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[(Le) Cinque variazioni – parte prima: Jersey Girl / Le lacrime amare di Petra Von Kant / Hiroshima mon amour]
Settimana densa. Gonfia di film. In verità sono ancora davvero pochi per i miei desideri, ma mi sto (ri)abituando a guardarli da sola, e in quest’ottica ne ho visti più del solito.
Era troppo per andare avanti.
Quando si ha di fronte, ben chiara, la soluzione del gioco, è veramente impossibile non coglierlo.
Ed è con l’ultimo film visto questa settimana, che mi sono resa conto di dove volevano arrivare gli altri. Bastardi: loro lo sapevano, io che li guardavo no.
Non sono ben certa di come si possa esprimere in italiano, ma se invece di cinque fossero stati tre, avrei usato la formula “uno e trino”, che si adatta bene a ciò che ho visto anche per il carattere solenne, e di Verbo, che ne deriva. Sì, io con la religione (e soprattutto quella cattolica) ho poco a che vedere. Però è un’ottima fonte di concetti e citazioni, per quel che mi serve.
Uno e trino.
Ho visto cinque film, eppure uno solo. Ne ho visti anche altri, ma rimangono discorsi a parte. Come la mostarda, ma d’altronde io sono ad alto mantenimento.
Ho visto (le) cinque variazioni. E senza conoscere quelle del mio amato Lars. Ho visto una storia raccontata in cinque maniere diverse e alla fine l’ho imparata. E l’ho amata.
La storia più semplice che esista: quella di persone che non hanno ancora capito come manifestare quel che sono davvero e quindi si trovano in una vita che si sono parzialmente costruiti addosso, ma non li rappresenta appieno. È una banalità? Sicuramente. Ogni storia forse può essere riassunta così. Ma attenzione: forse.
Queste sono le mie cinque variazioni:
1) Tokyo Decadence [versione italiana: 85', versione americana: 108']
2) Jersey Girl
3) Teatro di guerra
4) Le lacrime amare di Petra Von Kant
Ho visto dei personaggi che hanno delle idee ancora non chiarissime su quella che deve essere la loro vita. E si adattano in maniera diversa ad una vita “di riserva”. O alla vita che credono possa prima o poi prendere la piega che loro desiderano.
Forse l’ordine in cui li ho visti rispecchia la metamorfosi che ho subito io nel vederli.
Ho iniziato da lontano, dal Jersey.
Dal rappresentante più (a me) famoso di questo stato americano.
Il mio amato Kevin non può staccarsi dalle sue origini: non ci riesce. Voleva iniziare, e chiudere.
E invece ci ritorna come magneticamente.
Jersey Girl non è ovviamente il miglior film di Kevin Smith. La “critica” (cioè i miei amici ed io) si divide tra chi ama Clerks e chi ama In cerca di Amy. Io li adoro tutti e due per motivi diversi ma non è il caso di riprendere il discorso qui. Diciamo, per grandi linee, che questo film si muove più sulla linea del secondo che del primo. In pratica, pur non rinunciando a quella vena comica o pseudo-tale, che si riallaccia ai temi di Clerks e ai film incentrati sui personaggi di Jay e Silent Bob, Jersey Girl cerca di percorrere e sviscerare un argomento più serio, provando a capire come si muovono le persone e come risolvono i problemi. Se ci ripenso, il film non è granché, in fondo, e anche perché lascia una sensazione di incompiutezza, come se, pur avendo cominciato un discorso abbastanza serio, avesse paura di approfondirlo ulteriormente, rischiando di diventare geniale (ma magari poco comprensibile). Avrebbe dovuto scavare di più, cercare i problemi, lasciarli irrisolti (come in parte fa). Avrebbe dovuto usare più spesso il modo di analizzare le cose in quella maniera molto verosimile che io adoro, e cioè: quella prospettiva reale e concreta che difficilmente viene fuori in un film e che Kevin Smith utilizza per far capire allo spettatore che i personaggi di cui lui parla sono veri e non stereotipati. Quell’atteggiamento mentale che ti fa dire “sì, lo so che la maggior parte delle persone pensa così, però, detto tra noi, cosa ne pensiamo davvero, di questa cosa?”.

Ben Affleck interpreta un ragazzo che si vede morire la moglie di parto, e deve sobbarcarsi tutte le difficoltà di una vita da ‘uomo in carriera con prole’ e senza moglie, per giunta. Lo spaccato della sua vita con la figlioletta è delizioso, pur non avendo niente di speciale, ma forse prende troppa parte del film, e forse quando avanza l’analisi dei problemi, la narrazione si sbilancia un po’ eccedendo in toni drammatici senza spiegare a fondo i problemi.
Però, tutto sommato, è utile che sia sbilanciato, perché dà meno la sensazione di costruzione perfetta. E questo va ricordato, qualora lo si voglia gustare non come film di Kevin Smith ma come ‘normale’ commedia americana. Perché, ovviamente, pur non essendo un film eccelso, è di gran lunga superiore alla media delle centinaia di commedie americane (quelle che io chiamo americazzate = americanate + cazzate) sfornate ogni anno.
***
Lo so, nel mio curriculum di spettatrice manca Fassbinder. Meglio, mancava. Qualche anno fa avevo cominciato a vedere Querelle De Brest ma forse non era il momento giusto, e non mi ha preso, e l’ho abbandonato. Il più grande appassionato di Fassbinder che io conosca mi aveva consigliato anzitutto di guardare Le lacrime amare di Petra Von Kant. E ora sono qua a cominciare a far germogliare timidamente in me quella che temo diventerà una grande passione, per questo regista.
Petra non parla. Straparla. A volte si parla addosso senza accorgersene. Oppure parla ai manichini, o a Marlene, la sua assistente personale, il che per lei è lo stesso. Marlene che forse è il personaggio più importante del film, quello più eloquente, benché perennemente muto.
Marlene finalmente padrona di qualcosa: della resa dei conti, cioè del finale. Che finale splendido. Da applauso: fin dal primo istante in cui si intuisce che è cominciata la scena finale.
Petra, e la sua metamorfosi.
Di colori, di toni, di spazi.

Io ho guardato questo film come a un monumento: un punto di fusione tra cinema e teatro, impostazione teatrale ma con uno spudorato esasperato utilizzo dei più semplici elementi della sintassi dello strumento cinematografico. Quattro lunghe sequenze, quattro lunghi momenti della vita di questo personaggio fassbinderiano dai contorni netti e dalla logica spiazzante. Tanto spiazzante e devastante da render vittima anche la propria creatrice, piccola divinità scesa in terra, solenne come ogni divinità e come tale anche crudele, e perfino meschina.
Pochi elementi, in questo film. Basta una messa a fuoco che cambia, per comunicare più di ore di monologhi di Petra. Basta un controcampo, a incorniciare vittime e carnefici. Basta una voce fuori campo, a ristabilire livelli e priorità.
Petra e le sue donne sono stadi di uno stesso sentire, delineati e evidenziati da parole, movimenti e colori. Sono tutte astrazioni fin troppo concrete, fin troppo presenti tra gli esseri umani. Petra e ogni donna con cui viene in contatto: gli uomini non esistono e non servono poi tanto, ma non è androginia (esisterà questo termine?). Non sono bene in grado di spiegare perché la natura femminile possa meglio comprendere in sé la spiegazione delle cose, ma intuitivamente capisco la scelta di Fassbinder. Attraverso la forma femminile lui crea. E prosegue.
Ogni parola è una sentenza, e d’altronde il film è tutto molto teatrale, e mescola astrazioni assurde con tocchi di realtà quasi impressionanti ( – No, non mi baciare! – Perché? – Non mi sono ancora lavata i denti.). Così come mescola i tempi. Straordinariamente antico eppure ambientato, senza ombra di dubbio, in un tempo almeno recente, per l’uso di un certo linguaggio o per certi altri particolari banali.
Petra apparentemente ha tutto: un lavoro che è quello che la soddisfa, perché se l’è costruito con le proprie mani, un’indipendenza, una situazione affettiva stabile (separata ma serena), una figlia che sembra volerle bene nonostante non passi molto del suo tempo con lei. E allora? Le basta un elemento esterno per esasperare le sue insoddisfazioni. E farla arrivare ad un punto di saturazione, in cui gli stessi elementi che prima si godeva, della propria vita, le sono fastidiosi o dannosi.
Cosa manca a Petra, come ai protagonisti degli altri film di cui parlo, per capire se stessa? Nient’altro che un percorso, una metamorfosi, un avvicendarsi di tappe che le regalino ognuna la comprensione di un fatto saliente, di un aspetto della propria natura. Come dovrebbe essere per tutti, in sostanza: ma per far capire meglio il suo intento, Fassbinder urla questi concetti in una maniera grottesca e volutamente esagerata, per essere sicuro di aver comunicato il messaggio.
Un messaggio fin toppo chiaro, ma sistematicamente sottovalutato. Quello di fare di tutto pur di essere se stessi. È chiedere troppo?
***
E mi mancava anche questa pietra miliare. Ho iniziato con un po’ di timore, perché non ne conoscevo assolutamente nulla. Per me era un nome, e nulla più. E il timore è aumentato, quando ho percepito che le scene iniziali non sarebbero durate pochi istanti, ma avrei visto, insieme alla protagonista, più di qualche secondo, di orrori post-atomici. Ma per fortuna ho resistito, mettendo a tacere la mia fifa innata. No, che dico, non innata, non lo ero mai stata, prima, fifona: solo da qualche anno a questa parte, e solo per motivi molto precisi, lo sono diventata Comunque, ho tirato avanti, e sono rimasta trascinata dentro un turbine di analisi, e piccoli discorsi, e grandissimi dolori, seppur silenziosi. E ho ripercorso la metamorfosi – crescita – maturazione della protagonista come avevo già fatto con quella di Petra.

Hiroshima mon amour è quello che viene chiamato un viaggio dentro e fuori. Un’analisi di sofferenze altrui parallela a un’autoanalisi, forse distruttiva ma di quella distruzione da Araba Fenice. E questa è perfino più traumatica di quella di Petra, perché consapevole, voluta, forzata e cercata. E, tuttavia, contrastata fin quasi alla morte, pur di recuperare la propria identità e la consapevolezza di essere umano.
La protagonista fa l’attrice. Non si sa altro. Si può ipotizzare che anche la recitazione sia per lei una continua autoanalisi, una personale terapia. Supremo esperimento per verificare reazioni ed emozioni, lei desidera essere a conoscenza degli orrori delle conseguenze dell’atomica su Hiroshima, la città in cui c’è il set del film che sta girando. Anche il film ha un significato particolare nella sua storia e nella sua vita. È un film a favore della pace, dunque un film di ricostruzione. Dunque se lei ha scelto di prendervi parte è perché il film scorre sul suo stesso personale binario. Quello di sfruttare a fin di bene il dolore che si è sopportato e subìto, e imparare a capire come si può vivere meglio, nonostante si sia stati vittime per molto tempo. C’è qualcosa di molto cattolico, in tutto questo, e solo il rendermene conto, ora, mi fa allontanare un po’, da questo film che stavo cominciando ad amare. Una sorta di compassione per l’essere umano, vittima del dolore impostogli dal destino. E, anche, il concetto che dal dolore l’essere umano non possa mai prescindere, e quindi… se ne debba fare una ragione.
Ma vorrei riuscire ad utilizzarlo, il dolore, in maniera meno le sionista, e più attiva, e mi sembra che la protagonista ci riesca, e forse in questo il film riesce ad allontanarsi da una visione strettamente cattolica. E mi sembra di aver preso il binario giusto, perché questa compresenza di stati (attivo e passivo) che supera quello della pura e sterile rassegnazione, è sottolineata in alcune scene che citano palesemente la Jeann d’Arc di Dreyer. E poiché mai donna più di quella è, sì, vittima, ma fiera e dura, mi sembra di aver ben compreso l’intento di Resnais.
Un sentimento religioso c’è, e non è trascurabile. Ma Resnais va oltre, e restituisce all’uomo, seppur in maniera non definitiva, un po’ di dignità e di libertà. All’uomo, o meglio alla donna: perché, anche in questo caso, come con Petra, l’azione di analisi e di spinta a vivere, o a capire meglio cosa significhi davvero, vivere, parte da una donna? Stavolta non ho risposta. Ma so che una risposta ci deve essere, perché nulla in questo film è casuale. E in generale credo nel valore particolare che la maggior parte dei registi, scrittori, pensatori dà all’essenza femminile. Se ha senso una distinzione e se la forza che identifichiamo come femminile è quella che si muove, allora credo che registi come Resnais, la riescano a cogliere, anche solo vagamente. Io, dal canto mio, rimango maschile: di sprone all’attività, e alla creazione, non ne vedo nemmeno l’ombra, in me.
… se non per avvertire che la metà delle altre variazioni sono costretta a instradarle su KynoDev n° 4, dal momento che non ho spazio e tempo per continuare qui e ora.
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