La luna di profilo


Kynodev n° 4
martedì, 18 gennaio 2005, 11:18 pm
Filed under: Kynodev

[(Le) Cinque variazioni – parte seconda: Teatro di guerra / Happy together / Tokyo decadence]

 
Intanto le cinque variazioni sono diventate sei.
Va bene.

Sì d’accordo, ho trovato un po’ di essenza femminile: ne ho trovato un grappolo, e ho continuato a estrarre dati e commenti inutili su film inutili (nel senso che non essendo di prima visione, mi seguiranno in pochi, nei miei deliri onirico-cinematografici). L’idea (attiva, questa sì) sarebbe scrivere in maniera così KynoDevastante da spronare almeno una minima percentuale di potenziali lettori a vedere i film di cui parlo, anche se sono poco reperibili, poco appetibili, poco criticabili.

 

Intanto riprendo la mia metamorfosi: quella che ho compiuto a mia insaputa mentre mi godevo i cinque film, i miei cinque film, le mie cinque variazioni.

 

***

 

In Teatro di guerra sembrerebbe difficile capire a chi si applichi il filo conduttore che ho visto così nitido. Ma non lo è. Perché la vittima della vita indefinita è lui, il regista, o la città, o il gruppo di attori indemoniati dalla sete di vita, o di recitazione, che forse è lo stesso.

Forse è lui il protagonista e probabilmente è lui come simbolo della città e degli attori. È un’umana incarnazione dei dubbi problemi sofferenze di una collettività.

Avevo visto Teatro di guerra al cinema, quando uscì. L’avevo poi rivisto. Ma mai come durante questa terza visione mi è sembrato così bello. Sarà un mio cambiamento, probabile. Sarà una metamorfosi che subisco e riverso in quel che vedo, forse. Tutto molto probabile.

Ma stavolta questo film di Martone l’ho adorato ancora di più. È un film perfetto, completo e definitivo, pur con le sue incertezze e sbavature. È un film che usa ogni mezzo, ogni possibilità.

Un film fatto di linguaggi e suoni diversi, strani e affascinanti. Gente che si parla in lingue o dialetti diversi, e si capisce, oppure compaesani che non riescono a comunicare e a comprendersi. È un film fatto dei contrasti che si incontrano ciclicamente nella vita: adolescenti già troppo maturi e adulti mai più cresciuti che ricascano negli stessi errori.

Persone che si parlano a vuoto, o interi gruppi che si scambiano emozioni, con ogni mezzo, e prima di ogni altro, l’arte. Che Martone continui a venerare il teatro, si vede, e si gusta, grazie a lui, e insieme a lui, come fossimo spettatori casualmente incontrati in un teatro. Si ascolta, si gusta, si capisce.

Si adora la capacità di comunicare dell’arte e di chi fa arte (“questo se lo raccontate in giro non ci crede nessuno“).

E poi, c’è l’arte come strumento di vita, come forma di esistenza in quanto mezzo di comunicazione, perché di contatto e comunicazione è fatta l’esistenza e cresce la reciproca conoscenza.

Non è forse una scelta di vita quella di portare una forma d’arte in un paese devastato dalla guerra? Non inutile, non superflua, né tanto meno dannosa o offensiva, come vorrebbe la lettura superficiale del regista interpretato (magnificamente, ça va sans dire) da Servillo.

E poi, un film che parla di Napoli, e allora Napoli sia.

Mi si perdoni la brutale, fuori luogo, intromissione di volgarità. Avverto sempre delle mie cadute di gusto, e questo è il momento migliore per farlo. Ma l’unica risposta che mi viene in mente per le illazioni “etiche” (l’etica coi fucili?) del regista / Servillo, l’unica che davvero possa spiegare il senso di ogni cosa, si trova in un modo di dire napoletano, appunto, che normalmente si usa in altra maniera, ma secondo me si adatta bene alla circostanza. Chiedo scusa, la frase è “nun magna pe’ nun caca’ ” (trad.: “non si nutre per non dover poi evacuare”). Si dice di persona pigra o magari tirchia (oddio, correggetemi se sbaglio, la napoletanità non è mai troppo forte in me!), ma la voglio usare per rispondere a chi vorrebbe far credere che tutto ciò che non è indispensabile è inutile. Beh, non è inutile. Altrimenti, per l’appunto,diventa inutile anche il cibo, per esempio. Tanto anche mangiando prima o poi si muore. E sono inutili anche le armi (e cade quindi perfino il discorso del regista / Servillo!), tanto, anche se non ci si spara, prima o poi si muore lo stesso. Non arriverò agli eccessi di splendidi ideali, occhi e orecchie chiusi alle difficoltà e ai problemi. Ma non posso ritenere che l’arte, in quanto non strettamente indispensabile alla vita, sia inutile. Ogni cosa è interpretabile in centinaia di modi diversi, niente è semplice, limpido, ben definito. E allora, perché non dovrei anch’io cadere in una banalità, in uno stereotipo, in una posizione facilmente disintegrabile, con un po’ di logica e di analisi? In qualsiasi maniera si guardino le cose che ci circondano, si finirà per ricadere in un binario già percorso, anche se poche volte. E allora è inutile pretendere *la* analisi definitiva delle cose. Come con la città di Napoli.

Come al solito, la Napoli di Martone potrà essere forzata, inadeguata e incompresa, ma vera. A tratti già nota, e vista, ma concreta.

Difficile dire cose su Napoli senza ammassare particolari. Eppure i particolari che sceglie di ammassare Martone valgono sempre la pena di essere visti. Tanto, di tutto, in fondo, si può dire che “non è mica questa, la vera Napoli”. Il punto è che la vera Napoli non esiste, o non è mai stata rubata da una foto, un film, una canzone.

Però… però…quando poi vengon fuori certe cose, le ragazzine troppo procaci che popolano i bassi, i padri forse troppo affettuosi, i motorini che “se-cammini-nel-vicolo-fai-sempre-attenzione-alla-borsa-che-non-si-sa-mai”, quando si incontrano cose del genere purtroppo ci si sente sempre troppo a casa. Eppure, grazie a lui, a Martone, ci si riesce a sentire fieri di questo timido senso di appartenenza, nonostante le brutture. Perché nonostante lo schifo (sì, sono cinica e qualunquista, lo sono sempre stata) nonostante lo schifo della maggior parte delle persone, della maggior parte dei luoghi, della maggior parte degli eventi, c’è gente che ha voglia d’altro. E che riesce a portare a termine alcune cose che forse, alla fine, sembrano pure ricadere nella stessa inutilità di prima; che forse, alla fine, sembrano spegnersi nonostante l’entusiasmo iniziale… eppure non è così. Perché tutto il procedimento, tutta la sua storia, tutta la creazione è ancora lì, è ancora in mezzo alle persone che vi hanno preso parte.

E quelle persone, senza sapere quando come perché, possono ancora e sempre voltarsi all’unisono (l’ “unico suono” è quel grido di vita) e partecipare, ancora una volta, alla loro creazione comune.

 

***

 

Ebbene, chiedo scusa, ma la coerenza evidentemente non è il mio forte: una volta lo era, ma ora mi sta abbandonando, con la vecchiaia.

Ho deciso che mi stavo annoiando, a scrivere pochi e poco originali commenti su Tokyo Decadence, e allora ho ricordato un film che ho visto in questo stesso periodo e che, non so per quale motivo, non avevo incluso nel percorso. Ché, come si vedrà, ci sta a pennello.

Nel percorso di comprensione di se stessi e dei propri meccanismi, Happy together ci sta benissimo.

Mi ha generato dentro molte sensazioni anche in totale contrasto: intendo, mi è piaciuto, ma ci sono anche molte cose che non ho apprezzato e che potrebbero agevolmente essere definite ridicole. Però ho smesso, da un po’ di tempo, di voler ricavare un giudizio finale, dalle emozioni che un film mi provoca. Assorbo e basta, e mi convinco sempre di più che i film vanno visti e basta, come i libri: anche quelli brutti.

Per Happy together, alcune frasi mi appaiono davanti agli occhi, veloci e violente come le emozioni che ho provato.

Film d’altri tempi, moderno eppur antico. Finché non è collocato in un’epoca, nella nostra epoca, rimane il dubbio, perché movimenti e ambienti non sono univocamente determinati.

Le emozioni dei personaggi sono in primo piano, gli attori sono straordinariamente espressivi e intensi: intere sequenze sono portate avanti solo dalla gestualità e dall’eloquenza dei volti.

Non necessariamente positivo è l’utilizzo di certe tecniche, ma il risultato è comunque affascinante: il ralenti, le corse, le soggettive. Si ha la sensazione di percorrere con le emozioni, e non con il corpo, gli spazi e i luoghi.

Bianco e nero sporco, spiaccicato e fumoso: è qualcosa di molto ruffiano, ma perché non farsi irretire, in fondo? È ovvio, scontato, abusato, perfino. Ma non riesco a darne un giudizio negativo.

Il colore, il primo che noi vediamo, è una splendida fotografia delle cascate sottolineate da un sensuale Caetano Veloso: una scena semplice, banale, eppur carezzevole e eterna.

A cosa è associato il colore o il bianco e nero? Non sono sicura di averlo capito, non sono sicura che ci sia un significato preciso, in questa scelta di alternanza. Bisognerebbe studiare la storia delle percezioni visive, cioè cosa comunica nell’utente un determinato uso della sintassi cinematografica, e non l’ho ancora fatto a fondo. Attenderò di essere meno ignorante, per capire meglio anche questo film.

Residui di pioggia sulla strada. Residui dell’altra persona nella stanza dell’amante abbandonato. Residui di musica ascoltata da altre persone. Residui e basta, visti da una fotografia sensuale e astratta, e banalmente incasellata in una scansione di freddo / caldo : rosso / celeste. Banale ma vero. E ancora: bianco e nero o seppia, per pochi istanti. Perché? L’uso del colore non mi è chiaro. No, pas encore

 

Noi seguiamo solo uno dei due ragazzi, quando sono separati: l’altro no. Perché? Perché è la storia di quel ragazzo? Non mi sembra. Perché è il “buono”, dei due? Troppo facile.

Una caratteristica che apprezzo molto, al cinema, è la capacità di rendere un elemento più facile da sentire che da vedere, come in questo esempio: parte una musica che mi sembra dei Gotan Project, ed è automatico rendersi conto che la scelta musicale rappresenti il tumulto, l’emozione improvvisa e inaspettata. È linguaggio puro, senza filtri. E ancora, una scena per me da manuale: la telefonata ai genitori, muta, in cui c’è uno splendido raccontare per sottrazione, sfruttando l’essenza del mezzo cinematografico.

Emozioni sparse, commenti sparsi. Un pensiero certo, però: guardare Happy Together con superficialità, come fosse un film leggero, non gli rende merito. Sembra un film facile, tutto porta a pensarlo, l’abuso di colori musiche e movimenti. Ma non lo è: e quando ci si accorge di ciò, ci si rende istantaneamente conto di quanto sia rimasto dentro.

 

***

 

Ok, eccomi a saldare il conto con la quinta bistrattata variazione.

Tokyo Decadence, lo ammetto, mi ha molto colpito. Ma non è il lato erotico che mi ha colpito (difficile che il sesso mi sconvolga, i film che ci sono riusciti si contano sulle dita di una mano). Non è il campionario di perversioni erotiche che mi può stupire o sedurre.

Mi ha colpito la capacità sudata e strappata di delineare un personaggio. Perché il fatto che ci sia un personaggio si nota a tratti, e quando viene fuori davvero è un personaggio per me bellissimo, dal momento che adoro sempre, per partito preso, i contrasti e le anime poco definite e poco chiare. Ma per la maggior parte del film, il regista se ne sbatte, del personaggio. Lo si coglie da piccolissimi particolari, e si sente la mancanza di un’analisi più vera. Ok, la mia vocina cinica mi dice che il film aveva ben altri intenti che non quello di presentare un’acuta analisi psicologica di un personaggio così difficile. Ma non riesco a dare credito fino in fondo alla vocina.

Per cui, non sono caduta nel facile errore di fermarmi alla versione italiana del film, 85 minuti, dopo un mostruoso taglio di scene non erotiche! Non sono riuscita a trovare la versione giapponese del film, che arriva a ben 135 minuti, ma ne ho recuperata una distribuita per quei bacchettoni degli americani (puritani, sì, ma una volta tanto con un po’ di intelligenza in più… avendo mantenuto nel film almeno le scene di vita normale eliminate dalla versione italiana!)

Inizio a rivedere il film senza troppo entusiasmo. Spero di vedere alcune scene presenti in una alternate version di cui parla IMDB, e non ne trovo traccia. La prima scena aggiunta di cui mi rendo conto (furba, io, a vederlo a pochi giorni di distanza dalla prima visione…) è una scena di pochi minuti, forse solo un paio. Una scena non particolarmente violenta, non particolarmente erotica, in cui però si spiega una cosa evidentissima ma altrimenti incomprensibile che si vede in una scena successiva, e comincio a imbestialirmi: perché togliere due minuti di una scena forse un po’ forte ma non quanto alcune che sono state lasciate, a scapito della comprensione delle scene successive?

E la situazione non migliora in seguito. Ok, sapevo in partenza che le scene eliminate erano parti della storia che servivano a spiegare la psicologia della protagonista, sì. Sapevo già dall’inizio. Ma mi imbestialisco egualmente. Perché questo si aggiunge ad alcune cose che sono indipendenti dalla censura, come un montaggio a tratti perfino penoso (stacchi musicali brutali, tagli in punti strani, pause troppo lunghe, scene che sono un palese riempitivo…), tanto che se non sono delle palesi superficialità, viene da chiedersi se non sono frutto di un senso dell’estetica totalmente opposto alla ‘normalità’ (sì, lo so che la normalità non esiste) o almeno opposto al mio senso estetico, che può comprendere anche cose oggettivamente brutte quindi non è tanto facile da tradire.

Proseguo nella seconda visione della quinta variazione (tra poco comincerò a dare i risultati matematici e allora sarò pronta per la neuro).

Ok. Sono pronta. Ma non trovo niente.

Niente di niente.

Mi rendo conto di ogni taglio, e di ogni scena aggiunta. Ma giuro che non servono a nulla. Giuro.

Ritiro tutto quel che avevo detto sopra. Non ho mai visto un film più inutile. Le scene tagliate non dicono assolutamente nulla pur raccontando altre traversie della vita della protagonista. Mai visto film più trasparente. Più cinematograficamente sgrammaticato. Vogliamo salvare qualcosa?

Ok. Provo.

Salviamo le ambientazioni e l’uso del colore. Salviamo la protagonista che, poverina, non ha colpe, lei ci sta provando. Salviamo la scena lesbica che tutto sommato è mediamente eccitante. Salviamo la sequenza finale onirico-allucinatoria che ha un sapore vagamente lynchico. (Ma sto esagerando, e so di espormi a giuste critiche). Salviamo questa frase, che sembra l’acme del film, ostentata giusto a metà come a voler simboleggiare l’intera storia, come a voler dare un significato:

- Tu sei molto ricca, vero?

- Oh, no, niente affatto. È il Giappone che è molto ricco. Ma siccome è ricchezza senza dignità, crea ansia negli uomini e così diventano masochisti. Quello che ho, l’ho guadagnato sfruttando la debolezza di questi uomini. Lo considero un modo onesto di guadagnare.

Ho salvato troppo. Chiedo scusa.

Ora vado.

Mi è venuta voglia di rivedere Addio mia concubina.


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