, così come mi era sfuggita la goccia. Me ne fossi ricordata, sarei stata capace anche di trattenere la goccia. Ma non fu affatto un male, come si può intuire. Ovviamente, dovevo ancora decidere se c’era davvero bisogno di trattenerla o se potevo volgere a mio favore la situazione.
L’accumularsi degli eventi casuali concorreva a darmi ragione: prendo molto sul serio i segnali, anche quelli più subdolamente eloquenti.
Fu così che, mentre sentii la seconda goccia che si faceva strada verso il basso, suonò il telefono: la bella si staccò dalle interminabili descrizioni e corse a rispondere. Ne approfittai.
- Ti devo parlare.
- Ora?
- E’ urgente.
- Che è successo?
- Le mestruazioni. Il sesso di prima, a casa tua.
- Non ho capito, non ti erano finite?
- Lo sai che non sono ancora finite: stanno per finire.
- Che vuol dire allora? Spiegati.
- Te l’ho spiegato. Certo che te l’avevo spiegato.
- Cioè?
- Cioè sono mestrualmente stitica. Butto fuori poco sangue di mio. Il minimo indispensabile. A prezzo di gran dolore.
- Questo lo so, ma non ricordo cosa intendevi.
- Perdo poco sangue a meno di stimoli esterni che sollecitino i miei pigri muscoli a contrarsi, di grazia, un altro poco. E finire il lavoro mensile in maniera pulita pulita. Fare sesso freneticamente e a lungo è decisamente sufficiente come stimolo.
- Quindi ora hai di nuovo perdite?
- Temo di sì – feci, con un’espressione contrita. - Lo sento. Se non è già cominciato.
- E ora che farai?
- Dovrò andare in bagno a cercare un modo per porvi rimedio.
- Chiediamo a lei, scusa, avrà degli assorbenti.
- Non se ne parla nemmeno. Mi dà fastidio. - ovviamente mentivo, niente riesce a imbarazzarmi, però continuai: - E poi, posso cavarmela da sola. Dai, ora vado in bagno. Vedrai, entro, risolvo e torno.
Fino a quel momento ammetto che avevo abbandonato l’idea del delizioso (e magari sconveniente) dispetto.
Percepire una terza goccia di sangue che mi scendeva dentro mentre mi recavo verso la stanza da bagno e decidere di non accantonare l’idea della vendetta fu tutt’uno. Roba di pochi istanti.
Nanosecondo: quel tempo che passa dal momento in cui si crea un piano di tremenda vendetta nella testa, e il momento in cui si è certi di doverlo attuare subito, senza indugio, senza esitazione.
Entrai in bagno, chiusi la porta, mi ci appoggiai piano con la schiena e respirai un istante a pieni polmoni.
Cercai con lo sguardo lo specchio, mi ci avvicinai piano e scimmiottai le femmine che si rimirano assumendo qualcuna delle pose più civettuole e ridicole che mi vennero in mente. Poi sorrisi a me stessa.
Uno, due tre, contai mentalmente fino a dieci, poi, esattamente come ero entrata in bagno, aprii piano la porta e tornai in salotto.
Con un sorriso rassicurante mi diressi verso di lui, verso il divano.
Lei era ancora di là, al telefono con un altro ex (come ci spiegò in seguito) con cui era rimasta in analoghi buoni rapporti.
Perfetto.
Qualche secondo di ghigno soddisfatto di cui sarebbe stato impossibile accorgersi, e fui di nuovo sul divano accanto a lui. Con tutta me stessa, se così si può dire.
Aprii un po’ le gambe, il massimo possibile senza assumere una posa volgare, e abbassai il busto per appoggiare le braccia sulle ginocchia, e il mento sulle mani.
Dovevo avere sicuramente un’espressione molto seria così, perché lui evidentemente si preoccupò e si avvicinò al mio orecchio per bisbigliare un:
- Allora, va meglio? Ti senti bene? Sembri strana…
Tirai un sospiro di autocommiserazione e gli bisbigliai in risposta:
- No, solo un po’ di mal di testa, lo sai come mi succede, l’ultimo giorno delle mestruazioni, poi un po’ di nervosismo per questa storia…
- Ma hai risolto?
- Ho risolto.
- Ok, però rispondimi lo stesso. Non ti senti? Vuoi che ce ne andiamo?
Abbassai un altro poco il busto, schiacciandomi ulteriormente verso il basso, quel tanto che mi permise di allargare ancora, impercettibilmente, le gambe e far scivolare l’abitino elasticizzato qualche altro centimetro più su. E mentre, contraendomi, dondolavo il culo per strusciarmi sul divano, lasciai uscire un sofferto:
- No. Tutto a posto. A posto così.
Un rosso decisamente vivo, non c’è dubbio. Identico.