La luna di profilo


Kynodev n° 5
venerdì, 26 agosto 2005, 1:25 pm
Filed under: Kynodev

[L'odore del sangue / Decalogo / Ferro 3]

[L’odore del sangue, di Mario Martone]
Peccato ch’io sia così ignorante da non conoscere il libro di Parise da cui il film è tratto.
Peccato. rimedierò.
È una storia greca, come tutti i film di Martone. È una storia dai contorni precisi, pur se apparentemente sbiaditi, in cui ci sono regole precise e nemmeno ci è dovuto, di saperle del tutto.
È una storia sofoclea forse più di una trilogia drammatica di Sofocle, trasuda speranza, quella di riuscire a sopravvivere all’incapacità stessa di vivere e di capire gli altri esseri umani.
È un racconto di guerra, quella appena accennata tra i racconti e l’embrionale romanzo di Carlo, e quella di due persone che fanno di tutto per accettare qualcosa che si sono imposti troppo lucidamente per sostenerne davvero il peso senza danni. È un racconto di guerra com’era Teatro di guerra, violento senza mostrare violenza, dannato senza mostrare condanne.

In Teatro di guerra sentivamo gli echi degli spari in lontananza, ma in fondo, vergognandoci un po’, tiravamo un sospiro di sollievo per essere ancora qua, nella nostra realtà. Non perché la nostra realtà sia meno drammatica o violenta o pericolosa, ma solo perché sono paure a cui ci siamo abituati, e che non ci bisbigliano nell’orecchio di stare sul chi vive pronti alla fuga.
Qua invece Martone mostra, e sembra una prospettiva opposta a quella della guerra, perché ci catapulta da estranei in una realtà che di solito sarebbe normale, triste ma normale: e mostra quanto sia facile essere violenti e dannati per la presunzione di decidere di esserlo, e di soccomberne. Mostra quanto sia veloce l’autodistruzione dell’essere umano quando prende decisioni dure.
A nove minuti dalla fine non oso guardare, quasi non ho il coraggio, sono estasiata dalle inquadrature, dai tempi, dai silenzi; sono incantata dai lavori per sottrazione, magnifici come sempre, che però mi spaventano, perché costringono la mia mente a riempire i vuoti, e quando i buchi sono lasciati alla mia immaginazione, io mi spavento, perché li riempio con i miei incubi. E così ogni spettatore, e questo Martone lo sa, e per questo odi et amo.
E proprio per questo sapevo che mi sarei innamorata del film, pur se non così bello come gli altri di Martone, l’ho sospettato dalle prime scene, troppo silenziose, troppo felici, troppo piatte, era come sentire di non sentire, era come accorgersi del silenzio che abbiamo intorno quando è innaturale e gli uccelli se ne stanno zitti, perché deve arrivare il temporale, o il terremoto. Me ne sono innamorata un po’ ingenuamente, come ci si innamora anche delle persone con tanti difetti, e infatti non sarò originale a parlare di recitazione, non sarò originale a parlare di promesse disattese, di ansie e tensioni portate allo spasimo e poi sfogate nei momenti sbagliati. Ma io qua non scrivo per parlare definitivamente bene o male di un film, scrivo per riversare emozioni che mi sono state riversate addosso. E allora: sarebbe facile ripetere in questa sede i difetti di questo film, io non nasconderò la mia opinione ma non mi dilungherò su cose già dette. Porterò in tavola quel che ho sentito, magari in dosi non regolari e omogenee per tutto il film, ma sarà pur sempre parte di me.

Io temevo la tragedia perché la sentivo arrivare; e quando alla fine ce l’ho avuta davanti ho dovuto tirare un sospiro un po’ più profondo per riuscire a sopportare.
E come me probabilmente anche Carlo, il protagonista, ne ha avuto bisogno, lui che fa uso di Lexotan e che ha quel tipo di scatti violenti caratteristici del distonico, mentre lei, Silvia, è in fondo una pazza lucida, convive con dei lenti e graduali ingigantimenti del suo stato alterato, non ci stupisce anche quando fa cose ben più strane e inaspettate.
E sia: però no, non me la fate vedere, non la voglio vedere, ho paura di come una pazza lucida e consapevole possa esser finita, la tragedia che respiravo dai primi fotogrammi ora mi sta chiudendo le sue dita attorno al collo e non posso fare altro che soccombere, e lei è lì: bianca, bianca e sottile come il neon che la illumina.
O dannato Martone, che ami giocare con l’immagine e ami sezionarla e stuprarla per goderne di tuo piacere.
Di tuo piacere, e di nostro. Il piacere di capire il dolore e di sentirlo addosso insieme a loro. A questi due dannati esseri umani. E allora la sinfonia si chiude e il tema iniziale ritorna, e la calma avanza, ma è quella calma cui rinunceremmo facilmente se potessimo.
Perché è la calma del silenzio, di nuovo, innaturale, del subito prima o subito dopo un disastro della natura, un maremoto, un sisma, un incendio.
Tu, Carlo, non puoi che rimanere solo, perché noi spettatori non possiamo più accompagnarti nel tuo gioco.
Non possiamo più seguirti nella tua mania malata di sapere i particolari della sua storia d’amore: non più.

[Decalogo, di Krysztof Kieslowski]
Ed evidentemente mi servono film forti per capire meglio come mi sento in questo periodo.
Mi servono film carichi di simboli, espressivi fino alla follia, tecnici eppur artistici. Ecco, sono schiava del simbolo, è uno strumento espressivo che mi piace da morire, mi piace scartarlo, sbocconcellarlo e ripulirlo per vedere se ho dimenticato qualcosa.
E il Decalogo di Kieslowski è così duro. E così strutturato sul simbolo.
È spietato, eppur necessario, come le cose che devono essere studiate e imparate e capite.
Come il decalogo da cui trae ispirazione.

Soprattutto perché non cade nel tranello: non è un film (dieci film) allegorico, non ha carattere di parabola anche se lo sembra.
È tutto così simbolico eppure incerto, e questo perché nei simboli dovrebbe esserci un punto di vista, che qua non c’è. Sono proposte, sono spunti, sono domande. Non ci sono davvero risposte se non quelle che lo spettatore potrà proporre da sé.
Non è propaganda cattolica né un tentativo didascalico. Non c’è morale pur se si tratta di uno studio sulla morale, e sull’etica. Oppure no, non è nemmeno questo, lasciamo perdere etica e morale, è solo un tentativo di scavare nei vari aspetti di cui si compone l’uomo, indipendentemente dallo spunto di partenza.
Colpisce profondamente. Soprattutto chi come me si professa spesso agnostica ma più spesso atea.
Colpiscono profondamente quelle che sembrano sentenze. Colpisce profondamente l’idea che, episodio dopo episodio, ci si aspetti una specie di punizione per aver trasgredito un comandamento. Poi ci si rende conto che le conclusioni delle storie sembrano solo punizioni, ma in sostanza non è ben chiaro se lo siano davvero.
Non è ovvio il rapporto di causa – effetto, non è scontato assegnare un evento alla categoria del bene e un altro a quella del male.

Mentre scrivo, sono sincera: non ho finito di vederli, sono arrivata al sesto. E finora sono innamorata di tutti, ma mi toccano particolarmente il quarto e il quinto (sì, anche il primo, ma non lo dirò).
Il quinto nasce come Breve film sull’uccidere e infatti ha uno stile particolare, delle scelte stilistiche indipendenti dagli altri (almeno dagli alti cinque che ho visto) e una levatura appena più dura e asfissiante. Inizia con un bellissimo monologo che in sé racchiude tutte le mie convinzioni sul concetto di morte, di condanna e di punizione, e in questo fa da apripista per tutti gli altri episodi, perché mette in discussione lo stesso concetto di bene e male, e ovviamente di giudizio e sentenza. Inoltre, ha delle splendide colorazioni acide e usa continuamente filtri, lenti e accorgimenti tecnici per delimitare aree e sezionare ulteriormente l’inquadratura. L’ho trovato tremendamente moderno e stimolante.
Ma è nel quarto che credo Kieslowski abbia sfruttato al massimo le sue possibilità (ripeto, per quanto ne so finora). Nel quarto l’osservatore esterno, il messaggero, la presenza, come volete insomma, prende più forma che negli altri.

Nell’istante in cui viene in contatto con la ragazza, la protagonista, si trasfigura. O almeno, fino a quel momento avremmo potuto dargli qualsiasi identità, oppure tante.
In quel momento, lui è un figlio, diventa il figlio che è lei, il figlio che ha dubitato del padre, perché è giusto che si attraversi il dubbio, e che poi lo si superi e si affronti il proprio… destino? D’accordo chiamiamolo così.
In pochi istanti di sequenza, si compie il passaggio di testimone. Lui la vede, risale dall’acqua carico della sua barca, capisce che lei è in crisi e dubita del padre, ha la lettera in mano, vorrebbe aprirla. Lui la guarda, la prega con lo sguardo di non dubitare. Le si para innanzi, capisce cosa sente, anche lui ha dubitato del padre, ma spera nel suo coraggio. Lui ha dubitato del padre, c’è bisogno di dire di chi sto parlando? Forse no, ma è meglio puntualizzare. E per puntualizzare, senza lasciare dubbi, lui si carica la canoa / Croce in spalla, e si incammina lentamente. Lei lo segue con lo sguardo, si gira. Lui le ha lasciato un po’ di coraggio, decide di non aprire la lettera.
Tutto ciò dura pochi istanti, pochi limpidi istanti. Ma io credo che non dimenticherò mai la scena.
Prometto di finirlo, però, il Decalogo, e di tornare a parlarne. I percorsi vanno conclusi.

[Ferro 3 – La casa vuota, di Kim Ki-Duk]
E quello di Ferro 3 è indubbiamente un percorso, per cui non posso scriverne in maniera usuale.
Ne devo scrivere strada facendo. Forse un percorso circolare di cui non ci si rende conto se non alla fine, però un percorso.
Non posso farne a meno, perché a meno di quindici minuti dall’inizio sono già con gli occhi lucidi, anche se non sono gli occhi lucidi da scena drammatica.
Non c’è crescendo, non c’è pathos. Non ce n’è nel dramma che genera questi occhi lucidi. In altre parole, non è un tipo di dramma che si costruisce lentamente e consapevolmente e alla fine culmina in qualcosa che genera commozione.
C’è, invece, qualcosa che incredibilmente, nello spazio di una frazione di secondo, fa lanciare un urlo al cuore, ed è un urlo di disperazione. Il mio e il suo.
Il discorso pare incredibilmente lo stesso del film di Martone, e infatti in quindici minuti di scene ci sono già così tanti elementi che ci vengono comunicati, che in ogni sequenza si fatica a raccoglierli tutti.
Perché partiamo da zero, come ovviamente in ogni film, e esponenzialmente veniamo investiti da informazioni.
Un ragazzo piazza volantini pubblicitari sui portoni delle case.
Ora, mi sembra di assistere a una lezione di regia, a una lezione di scrittura, ma mi spiego meglio.
Il suo è ovviamente parte di un lavoro, ma non lavora per un ristorante che vuole farsi pubblicità, e questo lo intuiamo dalla seconda scena, in cui passa davanti a un portone che reca un volantino diverso e, trovandolo evidentemente intatto, lo strappa. Lo strappa evidentemente perché può, cioè perché è lui stesso che l’ha messo, quindi abbiamo appurato che non lavora per un dato ristorante ma fa volantinaggio. Attenzione, non sono passati nemmeno pochi minuti, e possiamo intuire che la scelta del volantinaggio non è solo quella di un’attività come un’altra, ma è funzionale al suo scopo, che apparentemente è quello di forzare la serratura ed entrare nell’appartamento dalla cui porta ha strappato il volantino.

Sì, la domanda è banale, ma la farò lo stesso: allora è semplicemente un ladro?
Risposta tecnica: se ti inquadro oggetti di valore e ti faccio vedere che il ragazzo non li tocca, capisci che non entra nelle case per rubare; anzi, quasi quasi per dartene la conferma ti faccio anche vedere il momento in cui se ne va, senza portare nessun oggetto con sé.
E subito, allora, cominciamo a provare stima per il ragazzo: perché nel giro di poche scene comprendiamo il suo scopo, che è l’assenza di un vero e proprio scopo. Comprendiamo che entra, vive, e va via. Comprendiamo che a suo modo dà qualcosa in cambio di quello che riceve, in cambio delle vite vissute che sfiora per un giorno o due: e allora, banalmente lo vedremo fare cose che crede possano servire agli inconsapevoli ospiti, aggiusta oggetti, lava i panni. E se nella prima casa ci sfiora l’idea che stia lavando i propri, nella secondo lo vediamo lavare e appendere un reggiseno, e abbiamo quindi la certezza che il suo sia un puro atto di reciprocità.
Sulla sequenza della seconda casa, in cui trova, infine, la donna silenziosa e picchiata dal marito, ci sarebbero pagine e pagine da scrivere.
Ma mi limito a dire perché questa sequenza è da occhi lucidi e da brivido di un istante.
In questa prima manciata di minuti, noi sentiamo un crescendo: è, a suo modo, un crescendo di amore, un crescendo di positività, un crescendo di vita civile (può essere civile uno che ti entra in casa e usa il tuo spazzolino? Evidentemente sì.). Non possiamo limitarci al dato che lui fa qualcosa che non si dovrebbe fare, e cioè violare la proprietà. Non possiamo essere così superficiali. Di fatto, lui entra in una casa altrui ritenendola disabitata, eppure non fa del male a chi la abita, come, al contrario, vediamo fare al legittimo proprietario.
E lo stesso discorso si presenta, com’è normale che sia, nella prima casa: lui, inserito in un’abitazione, ne trae piacere, mentre chi ci abita (come vediamo quando la famiglia torna) assolutamente no (“questo viaggio è stato un inferno”).
Ora, in questo lasso di tempo, questi primi quindici minuti, noi non sentiamo quasi nemmeno una parola. Qualcuna sì, e ha un fortissimo significato. Ascoltiamo una segreteria nella prima casa, qualche scambio di battute astiose nella medesima, al ritorno dei legittimi inquilini, e poi di nuovo un contatto telefonico, quello del marito della donna della seconda casa, che la chiama più volte incitandola a venire al telefono. Il che però non spinge il ragazzo a pensare di non essere solo, perché in fondo, lui sta ascoltando pur sempre una voce esterna, una voce non presente. E sul rapporto voce – silenzio, assenza – presenza, credo ci sarà ancora molto da parlare. Mi tornano in mente le lezioni al DAMS su Singin’ in the rain, che puntualizzavano il rapporto tra storia e narrazione, e tra audio e video, come differenti vettori di informazioni, con differenti significati e valori, spesso e volentieri in netto contrasto.
E qua c’è esattamente lo stesso spunto: voce vuol dire presenza e silenzio assenza? Parrebbe esattamente il contrario. Ma non voglio disperdermi. In fondo fin qui ho visto solo i primi quindici minuti.
Dicevo, perché sono occhi lucidi in un solo istante: perché la sequenza è un crescendo di amore, inteso come moto al contatto con altri esseri umani. Lui non vuole dar fastidio (sposta immediatamente la moto dall’uscita di un garage privato), non vuole rubare (guarda ma non tocca) non vuole far danno (anzi rimedia per quanto può ai piccoli problemi altrui). Vuole qualcosa ancora da definire, e lo cerca in vite altrui. E noi ci entriamo dentro per gradi, imparando a guardare le cose coi suoi occhi. E nell’istante in cui lei risponde al telefono, e poi caccia l’urlo, improvvisamente è come se avessimo fatto una lenta passeggiata e svoltando da una parte, sbattessimo contro un muro in piena faccia. In un istante i due moti opposti si scontrano, quello positivo di lui, e quello negativo di lei, del rifiuto, del disgusto, del dolore, dell’odio. In quell’istante ci fa male esserci in così poco tempo affezionati a lui, perché questo ci ha lasciato il fianco scoperto, ci ha resi ingenui di fronte alla violenza che subisce lei. E in un istante, in quell’infinito istante in cui percepiamo cosa davvero ci deve essere sotto tutta quella situazione, ci sembra impossibile non cacciare un urlo come il suo, per dire basta a denti stretti.

Quel dolore accecante ci sembra ancora più insostenibile perché nei pochi minuti precedenti siamo stati velocemente toccati da un moto opposto, e due onde provenienti dai lati opposti del lago si sono scontrate al centro, e frantumate l’una sull’altra.
Simboli, simboli, simboli dappertutto: il marito le avrà anche fatto le foto, ma è lui, il ragazzo, che le bagna e poi le stira e le asciuga con devozione. Il ferro da stiro è quanto di più forte, dal punto di vista metaforico, si potrebbe trovare. Lui le passa un alito caldo addosso, sulla faccia, la protegge, la salva dall’incuria, dall’abbandono e dalla distruzione. Strati su strati: l’immagine di lei, e l’immagine dell’immagine di lei, e una delle due inevitabilmente tradisce la realtà. Il marito la fotografa bella, poi la picchia fino a deturparle quello splendido viso.
E poi: la semplicità, la pulizia, la purezza dello sguardo.
Lei lo segue, di nascosto, e le parti per qualche momento si invertono. Poi, prova a farsi vedere, seguendolo e rimanendo in posizioni in cui onestamente è davvero ben visibile, e in cui ci si stupisce che proprio lui, non si accorga di nulla.
Infine si fa scoprire, presente e voyeur (voyeuse? Qualora il termine si usi…) nella sua stessa casa, nell’istante in cui le sembrerebbe di essere davvero importuna, cioè quando lo vede masturbarsi nel suo letto: e, come noi, non vuole vederlo, perché non vuole dargli la sensazione di stare là nascosta, o almeno non più. E l’incrocio dei due sguardi ha del sublime, perché dall’espressione di lui capiamo la sua genuinità, la sua essenza: e non è stupendo riuscire a vederlo nel momento che a un occhio superficiale e rozzo sembrerebbe paradossalmente il momento più prosaico? In fondo, la situazione di lei è alterata, ed è disturbata, e noi potremmo pensare, insieme a lei, che lui sia qualcuno mandato dal marito a controllarla, per quanto ne possiamo sapere. Chi ci impedisce di ipotizzarlo?

E quell’urlo: non è, infatti, solo un urlo contro il marito, ma anche un urlo con il ragazzo, cioè un gesto teso a cacciare l’uno e trattenere l’altro. E infatti lui prima se ne va, poi torna indietro (e anche piazzarlo su un bivio non solo psicologico è una scelta registica davvero favolosa).
E rimane talmente forte il divario netto che si crea tra voce e silenzio, che ho quasi il timore di quando cominceranno a parlare. Ho quasi paura che anche loro tornino a far parte del mondo normale, in cui la parola vuol dire falsità, vuol dire maschera, vuol dire sopruso.
Ma infatti lui prosegue senza parlarle, comunicandole con simboli. Oppure nella stessa identica maniera utilizzata dal regista con noi stupidi spettatori: mostrando e basta.
(Sì, prometto di non dire tutto, ma un minimo devo parlare, non posso tacere. Io, no. Io sono al riparo da questa legge del silenzio / voce. E inoltre scrivo a bassa voce, solo sulla carta. Quindi mi si può concedere di più.)
Ma, Dio, non posso non dire che diversi occhi lucidi mi vengono quando comincia la loro… si può chiamare convivenza? Beh, è una vita insieme, è sempre sotto un tetto condiviso benché non sia il medesimo tetto ogni giorno che passa. Mi vengono occhi diversamente lucidi quando inizia la loro convivenza e finalmente la vedo sorridere. Mi verrebbe da abbracciarla se fossi lui, ma so che lui non lo farà, così come non le chiede mai nulla, e aspetta di capire, come se lei fosse un bambino, o un piccolo cucciolo di cui capire i segnali.
E più passa il tempo più è inevitabile che prima o poi le parti si invertano, ed è così doloroso, ma necessario. Perché sappiamo dall’inizio che è tutta una questione di dare qualcosa e ricevere altro in cambio, ed è bello, perché è spontaneo. E io a metà film ho quasi la certezza che non parleranno mai, o che almeno non li sentiremo mai, come non li sentiamo parlare per spiegare cosa fanno e chi sono quando vengono scoperti, in una casa. Anzi, sono convinta che se il regista sceglierà di farli parlare, sarà in un’occasione davvero particolare, che giustificherà l’uso della voce e, anzi, le ridarà significato. (Da notare che a metà film anche l’ipotesi che il ragazzo sia muto si dissolve, dal momento che lo vediamo rispondere al telefono, nonostante poi decida di non parlare).
Ma d’altronde non è importante, perché sono altre le cose che li legittimano come coppia, qualsiasi cosa questo voglia dire. Sono le cose quotidiane che fanno insieme, è l’accostarli in parallelo ad una foto (quasi identica a loro) che ritrae due coniugi. È, in fondo, l’effettiva entità di quanto si scambiano. Non altro.
E quando di nuovo le parti si invertono, fa sempre più male, perché è vero che a noi che guardiamo risulta incomprensibile il suo / loro silenzio (e anche come lei si sia subito adeguata a queste regole senza batter ciglio) ma è anche vero che si fa presto a ripiegare sulla violenza, anche senza apparente motivo.

E ora mi fermo perché davvero non voglio raccontarlo tutto.
Ma su una cosa avevo ragione: quando la voce entra, entra alla grande. E rimbomba per tanto tempo, e non nelle orecchie. Stre-pi-to-so.

(Un pensiero speciale a Paolo, senza il quale non sarei mai venuta a conoscenza di Ferro 3)


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