La luna di profilo


addendum
giovedì, 4 febbraio 2010, 10:41 pm
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Nei giorni in cui ci stavamo lasciando riempii i tempi fermi leggendo. Come morta, più che morta, sembravo incamerare quei segni piccoli, davanti agli occhi, sulla carta, senza capirne il significato.
Lessi metà dei tuoi libri, non avendone più altri con me. Non avendone di miei. Ne avevo di nostri ma i nostri libri non significavano nulla, in effetti.
Lessi anche quelli che ero certa non mi sarebbero piaciuti. Non ho mai più letto così tanto, come in quei mesi. Lessi anche i classici, quelli noiosi, quelli che mai avrei letto per scelta. Li lessi per non lasciarmi il tempo di pensare a come riempire le giornate.
I classicisti pensano di aver capito il mondo. Credono di essere stati messi a parte di un segreto in più, insieme alle derivazioni italiane dagli aoristi.
E noi non avevamo capito, non stavolta, non c’era scusante.
In casa nostra c’erano sempre stati profumi buoni di cibo. Anche quando non erano granché, la cena o il pranzo. E capitava. Eccome, se capitava.
Le parole ‘casa’ e ‘nostra’ hanno appena finito di lasciare sbuffi nell’aria, che riprendo il filo del libro che sto leggendo. Quello che leggo ora, per scelta, per voluttà per noia.
Come se fosse il primo libro che leggo, mi meraviglio delle parole nuove. Mi meraviglio che finisca ciascun capitolo.
Tanto è solo la mia piccola divagazione sul presente, questo presente attutito e muto. Poi torno al passato, senza futuro.
Nei giorni in cui ci stavamo lasciando faceva caldo. Mi faceva caldo, come dite dalle vostre parti, e mai modo di dire fu più azzeccato, perché era inverno e non poteva far caldo. La tua stanza infatti era gelida, come le nostre conversazioni.
Gelide anche le lacrime. No, non le lacrime in assoluto. Le lacrime sono calde, sono calde perché sfogano una pressione, non possono essere fredde.
Ma le lacrime erano fredde perché non mi curavo della loro scomparsa.
Piangevo in silenzio, di notte, come se fosse ogni volta il primo pianto della mia vita, ed è un po’ così in fondo, perché ogni volta che ho pianto mi è sempre sembrato che fosse diversa dalle altre, che fosse insopportabile, che fosse il massimo livello di sopportazione, che fosse una svolta, che fosse un buon motivo per cedere.
Le lacrime sono fredde quando piangi distratto. Senza passarti le mani sulla faccia, senza controllare cosa ti si sta creando addosso.
Piangi cercando di far finta di non essere tu a piangere, sperando che i presenti non vedano, con la stessa ingenuità di quando cerchi di confonderti tra i fumatori convinta che a fine serata i capelli non sapranno di cenere e la pelle di nicotina.
E così, quando piangi indifferente, sembrano trenta secondi e ne sembrano solo altri trenta e trenta ancora, e pensi che le lacrime si asciugheranno. Loro si asciugano, e quando passi la mano sulla faccia e sotto al collo e alla mascella, in effetti non c’è traccia di lacrime, ma solo di sale freddo che ha lasciato un solco invisibile nella direzione del collo, nella direzione del dolore. Quel sale, sì, è davvero freddo, come i secondi che ti sono rimasti per riflettere. Gli spettatori si girano, e hai qualche secondo per passare una mano feroce sulla faccia, e togliere i residui di questo freddo insolente e impudico, e la tua faccia sa ancora di pianto, ma il freddo rimane in mano. Te la vorresti tagliare quella mano, ma è tua, ed erano tue anche le lacrime, e lo negheresti tutta la tua vita, ma eri tu anche trenta secondi prima.

do you love me? do you love me? saturday come slow…

Eppure il giorno prima mi avevi accolto con gioia. Eri venuto a prendermi alla stazione, eri in ritardo. Sorridente, con la tua giacca un po’ stropicciata e le guance stanche di affanno, per la corsa. Io ero rimasta su una panchina, con un tremendo raffreddore, che non era riuscito a bloccarmi. Seduta e infreddolita, indifferente a quel po’ di febbre che mi portavo dentro da giorni, ero là solo per aspettarti, solo perché sapevo che saresti venuto. Là, con tutte le mie borse e le buste e i libri nuovi comprati come ogni volta, comprati con l’allegria negli occhi e il rimorso delle ore dopo. Mi avevi preso di mano le borse e le buste baciandomi come se non ci fossimo mai separati, felice di vedermi, felice del sole che illuminava la piazza, felice che fossi là ad aspettarti. Era stato soltanto il giorno prima e avevo testimoni, avevo la pattuglia che sorvegliava la stazione, avevo i turisti, avevo tutte le mie cose e perfino le tue.

Ma la mattina dopo nemmeno mi guardavi in faccia; e stavi scegliendo di comunicarmi i tuoi poderosi ragionamenti, le tue conclusioni felici e spensierate, senza di me. Io c’ero, ma avresti preferito scrivermi una lettera, mandarmi un messaggio, farmi una telefonata. Ti guardavi i piedi, poi controllavi il computer, poi pesavi le tue pause e riprendevi a ignorarmi.
Non ce la facevi, e per me non eri un uomo.
Non ce la facevo, ma ero un residuo di donna.
Non ce la facevamo e il mondo attorno era di cartone, come le persone finte che lo popolavano.
Parlavo con i colleghi e le loro facce mi si deformavano nel cervello, si ridisegnavano con contorni grossi, matita numero 2HB, grossa e nera, senza sfumature. Io raccontavo che la mia vita andava a rotoli e loro per fortuna non avevano consigli né bacchette magiche da impacchettare e regalarmi, e io non potevo far altro che guardare le loro facce impotenti e i loro sorrisi di condoglianze anticipate.
Erano fermi.
L’acqua al faro era ferma. E il mare era muto e stupefatto.
Inverno pieno e non avevo la forza di toccare l’acqua, lei così nera e grigia, avrei almeno dovuto provare a familiarizzare, perché mentre il mare mi voleva, la terra mi cacciava.

Il giorno che le nostre vite si spezzarono e la mia si spezzò più forte, per fortuna non c’era nessuno al mare, altrimenti avrei inscenato una commedia sull’acqua. Furono le onde a portarmi in giro, invece. Percorsi correndo il lungomare almeno un paio di volte, in auto. Con la tua auto.
Non sapevo più dove metterla, tutta quell’acqua. Non sapevo più dove mettere me perché in tutta quell’acqua non avevo più un posto.
Una volta mi sarebbe bastato la punta aguzza di uno scoglio. Un angolo di roccia. Ora tra me e le scogliere c’era repulsione, come tra due poli magnetici che si respingono.
Rimasi tutta la notte a mare.
Rimasi finché un po’ di quell’acqua mi entrò, comunque, tutto sommato. Il mare ed io riuscimmo nonostante tutto a parlarci. Un po’ della sua umidità salata divenne mia e un po’ del mio livore assurdo divenne suo.
La mattina alle cinque misi di nuovo in moto la macchina e cercai senza conoscer le strade di raggiungere la stazione.
Attraversai la città a me ancora ignota, che per il momento non avrei cominciato ad esplorare.
Costeggiai lentamente le strade per incrociare lo sguardo dei primi uomini in piedi, i panettieri, qualche giornalaio, e provare a sorridere e a farmi sorridere.
Mi ricordai appena in tempo dell’alba: i pescatori erano ovviamente già lì. Volevano fregarmi sul tempo, ma io ne volevo solo un pezzetto.
L’alba a mare è una specie di risveglio lento e mitigato, prolungamento del riposo uterino, fatica scandita a piccoli passi. Il sole si scalda con un rispettoso silenzio, e il cielo si prepara in tempo. L’alba a mare dovrebbe essere l’opposto del tramonto a mare, e invece cammina così, con semplicità, con calma naturale, con la pazienza dei giusti. Non c’è niente da dire dell’alba a mare, o almeno, le cose che si potevano dire gliele ho dette quella sera, quando eravamo soli, in due, e forse non ci saremmo più rivisti, non a breve.
Feci il rapido calcolo delle persone che potevo incontrare ancora, anche dopo l’alba. Non più di dieci, prima, molto più di cinquanta, ora.
Ormai, troppe. Il mio segreto non sarebbe stato più tale.
Ripresi la lenta marcia verso la stazione.
Non so come, ci riuscii.
Raccolsi le mie ultime risorse e le mie prime perplessità.
Raggiungi la stazione, e anche un verdetto. L’auto, fedele, seguiva le mie mosse.
La stazione, il mare, il porto. Era tutto vicino, tutto a portata di mano. L’auto non voleva decidere al posto mio.
La parcheggiai, la chiusi, la controllai. La guardai, ci guardammo, e mi dimenticai tutto quel che avrei dovuto raccomandarmi.
Sì, fui scrupolosa: la parcheggiai, la chiusi e lasciai le chiavi all’ufficio oggetti smarriti della stazione per andare a prendere un treno. Senza alzare gli occhi dal pavimento arrivai al binario 10, o forse era l’8, o forse non guardai nemmeno il numero; mi caricai sul treno che si era appena fermato evitando con lo sguardo il tabellone così fiero di comunicarmi la destinazione.
Era la tua macchina e nessuno aveva più le chiavi.



fake plastic needs
giovedì, 24 dicembre 2009, 9:12 am
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un punto in meno, ogni sforzo abbandonato
uno in più, ogni contatto elettrico
un punto sospeso, gli sguardi sporchi e vili
il sale e il sangue, i gemiti e le pause
i wish i was somewhat bulletproof
vorrei non credere mai e fidarmi solo delle mie parole
primo dito, secondo dito
avevo creduto a tutte le mani comprese le mie
ma queste mani
queste mani erano specchi infedeli
e sotto c’era un arpeggio stonato



before we start
sabato, 21 novembre 2009, 9:21 pm
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Passai la giornata come molte altre, ad aspettare una telefonata un sorriso un sussurro.
Solo il sorriso mi arrivò. Venne da chi mi era di fronte in autobus, una trans sudamericana. Naturalmente avevo deciso che fosse una trans, ossia che fosse o fosse stato un uomo, mi sembrava fin troppo chiaro che ne aveva tutte le caratteristiche.
Bionda, molto alta e molto massiccia benché magra, la bocca un po’ storta tipica di chi la atteggia a bocca piccola ma senza successo, occhi spauriti da bambino abbandonato, mani chiaramente grosse e nodose da maschio. Rimasi turbata da alcuni segni sulla pelle che sembravano voler chiacchierare con me, e si presentavano come bruciature da sigaretta o da ferro da stiro. Le vidi, e me ne feci accorgere, perché lei subito chiuse le nocche le une nelle altre, ruotando gli occhi in basso, a nascondere i pensieri. I segni mi erano rimasti impressi nella retina, per sua sfortuna. Immaginai troppe cose sul loro conto, finché fui costretta a trasferire altrove i miei pensieri, per non scoppiare a piangere in quell’istante.
Le bruciature volevano dirmi che c’era qualche storia cruda e violenta, banale, ma cruda e violenta, che c’era un uomo senzapalle dietro la vita di quella donna, e troppo poco tempo per essere felici.
Io felice non lo ero. Contenta, forse, a volte. Odio la contentezza, la radice è la stessa della parola accontentarsi, e a me non piace accontentarmi, non mi è mai piaciuto; un giorno vorrei cominciare a godermi qualcosa che sia riuscita a raggiungere faticosamente ma volontariamente, e che non sia solo quello che mi viene presentato.
La trans mi sorrideva e io ora volevo davvero piangere. Avevo bisogno di farmi male per far venire fuori le lacrime, e non ci riuscivo in alcun modo, né con musica puttana, né con film traumatici e consapevoli.
Mi sentivo una ladra. Quel sorriso era stato un furto. Provai più volte a restituire il maltolto sorridendo a mia volta agli estranei, ma il senso di colpa non voleva abbandonarmi.
Più tardi, al supermercato, mi stupii di me stessa. Il commesso ci provò con me, ma non fu quello che mi fece stupire. Mi turbò il fatto di aver compreso il meccanismo con cui l’aveva fatto, di averlo interpretato nella maniera corretta benché non mi fosse mai capitato prima. Come capire le regole di un gioco che non si conosce, senza che qualcuno te l’abbia spiegato prima.
Gli diedi uno di quei sorrisi rubati alla trans, e poi gliene diedi un altro mentre passavo oltre la cassa, e un altro ancora mentre cominciavo a imbustare la spesa. Gli consegnai l’ultimo insieme al bancomat, e fu allora che capii che erano stati troppi sorrisi e che l’aveva interpretato come un segnale di avvicinamento. Forse era stato incoraggiato anche dall’avermi percepito compaesana, cosa che naturalmente avevo registrato anche io, come sempre, come ogni straniero fuori sede, e forse gli era suonato familiare, o qualcosa come un segno, o magari lo aveva solo stuzzicato. Mi porse la tastiera per digitare il pin, ma non tolse la mano, o meglio: aspettò che lo prendessi io, per mantenerlo mentre premevo i tasti, e lui rimise la sua mano sulla mia, niente di invadente, solo quel tanto sufficiente a sondare la situazione con me, a vedere se tiravo indietro le dita, se scattavo indietro colpita dal gesto o rimanevo lì, a contatto con lui. Ebbi la chiara sensazione che facesse parte di un rituale, che fosse un primo (vagamente) esplicito approccio, a cui avrebbero potuto seguirne altri. Non tolsi la mano, non spostai nemmeno un po’ le dita. Sapevo che mi sarei trasferita a breve e non lo avrei più rivisto, avrei cambiato zona e quindi supermercato abituale.
Avevo ancora troppi sorrisi addosso. La trans mi aveva sorriso una volta sola, ma addosso a me quel sorriso si era frantumato, per poi moltiplicarsi all’infinito. Quel sorriso puro, idealmente puro, che la mia fantasia aveva ingenuamente popolato di fantasmi, mi aveva violentato. Eppure ero nera, e il nero che mi avvolgeva non si scioglieva al passaggio di quel sorriso.
Nessuna telefonata arrivava, e per non pensare cominciai a dirigermi a casa di Lara. Tanto sapevo che non avrei avuto il coraggio di andarci davvero. Mi serviva solo a pensare a qualcosa di diverso. Lara è diversa.
Lara ha la pelle morbida, e gli occhi accesi. E’ quel che cercavo. E’ quel di cui ho bisogno fin troppo spesso, qualcuno che non si spenga come faccio io. Ho guardato tante volte i suoi occhi e li ho visti spegnersi una sola volta: una volta sola e mi è bastato ad avere la certezza che non mi piacesse, quello spettacolo così, quegli occhi vispi di colpo svuotati. Non mi è piaciuto soprattutto perché non ho trovato dentro di me niente che fosse sufficiente a riempirli.
Poi per fortuna si è riaccesa. Lara riesce sempre a riaccendersi.
E se la adoro, è anche perché, a differenza dei miei vuoti, ho visto i suoi passare e morire, mentre i miei vegetavano in attesa di una gloriosa e melodrammatica dipartita.
La prima volta che l’ho vista ho pensato a lei come a tutto il sole che riesce a entrare di prepotenza in una stanza, cose che non si raccontano, cose che si possono solo piangere di gioia. Mi è passata accanto e ho avuto la fortuna e la furbizia di non lasciarmela scappare. Ma un giorno lei come tutti gli altri sparirà, perché smetterò di rincorrere tutti, tutti quanti, tutti gli altri che non vogliano rincorrere me.
Passai davanti al portone di Lara, come previsto, senza avere davvero la voglia di suonare il citofono. Non se ne accorse nessuno. Oltrepassai il civico giusto e continuai a scrutare le case come se stessi passando per quella stradina per la prima volta. Ormai era sera e faceva freddo, non abbastanza da farmi tremare, nonostante la forte umidità. Ma tremavo per le attese, perché sentivo, e avevo paura, che si stessero esaurendo.
D’altronde, di sabato non ci si parla. Per questo lo odio. Odio davvero il sabato.

Era l’ultimo sabato dell’anno.
Di sabato anche gli amori più ostinati muoiono. E la domenica non arrivano resurrezioni.



so what
martedì, 1 settembre 2009, 7:56 pm
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Una donna su una sedia a rotelle, un bambino, un cane.
Mi bloccano il passaggio, mi agganciano nel mio cammino sganciato e nel mio percorso lento e assente senza sensi.
La donna è bella come chi è felice da poco, il bambino fragile come chi ha ancora gli occhi chiusi, il cane riconoscente come un animale amato a lungo.

Una donna un bambino e un cane. Famiglia.
Sono famiglia come i due uomini nell’autobus, l’egiziano e il siciliano, senza nomi e senza patria, sono famiglia, loro sì, io no.
Senza conoscersi si scambiano parole, dolori, foto di mogli, consigli, sbagli.
Sono famiglia.
Io no.

Sono assente.
Sono assente fra i tetti che non incoraggiano lo sguardo.
Sono assente tra gli sguardi che mi scavalcano.
Sono assente per ogni notte che si ferma troppo presto.
Se sono assente mi si blocca la ricerca d’immagini.
E di volti sinceri.
L’egiziano ha una moglie lontana, io una scatola cinese vuota, perché quando sorrido a tutti, rubo un sorriso a me.

Una donna un bambino un cane.
Attraverso nel buio pesto, scuro come quei due occhi.
Al mio ritorno, lei si è seduta, io mi sono tirata indietro per farle spazio.
Aveva la pelle lucida, brillante, tesa.
Aveva quella pelle perfino sulle caviglie.
Aveva un fondo vivo dentro agli occhi.
Le ho chiesto ’sei del sud?’, ma senza sentire le mie parole.
Le ho chiesto a chi pensasse e per chi sorridesse in quell’istante.

La lenta morsa alla gola mi aveva tirato via.
Via dalla donna dal bambino dal cane.
Via dall’egiziano, via dal siciliano.
Via da quel balcone col manichino vestito in modo buffo, che avevo deciso di fotografare.
Via dalle notizie di me che confezionavo ogni mattina.

La donna il bambino e il cane sono rimasti là.
Ed io sono fuggita.



Dall’altra parte
venerdì, 28 agosto 2009, 8:08 pm
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Non so nemmeno come mi possa essere venuto in mente di provarci.
E’ stato la notte prima della separazione definitiva.
Lasciarci, beh, ci eravamo già lasciati. Ma la coerenza non è il tuo forte, o meglio, poteva anche non interessarci del tutto. Da quando ci eravamo lasciati avevamo scopato altre due volte, e ti era perfino piaciuto.
Tra noi due la parte indecisa della coppia non ero io, quindi era strano benché appagante che ti fosse piaciuto.
Io posso parlare per me; e avevo fatto di tutto per farti godere, di tutto, ma ti aveva preso il sonno, mi avevi fermato assicurandomi che andava bene così, che non era importante, che stavi bene.
Certo, non quelle scopate dei primi mesi, quelle lunghe che ci sfinivano, quelle riprese nella notte dopo una breve parentesi di sonno.
Allora ancora mi stupivi: nella notte mi cercavi, ed io ero là, rispondevo subito, tempo di reazione zero, mi facevi sorridere, ti guardavo dall’alto mentre ti impossessavi di me semplicemente infilando la tua testa tra le mie cosce.
Ci mettevo poco, venivo subito, ti tiravo su per sentire la tua lingua col mio sapore sopra, ricominciavo, ricambiavo.
Era bello. Era sesso ma già ci amavamo.
La notte prima del trasloco un affanno al cuore mi gridò, con urgenza, una voglia di te che solo può capire chi si è concesso la scopata d’addio.
Su nessuno dei due fianchi riuscivo a prendere sonno, pensavo al tuo corpo dall’altro lato, accanto a me ma irraggiungibile, pensavo alla tua pelle liscia, ai fianchi sui cui avevo poggiato tante volte il mio collo, al tuo sesso che mi faceva impazzire, buono quanto la tua lingua, eccitante quanto la tua bocca, il tuo sesso e basta. Il tuo sesso è te, con tutte le tue contraddizioni e i tuoi difetti.
Ed io continuo ad amarlo perché non riesco ancora a smettere di amare te.
Pensare è una parola grossa, però, perché nel buio del letto non pensavo.
La testa mi pulsava come fosse un grosso cuore.
Aspettai di sentirti girare su un fianco per avvicinare il mio corpo al tuo. Feci finta di avere la delicatezza di non prendere a masturbarti subito. In realtà il mio primo bisogno sarebbe stato quello di usare la bocca, lo è sempre. Ma già sapevo che se avessi sentito da subito la mia lingua avrei generato in te uno scatto violento.
Feci finta di volerti solo abbracciare, e di allungare lentamente le dita su parti del corpo non sospette, cosa che mi è facile, di solito, perché hai, stranamente, poche zone erogene. E in più dormivi.
A un certo punto, sapendo che i tocchi leggeri ti avrebbero fatto il solletico, ho steso tutto il braccio dal fianco al ginocchio, premendo sulla pelle con forza, massaggiandoti la coscia, sperando ancora che non ti svegliassi.
Quando poi la mano è slittata davanti, sul bacino, e ha cominciato a masturbarti, e sentivo che ti eccitavi, lo sentivo, non puoi negarlo…!, bene, è stato allora che ho cominciato a eccitarmi davvero anche io.
Fino ad allora cercavo di usare solo la testa, per sentire, nell’istante in cui sapevo di amarti, se il mio amore poteva bastare a entrambi, sai, quelle cose idiote che si dicono.
Io l’ho sentita dire ad un sacco di uomini e non me ne stupisco. Prima sì, ora non più.
Sentivo che ti eccitavi, sentivo il sangue, sentivo il respiro.
Poi ho sentito l’ultima agghiacciante cosa.
Ho sentito la tua mano che si muoveva a raggiungere la mia. Ho pensato, è fatta.
E invece me l’hai presa e me l’hai tolta, rannicchiandoti molto di più per non rischiare che ci riprovassi.
Non ho nemmeno avuto il coraggio di masturbarmi con rabbia, né il dolore sufficiente a piangere.
Non sentivo più niente. Negandomi il sesso, mi impedivi di volerti bene, visto che è il modo migliore che conosco per dimostrarlo.
Non sentivo niente. Potevano essere le quattro, e non ho più chiuso occhio.
Quando all’alba hai cominciato a preparare la colazione, prima di iniziare a riempire il furgone, probabilmente non hai neanche realizzato cos’era successo.
Erano appena le sette. La mia volgare ironia mi fece pensare che ci ero riuscita, a rendere molto più dura la giornata. E quella soltanto.



vigliacchi, anche gli organi
domenica, 23 agosto 2009, 5:22 pm
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Sono là e gli dico le ultime mie parole.
Le ultime nostre.
Ancora non so quanto mi concederà di stare qui e per quante ore mi urlerà contro quando si sarà sbarazzato di me.
Sono là, o meglio sono qua, e mi sembra di sentirmi mentre le conto, le mie parole.
Sento la mia voce, la mia voce giovane, che rincorre la sua, dire cose superflue, e bruciare il conto alla rovescia dei discorsi fatti.
E’ sera, questa ultima sera funesta e funestata anche solo dal mio malumore.
“Mi si sono rotte le scarpe.”
“Che scarpe…?”
“Bugia. Se ne è rotta solo una, il sandalo sinistro. Si è spezzato a metà. Non posso più camminare.”
Seduti su uno scoglio, con poche cose da dire, aspettiamo il tramonto per licenziare anche questa giornata.
Seduti o meglio stesi; fa sempre così caldo, e ora mi si è anche spezzato il sandalo.
Questo finale triste mi riporta alla testa, logicamente, l’inizio allegro. L’inizio in quell’ora della mattina popolato solo da qualche pescatore, a cui tendevo l’orecchio per imparare parole nuove del dialetto, di questo dialetto, questa lingua che immaginavo nata con la fretta dentro perché lo parlassero persone troppo calme.
Nemmeno tutto, nemmeno uno intero, di quel sole. In quell’inizio, come in tutti gli inizi felici, eravamo risaliti in auto per andare a fare colazione, con la calma che compensava le corse della partenza, con la tranquillità dei primi clienti di qualche bar, come sempre finivamo per essere.
Nei silenzi di quei bar ogni tanto ci capitava di soffermarci su una radio, ci sembrava di intuire combinazioni magiche, ci fermavamo come bambini a credere nelle coincidenze: ma forse era stata solo una volta, quella davvero singolare, in cui si erano susseguite solo canzoni del 1977, e ci avevamo quasi creduto.
Il mio sandalo non è particolarmente bello, solo molto comodo, e mi fa pensare di non essere degna nemmeno di una piatta comodità. Pensare mi fa dimenticare che dopo le pause riprenderai ad urlarmi contro, fino alla mia resa.
Ogni tanto, in queste pause, mi guardi perfino; forse credi che non me ne accorga, e io per dispetto non giro mai lo sguardo nella tua direzione. Una volta facevamo questo gioco in macchina: e al primo segnale, appena capivo che stavi per tornare con lo sguardo alla strada, tu controllavi lei e io controllavo te, e poi ti guardavo le ginocchia, quelle gambe lunghe e sinuose di cui mi ero innamorata in meno di un istante, le ginocchia che avevo voluto subito toccare insieme alle nocche e al bacino, come mi viene d’istinto, rapita da ossa e sporgenze. Seguivo le tue nocche modellarsi sul cambio, immaginando la sensazione del loro movimento come fossero mie.
Il contatto con la tua pelle mi fa ancora impazzire.
Mi dicesti queste parole soffiate, senza preavviso, in un momento in cui avevo bisogno di sentirmele dire.
Sempre così incerta, sempre così insicura, sempre in bilico sulle mie certezze quando non posso vedere se gli altri mangiano i miei respiri.
Qualche secondo dopo avevo gli occhi lucidi, e mi si erano esaurite le parole.
Il contatto con la tua pelle fa ancora impazzire me, soprattutto perché ormai mi è negato.
Mentre mi stai consegnando la tua ultima sentenza di divorzio, la mia testa con un meccanismo automatico determinato dall’istinto di conservazione, doppia l’audio, azzera la versione originale, e ci sostituisce questa frase.
Il contatto con la tua pelle mi fa ancora impazzire.
Ho amato uomini e donne solo perché la loro pelle era geneticamente compatibile con la mia, continuerò ad amare la tua nonostante appartenga a te e non a me.
Mi toccherà spezzare anche l’altro sandalo per andare via.



A schiaffi
giovedì, 13 agosto 2009, 9:23 am
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Quelle persone che seguirei
ancora mi somigliano, forse: e tutti quei gesti
che tengo per me, quelli e altri, andrebbero
impacchettati e consegnati, o sciolti nell’acido.
Dovrei staccarmi le mani e regalarle al primo venuto.
Dovrei chiudere gli occhi e ascoltare cosa ho ancora da dire.
E poi, forse, verrei io, davvero.
Ma un giorno, di quelle storie di cui quando siamo partiti
ancora non conoscevamo nulla, ancora non sapevamo la fine,
ebbene, di quelle, andrebbe fatto un riassunto
per capire se servono. Per capire se ci vogliono rimanere dentro.
Per scorgere del posto rimasto vuoto per sviluppi futuri.
Forse non sono io.
Forse ho cominciato a sorridere di chi cercava
un significato ambiguo nei miei anelli,
di chi contabilizzava i miei buongiorno e buonefeste,
di chi si arrampicava per stare più in alto
e poi guardarmi in basso, miope.
Ho smesso di odiare nel modo in cui ho odiato tutti,
un modo inaccessibile, quel modo definitivamente secco e duro.
Col freddo, con l’invisibile rabbia,
ho dovuto fare i conti in certi giorni
e in tutti gli altri, tener per me le briciole,
senza poter guardare, senza potermi vedere.
Il modo, il mio, è diventata l’unica speranza alla fine di una giornata,
a volte l’unica risorsa in una gabbia stretta,
abbandonata nel fossato, troppo lontana da tutti i suoni.
E’ stato il modo di quelli in crisi di coscienza, o in calo di ascolti.
Il modo di quelli che sbagliano la rotta
nel punto più nascosto e buio dell’oceano, e non sanno di dover sollevare lo sguardo.
E’ stato odio ogni singolo istante che non c’era spazio per amore.
Un modo che ha vissuto sconosciuto in un mondo troppo conosciuto,
perché con la gente difficile ho dovuto odiare da professionista.



Miniature
giovedì, 6 agosto 2009, 1:46 pm
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E’ una donna fatta, ma ancora non lo sa.
Quando giocava, da piccola, al ritorno si chiudeva in camera sua e pensava a una casa tutta per sé, alle differenze con una stanza singola, e immaginava che tende avrebbe scelto, e chi le avrebbe montate; non aveva idea che l’occasione le si sarebbe presentata così vicina, così presto, così a portata di mano.
Lei e il padre salgono sull’autobus che va alla polisportiva. Non c’è tempo, per altri osservatori esterni, per riporre i libri, fermare lettori mp3, richiudere le riviste, non c’è modo di scrutarli e capirli perché l’autobus si svuota all’altezza della zona industriale e nessuno vorrà più guardarli.
Nessuno eccetto me. Io rimango perché ho capito che devo trovare il modo di scrutarli e cogliere particolari, anzi scrutare lei, divorare lei, non importa altro, avrò il tempo di fissarla, anche se non avrò il coraggio di innamorarmene. Per cui, io rimango nonostante sappia che mi toccherà un ritardo in ufficio, rimango anche se farò fatica a non farmi notare, rimango perché ho bisogno di capire chi è che sto guardando.
Lei non è ancora nessuno per gli altri, ma lo diventerà perché lo è per me che l’ho già fiutata.
Vanno verso la periferia perché lei deve allenarsi, ha una partita a breve e non vede l’ora di stancarsi tutto il giorno sotto gli occhi vigili e rassicuranti del padre.
Quando giocava da piccola non aveva la maglietta del Brazil che indossa ora, perché i genitori non erano riusciti a trovarne una della misura giusta.
Quando era piccola in fondo non era tanto tempo fa. Avrà sedici anni e gli occhi acuminati di una volpe, o di una donna che sa quanto piacere vuole.
Lei e il padre hanno due volti greci, il che quasi certamente vuol dire che lui è un napoletano trasferitosi a Firenze, e che lei, quindi, pur nata a Firenze, è cresciuta in un misto meridionale e straniero. Hanno volti e fattezze, greci, per la precisione, perché sono anche piccoli di statura, e agili di movimenti.
Il padre ha un volto così greco che sembra un personaggio pasoliniano, occhi piccoli e vigili, volto scavato, mani nervose. Lei invece è morbida ma ha ancora un residuo genetico di quel nervosismo muscolare del padre. Ha bisogno di lui e lo cerca con lo sguardo appena mette piedi sull’autobus, e lui non fa niente, ma la rassicura. Il fatto che riesca a darle sicurezza con uno sguardo mi farebbe quasi urlare di dolore se la mia parte razionale non mi ricordasse che, ehi, è una cosa bella, una di quelle per cui si sorride, non si urla. Casomai si piange.
Hanno entrambi una sorta di strano languore del respiro, che ti fa venir voglia di toccare quelle ossa, di incorniciare con una mano quel volto e sentire il calore appoggiarsi nel palmo.
O forse, è il mio desiderio accumulato che parla, e che mi ha chiesto, appena li ho visti salire, se potevo conoscerli, se potevo sentirli un po’ miei.
Si capisce subito, insomma, è una piccola giocatrice di calcio. Ha la maglia del Brazil, dei pantaloni al polpaccio, viola, leggeri. Sandali infradito sportivi, non ‘carini’. E’ tremendamente donna, come dicevo, ma non lo sa. E’ tremendamente donna già in tutto questo, e forse pensa di esserlo perché si concede, unico tocco di colore personale, smalto alle unghie di piedi e mani. Rosso ai piedi, perla alle mani. Ha le unghie curatissime e muove le mani come penso che dovrebbe fare una modella.
Eppure è un’atleta, si vede, è sportiva, è scattante, è fluida. E’ forte e resistente.
Ammetto con me stessa, o meglio, chiacchierando col mio desiderio ammettiamo insieme, che avrei dovuto scattare una foto invece che scrivere un racconto. La mia foto c’è, in effetti, ma la posso vedere solo io.
E’ armoniosa e altera. Ha un naso lungo e affilato e le labbra sottili, tutto in linea con questi lineamenti squadrati ma luminosi. Mi basta guardarle gli occhi per capire che è convinta di essere sulla strada giusta. Ha voglia di fare cose, ha voglia di andare ad allenarsi. Guarda fuori, guarda lontanissimo, è piena di pensieri per la testa.
D’un tratto si volta verso il padre: “Cazzo, se continua a chiudersi così, il tempo…”. E lui: “Non ti preoccupare”.
Alla fine della settimana ci sarà l’incontro della sua vita, quello che le darà la possibilità di avere una casa per sé, di viaggiare, di fare quel che più desidera al mondo, quello che la fa sentire viva, quello che la fa stare bene con se stessa e con gli altri.
Le hanno già fatto un’offerta ma sarà la giornata di sabato a vederne definiti i particolari. Potrà avere una casa, potrà scegliere le tende. Potrà aspettare a diventare grande, se lo desidera. Potrà incominciare a vedersi allo specchio come la vedo io, forse.
Ma lei è irrequieta. Snoda quelle ginocchia lisce e prende a dondolare le gambe. Il padre reprime una fronte contratta e le si avvicina, appoggiandosi con le mani sulle sue spalle e carezzandola, lentamente, solo con piccoli movimenti dei pollici.
Ed è allora che io non ho più bisogno di vedere altro e decido che posso scendere, nonostante non sia la mia fermata.



#9: naked but safe
giovedì, 14 maggio 2009, 7:37 pm
Archiviato in: Bassifondi

Ventisei dicembre

Ore 10.14
Ci sono dappertutto nuvole con i bordi oscenamente netti, come tagliati da un rasoio: non le capisco. Sembrano incise di fresco e lasciate così affilate per poter ferire qualcuno. Me di sicuro. Si potrebbe prender la matita e disegnarci il contorno; anzi, ora prendo la matita e lo faccio.
Un uccello piccolo e nero inganna il mio senso della prospettiva spacciandosi per un falco e ricordandomi che non posso. Non ho matite, nella borsa, solo penne, stavolta, non come al solito, con la scatolina di mozziconi quasi finiti: e con la penna rischierei di sbagliare e non poter cancellare. Devo rifare tutto da capo.

Ore 13.14
Il mio sguardo è fisso sul vetro del treno, metto a fuoco la finestra e non quel che c’è fuori, lo faccio spesso.
Poi il movimento risveglia i miei occhi ciechi, è il controllore che scruta per l’ultima volta i vagoni prima di risalire e far cenno di ripartire al compagno.
Pochi minuti dopo è davanti alle mie sei poltrone vuote, beh, logicamente vuote a parte me.
Come sempre, sorrido mentre gli porgo il biglietto. Come sempre, non alzo gli occhi verso i suoi, regalando gratis le mie labbra accomodate a sorriso.
Ma stavolta, dietro il rifiuto dello sguardo, confesso anche la mia debolezza: non voglio incrociare i suoi occhi perché ho paura che non risponderebbero, e ho il terrore di non poterlo sopportare.

Ore 16.14
Tornando a casa sono quasi caduta, incespicando su alcune pietre smosse, sul vialetto. I bambini del piano di sopra devono aver di nuovo giocato a rincorrersi senza rispettare le regole condominiali. Ci ho messo qualche istante in più a infilare la chiave nella toppa, dopo.
Non ho tempo da sprecare, ho pensato richiudendomi la porta alle spalle e intercettando in lontananza lo scalpiccio di quei sei piedini. Sei piedini che, evidentemente, avevano intenzione di sfruttare l’ultima ora di sole per sfogare la loro carica ormonale.
Non amo i mocciosi.
Non amo le persone in generale. Non a modo loro. Non come è opportuno che sia.
Ho lasciato la borsa nell’ingresso e i vestiti in cucina, sebbene non ce ne fosse alcun motivo. In assenza di palazzi di fronte a me, mi sono presa la libertà di circolare nuda sul balcone, e sentirmi asciugare lentamente addosso gli ultimi sudori della metropolitana, prima di concedermi una lunga meritata doccia.

Ventisette dicembre

Ore 07.14
Mi sono svegliata in ritardo, e mi ha sorpreso, data la mia proverbiale puntualità; anche perché solitamente più che puntuale sono in anticipo, e non ho mai bisogno di sveglie.
Ho cercato di ingannarmi tenendo gli occhi aperti nel vuoto nero della stanza ancora buia. Odio il buio, ma a volte mi piace sentirne la consistenza, invitandolo nella mia camera da letto a dispetto delle mie stesse regole.

Ore 12.14
La giornata mi è passata davanti senza particolari eventi da sottolineare. Sono seguace dell’equilibrio, degli equilibri, un rimprovero da parte di un superiore viene annullato da un sorriso non richiesto eppur gradito della donna delle pulizie; oppure il contrario.
Durante la pausa pranzo non avevo fame, ma voglia di camminare. Non abbiamo orari, il mio stomaco ed io, né misura. Per cui a mezzogiorno ho scelto di trascorrere tutta la mia pausa tra le bancarelle dei libri usati in piazza, davanti all’edificio dove lavoro. Anche se poi, come sempre, compro poco o nulla, e la cosa che preferisco è leggere frasi a caso per vedere che effetto mi fanno, per fantasticare sulla storia che le contiene. Le frasi decisamente interessanti finiscono nel mio taccuino delle frasi, che non sono propriamente citazioni, ossia paragrafi di senso più o meno compiuto pur se estrapolate dal contesto. Sono proprio fulmini senz’altro scopo.
E non devono necessariamente essere romanzi, quelli da sbirciare.
Un libro mi ha invitato ad essere aperto a metà, oscenamente, in un punto in cui delle pagine si erano strappate. Ho indietreggiato di molto e ho trovato uno splendido “Ed eccola qui, ancora viva, e aveva quasi dimenticato che doveva morire”.
Mezz’ora dopo, ormai senza più entusiasmo, un piccolo libro esteticamente inadeguato mi aveva consegnato un avvilente “Alla fine mio padre prese l’abitudine di uscire di casa la mattina come per andare al lavoro”.
La rassegnata anormalità suscitata dal connubio delle due frasi mi ha impensierito, confesso, e mi ha accompagnato fino a sera.

Ore 20.14
Sbadiglio davanti ad una televisione muta, consapevolmente muta perché col volume ridotto a zero. Ogni tanto mi assopisco, e solo quando un’immagine curiosa attira la mia attenzione, accetto di ripristinare l’audio. Durante una pubblicità mi ricordo che ho comprato un libro, mentre mi stavo avviando in ufficio alla fine della pausa; un romanzo così malconcio che non ho voluto nemmeno sfogliarne le pagine per paura di perderne qualcuna.
Lo apro verso la fine, o dovrei dire si apre verso la fine perché contiene una foto in bianco e nero di una bambina bruna in impermeabile; una bambina fragile in impermeabile galosce e cappello, come quello dei pescatori.
Nella mia testa in una frazione di secondo quel completo diventa arancione, senza altro motivo se non un’associazione automatica con qualcosa che si è perso nei tempi della mia infanzia. Dimentico il libro e accomodo la foto accanto a me, sul divano.

Ventotto dicembre

Ore 03.14
Apro gli occhi con naturalezza, senza panico, senza affanno da incubi, come se semplicemente avessi smesso di tenerli chiusi. Ripercorro mentalmente le stanze della mia casa, appuntandomi di controllare qualcosa al mio risveglio o comunque prima di uscire per recarmi al lavoro. Salto di proposito la stanza dove c’è lo studio e mentre proseguo con la lista di cose da ricordare, mi riaddormento, dimenticandole tutte.

Ore 08.14
Prima di chiudermi la porta di casa alle spalle ritorno sui miei passi, rovistando sul divano. La bambina si era infilata tra due cuscini, ho appena il tempo di tirarla fuori che sento il pavimento tremare per l’arrivo del treno. Devo correre ma mi prendo il lusso di sfilare il portafogli dalla tasca dei pantaloni per riporre con cura la foto. Mentre salgo sul vagone, appena in tempo, per fortuna, a causa di un ritardo nelle coincidenze, comincia a piovere a dirotto.

Ore 15.14
Sono rientrata da poco in ufficio quando un collega mi chiede di sbrigare per lui una commissione che gli impedirebbe di finire la relazione da presentare nel pomeriggio.
Acconsento perché mi permetterà di perdere più tempo del previsto, data la pioggia.
Cammino lenta, riparandomi con l’enorme ombrello che lascio sempre, di riserva, in ufficio. A metà strada aspetto troppi semafori verdi, senza rendermene conto, perché una donna con un buffo impermeabile arancione all’angolo di una strada si ripara dalla pioggia insieme ai suoi cani, sotto un cornicione. Per qualche minuto, non so per quale motivo, immagino che sia una vagabonda e mi trattengo a stento dall’andarle a parlare, anche se non so assolutamente cosa potrei chiederle. Poi qualcuno mi urta, finita l’attesa del verde davanti alle strisce pedonali, e vengo praticamente trascinata sull’altro marciapiede dalla folla.

Ore 22.14
Dopo avermi tenuto compagnia per l’intera giornata, la bambina si è aggiudicata un posto nel mio archivio. Lei non sapeva che avrebbe fatto questa fine, eppure c’è arrivata.
Il mio archivio composto di orfani è quasi inutile quanto il taccuino di anti-citazioni: servirebbe a darmi spunti per inventare storie, o forse a ricordarmi le emozioni che possono aver generato nei legittimi proprietari. E’ una vecchia scatola di sigari che mi sono fatta regalare dal tabaccaio sotto casa, è grande e leggera e ha un bellissimo cordino che si arrotola sul perno della faccia frontale: e contiene solo oggetti non miei, trovati sempre per caso, raccolti sempre di nascosto.
La bambina senzacolore si accomoda sotto ad un fermaglio per capelli trovato una sera su una panchina, assolutamente inutile per una con i capelli a spazzola come me; e copre il programma di un teatro evidentemente troppo poco interessante per essere consultato più di una volta.
Mi dimentico perfino dell’arancione immaginato.

Ventinove dicembre

Ore 09.14
L’ufficio è gelido. Qualche complicazione tecnica ha costretto l’amministrazione a rimandare la soluzione alla fine delle festività.
Trovo assolutamente naturale andare in giro fra le postazioni dell’open space con il cappotto, anche perché posso usare la situazione come scusa per fermarmi qualche istante di più con i colleghi.
Di ritorno dalla macchinetta del caffè mi fermo alla scrivania di una collega giovane, appariscente, ingenua e tenace, appena entrata, che è arrivata troppo in ritardo per il maltempo, ma senza nascondere di essersi concessa una sosta in edicola. E’ con la sua nota e volgare prorompenza che si spoglia e si fa crollare sulla sedia, sbattendo sul tavolo le riviste che ha comprato, per l’appunto.
Trotterello attorno al tavolo con aria annoiata per sbirciare, notando un periodico di arredamento: la fanciulla sorride immaginando ch’io condivida i suoi interessi, quando in realtà ho solo notato una foto di una libreria, in copertina, nella quale, come da abitudine, tento di identificare i libri sperando di conoscerli.
Delusione: nemmeno chi ha allestito la stanza per la foto di copertina ha davvero buon gusto. Torno mogia alla mia scrivania finendo lentamente il caffè.

Ore 14.14
Il maltempo mi dà tregua. Anche lui sa che il silenzio dopo un rumore assordante viene ascoltato con cura.
Sa che dopo avermelo reso impossibile, dovrò correre a scrutare i contorni del panorama e dell’orizzonte, per controllare se è rimasto tutto intatto.
Appena sento che il sole è tornato, noncurante del freddo chiedo di uscire prima.
Ho bisogno del mare.
In questo freddo contratto e stanco, ho solo bisogno di tornare a descrivere l’acqua del mare. Mi ricordo di dover tornare a casa solo quando, molti chilometri dopo, comincio a vedere l’acqua soltanto quando brilla sotto i lampioni del lungomare.
Mi volto, e sulla strada di ritorno non c’è più nessuno.

Trenta dicembre

Ore 00.14
Il freddo della passeggiata mi ha immobilizzato. Il mare ha rimesso in moto i miei desideri. Il corpo e la mente però sono discordi, e la stanchezza non è bastata a rimanere a letto. Mi sono coricata troppo presto e ne subisco le conseguenze.
E’ quando cominciano i film della notte che decido di non poterne più del letto e della testa che ha voglia di pensare e immaginare: mi chiedo, se ho sempre voglia di un mucchio di cose e le vedo perfino nei particolari, creando con la mia mente lunghe e dettagliate sequenze dei miei film, perché ritengo di non essere in grado di srotolare una storia di senso compiuto, per iscritto?

Ore 04.14
Gli ultimi film notturni mi hanno consigliato di provare a dormire. Non mi è chiaro a cosa servirebbe cominciare a dormire ora, ma se provassi a fare altro finirei per dare troppa importanza a questa lunghissima giornata, che invece deve rimanere completamente definitivamente crudelmente anonima.

Ore 18.14
Squilla il telefono. O meglio, preciso, squilla un telefono che riesco a sentire. Data la mia assenza dall’ufficio erano quasi pronti a spedirmi i vigili del fuoco, perché quella del pomeriggio è la prima telefonata a cui rispondo, dopo le numerose telefonate con cui speravano invano di informarsi sui miei movimenti. Buffo, i miei unici movimenti sono stati da una diagonale all’altra del letto, a parte un sogno in cui mi alzavo per andare a cercare qualcosa nel mio archivio, e finivo per inciampare e cadere lunga a terra. Ma forse non era un sogno.
Troppe telefonate non sentite, troppo poche parole per scusarmi. Ma, giacché in quell’ufficio campo anche discretamente di rendita, posso permettermi delle scuse sommarie.

Trentun dicembre

Ore 06.14
Troppo presto per recuperare sul lavoro, ma non per uscire. Di treni ce n’è già tanti, per i pendolari, a quest’ora.
Per tenermi sveglia, e per arrivare in orario, sono scesa tre fermate prima della mia, e ho fatto gli ultimi chilometri completamente a piedi. La periferia che sonnecchia non è così ostile come avevo immaginato.
Ma ero comunque in anticipo, e senza stupirmi di me stessa mi sono diretta verso la parte alta della città, dove c’è il belvedere da cui è cominciata la mia storia con questa terra, dove nei mesi invernali non c’è nessuno prima dell’ora di pranzo.
Non mi sono accorta di esser stata vista; nascosta dietro la colonna dove ero andata a sedermi, rannicchiata per sentire meno freddo, mi immaginavo invisibile e al sicuro.
E chi mi ha visto si accorge prima di me che i miei occhi hanno cominciato a piangere, senza chiedermi il permesso, senza aspettarsi una motivazione, senza controllare che ce ne fosse davvero bisogno. Io non ci bado, ma dall’esterno devo sembrar turbata, abbastanza per turbare un altro essere umano.
Ricordo una mano tra i capelli, un calore non solo emotivo, una voce bassa fatta di parole lente e misurate, come se l’estraneo avesse il timore ch’io potessi farmi del male. Non ricordo dopo quante mie parole mi ha regalato l’ultima carezza.

Ore 11.14
La frenesia con cui ho cominciato a lavorare appena entrata sarà stata interpretata come senso di colpa. Pazienza se mi fa sorridere, e se non posso condividerlo.
In mezzo a questo campione di umanità non ho il coraggio di formulare pensieri davvero miei, non ho le antenne per scegliere qualcuno su cui accampare diritti. Mi affido agli oggetti e ai movimenti per restare ancorata alla realtà, un minimo di più.
Mi passa accanto il mio capo, una donna sulla cinquantina che ha deciso di avere l’età in cui bisogna tagliarsi i capelli; mi è dispiaciuto quando l’ha fatto. Quella selvaggia rassicurante lunghezza grigia mi avrebbe affascinato, come mi affascinò molti anni fa una lunga sprezzante chioma grigioperla di una professoressa che purtroppo non fu mai la mia.
Andavo nel suo studio con scuse stupide per adorarla a bassa voce, e pensare cose su di lei in sua presenza. Non so se abbia mai capito il potere che esercitava su di me col suo fascino e con la forza delle sue convinzioni, tra le quali questa di scegliere di conservare lunghi i capelli, anche se grigi, che indubbiamente le batteva tutte. Un potere solido e inutile, ma superiore a quello del mio capo; lei, come donna, per me semplicemente non esiste. Quando mi sfiora, passandomi accanto, come oggi, sento solo i secondi che ci vogliono a farmi ritornare distante. Sento solo il rumore dei suoi vani tentativi di incutere rispetto. Cancello subito eventuali residui di profumo, deodorante, cibo mangiato e bibite non finite che ancora la aspettano nel suo ufficio. Sento infine il mio buffo respiro di scherno a cui probabilmente lei non crede nemmeno.

Ore 17.14
Orario ottimo per staccare dal lavoro. Anche oggi orario casuale, in ufficio, ma non sono molti quelli che saltano la pausa pranzo quindi la mia offerta è sempre ben accetta.
Orario incoraggiante. Il mare è ancora trasparente di residui di luce, ma la gente per strada può già evitare i tuoi occhi.
Prima di rientrare in casa ho preso l’auto perché era assolutamente urgente che facessi il pieno, secondo i miei piani. Ho lasciato l’auto vicino alla pompa per entrare a pagare con il bancomat, e il ragazzo che mi aveva servito mi ha deliziato con un innocente ‘ciao’ che pareva sorridere autonomo, oltre le sue stesse labbra.
Quando anche l’altro benzinaio, dentro, mi ha sorriso solo dopo aver guardato che faccia avevo, ho pensato per un attimo di fermarmi e dirgli tutto, e restare con lui a ridere e guardare la gente.
Avrei voluto ringraziarlo ma non avrei saputo come spiegargli di che cosa.

A casa, prima eccezione alla mia regola ferrea, ho conservato nell’archivio la scheda punti che mi avevano fatto alla pompa di benzina. Non l’avrei mai usata, ma avevo bisogno del piacere che mi avevano dato quelle due persone solo guardandomi e decidendo di sorridere. Avevo bisogno di rimanere qualche minuto in più vicino a loro facendo finta di conoscerle e immaginandomi la prossima volta.
La scheda, vuota, genuina e ignara, è finita sotto ogni altra cosa, come se fosse il primo oggetto raccolto. Insieme a lei un mozzicone di sigaretta, in realtà una sigaretta abbandonata precipitosamente, raccolto su una panchina, con cui ho voluto infettarmi prima di decidere di smettere.

Ore 19.14
Il mondo si prepara e io anche. Lui crede che lo stiamo facendo insieme.

Ore 21.14
Finalmente ho ricordato perché non dovevo entrare nello studio. Mi ero imposta di non vedere tutte quelle scatole piene fino all’ultimo.

Ore 23.14
Farò finta che scorra tutto come al solito. Sì, lo prometto. Accetterò anche di farmi ripugnare dai baci della vicina di pianerottolo che si ostina ad augurarmi quel buon anno viscido a cui non ho mai voluto credere.

Primo gennaio

Ore 01.14
Credo di preferire che la notte passi così, spogliata, ma solo dei miei vestiti. D’altra parte non ho avuto freddo nemmeno quando qualche giorno fa sono rientrata e ho aspettato nuda il momento opportuno per la doccia.
E non devo dimenticare di spostare l’archivio dove avevo deciso, perché venga ritrovato subito.

Ore 02.14
Immagino che cominci a fare freddo con tutto aperto. Immagino che con il miscuglio di odori dei fuochi sparati sia difficile percepire il mio, e che qualcuno si allerti per tempo. Immagino che tra qualche ora me ne sarò andata e non potrò vedere le facce dei pompieri. Immagino che sarà un vero rompicapo risalire ad una sola identità, visto che negli oggetti che ho salvato ce ne sono più di mille.
Le uniche cose rimaste intere saranno oggetti personali, così personali da non essere più di nessuno.

Ore 05.14
Finestre completamente spalancate e troppo pochi gradi, ‘buon anno’ è il primo vero augurio che mi faccio.
Il fumo non è riuscito a soffocarmi ma la cenere comincia a seppellirmi. E’ ora.



the switch
martedì, 4 novembre 2008, 10:07 pm
Archiviato in: Mis-Talking

Quella notte poi aspettai la sua partenza per ubriacarmi. Mi ubriacai perché ero rimasta sola.
L’orologio segnava le tre e venti e nella mia follia ebbra ero convinta che si fosse fermato. Ma era estate e faceva troppo caldo per verificare, anche se avrei dovuto, anche se un getto gelido sopra la nuca sarebbe stato cosa saggia.
Gli avevo rivelato tutto, anche le mie paure, anche che non avevo tutte le sue paure. Forse anche quello lo aveva spinto ad andarsene.
Nel mio tempo fermo, mentre cominciavano a svanire i contorni degli oggetti e dei miei dolori, misi su della musica a caso, ballandola fuori tempo con quel compagno assente ormai non più mio.
Buttai giù dei libri dagli scaffali per rileggere frasi troppo note adatte alla serata.
Buttai giù una serie di libri senza rimetterli a posto nell’ordine corretto, cosa che sapevo mi avrebbe fatto incazzare il giorno dopo.
Quando fui sicura di poter affrontare l’umido della notte grazie all’alcool che avevo in corpo, presi le chiavi di casa e uscii in strada. Non era tardi per la mia città e credo non lo sia mai. A quell’ora i locali già chiusi erano ancora pochi.
Avevo con me il cellulare e un grado di spudoratezza sufficiente a chiamarlo nonostante lo spiacevole finale. Composi il numero e attesi di sentire uno squillo, ma fermai la chiamata subito, prima di verificare. Fermai la chiamata e ripresi a camminare, senza sapere dove andare, senza percepire reazioni o pensieri, nemmeno lo scatto fisico che fa la mia pelle quando una qualsiasi emozione rimane ignorata.
Camminai poco, poco e male, e arrivai al mio ex liceo senza badarci, in un posto dove non sapevo che fare, dove in effetti non avevo bisogno di darmi spiegazioni, e dove, per sentirmi in compagnia, andai a sedermi in una delle nicchie del muro di cinta.
Forse la telefonata non era nemmeno partita. Riprovai. Lo immaginavo in treno, a quest’ora: lui, con la sua modesta statura e la sua muscolatura pronta, rannicchiato in un espresso notturno in cerca di quiete. Lo immaginavo sereno e tutto sommato sollevato dal distacco; non volevo torturarlo e non era certo per piangergli addosso che volevo sentire la sua voce. Non avevo scuse, in effetti, se non la mia ubriachezza. E sapevo, in realtà, di non avere nemmeno lontanamente il bisogno di sentire la sua voce. Però rispose. E risposi anch’io.
Infine, nonostante tutto, rispose.
Pochi mesi dopo già avevo rimosso la conversazione. La conversazione in sé come evento, intendo, perché delle parole dette, mi sfuggiva il senso già nell’istante in cui avevo chiuso. Se non posso raccontare la telefonata è proprio perché non ero in grado di comprenderne il contenuto nemmeno mentre la stavo facendo.
Quando infilai il cellulare in tasca, subito dopo, la statua di Dante che si trovava nello spiazzo della scuola aveva cominciato a farmi domande.
- Beh, che si dice?
Non rispondevo, lo ignoravo anche solo col pensiero.
- Oh, che vi siete detti?
Il fatto è che non avevo una risposta. Non era rifiuto.
- Ma che hai?
Guardai la statua e le risposi ad alta voce solo per essere sicura di esprimere un pensiero di senso compiuto. – Niente- dissi ad alta voce. Cosa che peraltro era quasi vera.
Dante non era convinto.
- Come niente? Con quella faccia?
Stavolta non lo dissi ad alta voce. – Sto aspettando di sentire qualcosa. – .Mi aspettavo di sentire un pizzico, un solletico, un’emozione positiva, un’emozione negativa, una qualsiasi reazione determinata da quella telefonata.
L’ultima cosa che sentii dirmi da Dante fu
- Perché, non ne senti?
Non sentivo niente. Ero ubriaca, d’accordo, ma non sentivo niente.
Avevo ridacchiato come una stupida tutto il tempo e ora non potevo far altro che rimanere tesa in ascolto, tastando un silenzio da cui pretendevo di tirar fuori qualcosa di non deleterio, di non doloroso per me. Per un attimo desiderai perfino di scovare in quel vuoto qualcosa di tremendo, o che mi ferisse. E invece non c’era più niente.
Pensavo, ancora avevo quel minimo di lucidità che mi permetteva di formulare pensieri. Pensavo, vorrai sapere cosa stessi pensando di lui.
Ero convinta, e lo sono ancora, che mi avesse amato senza badare a me.
Cioè, che in un certo senso non mi avesse mai amato. Mi aveva dato un assaggio di cosa volesse dire provare emozioni, ma poi si era impigrito, come sempre, come aveva sempre fatto per tutta la sua vita, convinto che qualcun altro avrebbe riempito quel vuoto che lui mi aveva creato.
Non c’è rancore in questi miei pensieri, e non ce n’era nemmeno mentre li stavo organizzando quella sera nonostante la massiccia dose di alcool che mi portavo in giro in corpo.
In quel momento c’era solo questa infantile attitudine a rivangare continuamente il passato, ma sarebbe scomparsa presto, una volta riacquistata la lucidità, una volta riappropriatami della mia vita senza pretendere di occuparla di continuo, in queste notti disperate.
Non c’è rancore ma c’è rabbia, nelle mie parole, e ho bisogno di continuare a parlare nonostante la maggior parte delle lamentele se le sia sorbite Dante quella sera. C’è il tremendo disgustoso bisogno di continuare a descrivere e raccontare le cose, perché ho paura di dimenticarle, perché sono quasi convinta che finirei per trasformarle, nel corso del tempo, trasformarle in altre storie in cui io possa diventare vittima dei miei errori oltre che dei suoi. Magari anche dei tuoi, e non è quello che voglio.
Dopo la telefonata, infine, non ebbi più il coraggio di rimanere in strada. Dopo Dante correvo il rischio che perfino le piante cominciassero a parlarmi.
Rientrai silenziosa come mai in casa, ancora ubriaca ma non stanca.
Presi dall’interno dell’Ulysses il pacchetto di sigarette nascosto che non avevo voluto fargli vedere fino all’ultimo, quando gli avevo confessato che a causa sua avevo ricominciato a fumare. Prima di andare in stazione a prendere in treno credo che l’ultima cosa che mi abbia detto sia stato quanto questa cosa lo facesse incazzare, il fumare di nascosto intendo, non il fumo in sé. Ovviamente aveva ragione ma ovviamente non potevo dargliela.
Cercai l’ultima sigaretta del pacchetto e me l’accesi vicino al fornello.
Poi mi misi ad aspettare il sonno sul balcone.
La strada sotto era deserta, mi dava una bella sensazione di controllo sul quartiere, e perfino i gatti erano a quell’ora più stanchi di me. Spero non mi abbia sentito nessuno, perché improvvisamente scoppiai a ridere guardando le piante semimorte di cui mi ero dimenticata, nell’angolo del balcone.
Semimorte perché decisamente non ci riesco, lo sai.
Sarà che non le amo. Ossia, le amo ma che si curino da sole. In teoria avremmo dovuto pensarci insieme, io e lui. Ma la verità è che nemmeno con te ho intenzione di fare progetti così lunghi come quello di prendermi cura di una pianta stagionale.
Le piante per me sono un accessorio: non riesco ad averci a che fare. Hanno bisogno di troppe attenzioni, come i cani. Io no, amo i gatti, che vengono da me ma poi sono indipendenti, e capiscono di dover comunque far sempre affidamento sulle proprie risorse. Io non posso fare attenzione a loro, alle piante intendo, figuriamoci: non riesco nemmeno a ricordarmi di tagliarmi le unghie. A parte casi eccezionali.
Anche da piccola lo facevo: mi entusiasmavo per le piante nuove, sì, le portavo a casa, le riponevo ordinatamente sul terrazzo, le innaffiavo per la prima settimana, poi mi aspettavo che riuscissero a sopravvivere magicamente da sole, che diventassero bellissime, le più belle, speciali solo perché appartenevano a me.
Facevo lo stesso con le persone. L’ho fatto con gli amici. L’ho fatto con lui. Forse l’avrei fatto anche con te, se tu non ti fossi parzialmente vaccinato. Con gli esseri umani in generale, ho agito irrazionalmente, piazzando i soldatini e pretendendo l’azione, sussurrando loro a bassa voce: “ebbene, ora uccidetevi”. Sempre troppo stanca per proseguire, incostante, strafottente. Troppo pigra per addossarmi tutte le responsabilità del caso.
I pomeriggi estivi, insieme a lui, duravano poco. Mi stendevo a terra sul terrazzo, a farmi scongelare dal sole, ignorando la neonata del piano di sopra, che cantava a squarciagola di un’allegria contagiosa che non mi contagiava mai.
Lui aveva ragione a non voler prendere altre piante, ci pensavo proprio quella sera, di ritorno da Dante, guardando quel paio di povere creature morenti nell’angolo. Non ne voleva prendere perché sapeva che avrei dovuto occuparmene io, che non so occuparmi nemmeno di me stessa.
Il giorno prima, che era cominciato troppo presto, mi aveva distrutto. L’allegria che non mi aveva contagiato mi tornava in mente irritandomi. Accovacciata nel buio del letto, avevo odorato casa fino a decidere di chiamarlo. E dopo la serata, che ora si era conclusa con i deliri tra Dante e me, ero tornata a casa senza sapere chi fossi.
Ero me stessa mentre fumavo sul balcone ridendo insieme ai barboni infreddoliti del quartiere.
Ero me stessa mentre prima di uscire avevo buttato per aria tante cose che lui aveva impregnato della sua presenza. Ero me stessa in quell’ultima rabbiosa sega, sì, hai capito, una sega, che mi ero fatta per riaddormentarmi, visto che l’alcool non era bastato. Prima di crollare, fissando gli oggetti che io avevo scelto per quella casa, che io avevo sistemato, che noi avevamo voluto, pensavo a te. Quella casa che avevo sistemato e a cui ora cominciavo a ribellarmi, col disordine, con la sporcizia, con i soprammobili gettati per terra sperando si rompessero, quella casa era per me sangue rappreso da grattar via dalla pelle. Era il conto dei miei giorni diviso per l’ammontare delle mie forze. Ossia, sempre un numero molto piccolo.
Però. Però, c’è da dire che anche lui ne aveva le palle piene ben prima di ammetterlo. Ossia, ben prima che gli dessi l’opportunità di ammetterlo.
Dal letto, mentre mi addormentavo, quella sera pensai a te. Forse ti ho chiamato senza rendermene più conto, non ero più lucida. Non lo so. Credo di averlo pensato perché è stato molte settimane dopo che, invece, ti ho chiamato (e solo di questa seconda telefonata conservo memoria).
Nei mesi successivi, la bambina del piano di sopra cominciò a dire bozze di parole, tra un canto e l’altro. Io ero ancora in fase calante, invece. Dal mio lato del letto, da cui non avevo voglia di muovermi, finii per imparare a memoria quel che pensavo di ogni oggetto di fronte. Avrei voluto chiedergli del suo amico Sabino, ma ormai era già partito.
Fu allora, dopo due settimane di deliri, che mi decisi a chiamare te. Fu solo per fuggire e cambiare aria che ti proposi di vederci in un terzo posto. Partire insieme, dalla stessa città, con lo stesso treno, vicini nello stesso scompartimento, ma consumare il nostro tempo lontano dalle mie piante morte e dai tuoi lutti non superati.
Feci il biglietto per tutti e due all’ultimo momento, in stazione, quando non speravo più che mi rispondessi. E invece sei apparso dopo poche ore. Io ero là con i biglietti e tu che mi guardavi tremando dalle scale della metropolitana. Io ero là con i biglietti e tu avevi assecondato la mia follia senza chiedermi nemmeno spiegazioni.
Non eravamo amanti, non eravamo una coppia. Non eravamo niente se non due persone che riescono a stare bene insieme. Erano mesi, forse anni, che non ci eravamo visti, e non sapevamo nemmeno più come toccarci, come parlarci.
Salimmo sul treno che ci avrebbe portato a centinaia di chilometri da lì, e ci avrebbe scagionato.
Mi raccoglievi le mani nelle mani.
Mi guardavi ammutolito, ma non per deficit di emozioni.
Mi sfioravi come hai sempre fatto, ma durante quel viaggio mi eccitavi senza saperlo. Mi eccitavi carezzandomi le ginocchia, sfiorando con le nocche il mio interno coscia, distratto, lontano. Quell’azione che avevo sempre tentato di spogliare di significati sessuali, ora mi si ribellava prepotentemente.
Ti infilavi con le gambe tra le mie gambe senza renderti conto che stava venendo meno la mia certezza che quella fosse solo amicizia, che non ci fossero tra le mie cellule, sulla mia pelle, recettori che stessero fremendo.
Invece fremevo. Le tue dita sulle ginocchia e fra le cosce mi turbavano, e non avevo il coraggio di dirtelo. Non avevo il coraggio di ammettere che stavo perdendo quella partita.
I tuoi sguardi, a tratti, mi sembravano valicare il confine che fino ad allora avevamo condiviso.
Il contatto con ogni parte del tuo corpo aveva significato. Tu non volevi dirmi niente e il tuo corpo mi parlava. E il mio rispondeva contro la mia stessa volontà.
Quel viaggio, e il viaggio di ritorno, ugualmente, mi hanno turbato. Mi hanno risvegliato, hanno sollecitato qualcosa che avrei dovuto sperimentare con lui, e invece lui mi aveva soffocato.
I polpastrelli con cui sfioravi il mio collo, la mia schiena coperta da dieci strati di vestiti o coperte, le tue ginocchia incastrate dietro alle mia gambe, ebbene: tutto riattivava scosse elettriche dimenticate. Mi stavi riscoprendo. Riassaporavo la consistenza dei brividi.
Furono gli ultimi mesi in cui conservai la mia passione per le unghie lunghe. Chissà se ti ricordi com’erano. Le tagliai al ritorno perché una rabbia eccitata, una febbre non trattenuta, mi aveva fatto tenere i pugni serrati dal momento in cui avevo lasciato la stazione all’istante in cui ero rientrata in casa. Ero a casa, in cucina, quando mi ero accorta dei pugni rimasti contratti fino ad allora. Avevo poggiato sul tavolo della cucina le chiavi, poi il portafoglio, poi il biglietto per due andata e ritorno che ci aveva accompagnato lungo quella settimana, lontani da casa. Con tutte quelle cose sul tavolo, avevo finalmente rilassato le mani: inebetita, stordita, spaventata, con la mano di fronte al viso, avevo visto una goccia di sangue cadere proprio sul biglietto, dal palmo destro ormai inciso da quelle dannate unghie che lui adorava tanto.
Tagliarle a zero fu un attimo.
Quella notte non riuscii più ad addormentarmi, pensando a quanto avevi reso erogene le mie ginocchia e le mie gambe in treno.
Mi alzai dal letto, perché mi stavo torturando.
Accesi lo stereo mettendo musica a caso dalla mia raccolta. Una canzone che amavamo entrambi mi riempii gli occhi di quella cazzo di acqua salata che ci brucia le ferite e purtroppo anche le scommesse.
Seduta al tavolo della cucina, una lacrima cadde sul biglietto e andò a sciogliere il sangue del giorno prima.