Archiviato in: Mis-Talking
Ho dimenticato un mucchio di inizi.
Di quei lunghi brani di letteratura che compongo insieme a me stessa, quelli su cui ragiono nel dormiveglia convinta che al mio risveglio me li ricorderò.
Ho dimenticato i ragionamenti definitivi di questi giorni, quelli in cui finalmente ero stata in grado di spiegarmi a me stessa, e così ora ricomincio per l’ennesima volta a non sapere chi sono, e non riesco a proseguire.
Quei blocchi lunghissimi che limo e ripulisco a fatica, e poi sentenzio che son perfetti.
Ma vince la pigrizia e non mi alzo dal letto per trascriverli.
Non mi sveglierò mai.
Fate attenzione: riesco a penetrarvi gli occhi con i miei, anche se portate occhiali scuri.
Potrei dire: non lo faccio per cattiveria.
E invece è proprio così: è tutto solo una conseguenza del mio congelamento.
Del non riuscire più a sopportare la bontà altrui, ma non la santità, per intenderci: proprio la normalità buona, quella di chi procede nei propri giorni in maniera pulita, difficoltosa ma sostanzialmente sana.
Non sto affermando di non sopportare i santarellini.
Se è uno squilibrio ormonale o ghiandolare, sta diventando definitivo ed è progressivo.
Non riesco più a comportarmi in maniera sana.
Per cui.
Solo, vorrei non esserci più per nessuno.
Vorrei non vedere più nessuno. E anche questa è una menzogna, vorrei vedere troppe persone, ma quelle sbagliate.
Oppure quelle giuste, ma per le quali non sono più degna di affetto.
Oppure ne ho il diritto, ma sono io a sentirmi non più all’altezza di quello che sono stata per loro, di quello che mi ha reso amabile ai loro cuori.
Così, se chiudo i ponti, è questo il motivo.
L’appartenenza, che non esiste, come il guscio della tartaruga; perché poi allungo la mano dietro a toccarlo, e lo faccio sempre così violentemente che rovino tutto, e sento disgregarsi il carapace tra le mani, anche se ero sicura di essermi mossa con delicatezza.
Semplicemente, non ho più desiderio.
Non c’è nulla che mi faccia tornare la voglia di avere voglia.
Non c’è nulla che mi dia davvero gioia.
Semplicemente, vorrei non esserci più per nessuno.
Non sono riuscita, non ce l’ho fatta. A far cosa? Chi lo sa alzi la mano, avevo promesso.
Che quei pochi che ancora lo fanno non mi reclamino più.
Perché poi mi immagino, a contatto con loro: e mi trovo inadeguata, mi sento piazzata là dal caso senza saper come muovere le mani e dove metterle, perché non ho tasche che mi salvino dall’imbarazzo.
Voglio non avere più doveri nei confronti di nessuno così mi costringerò a perdere i diritti che ancora pretendo di avere.
Non voglio contatto, voglio la libertà di crearmi un vuoto personale, in cui per il momento aver ribrezzo di me stessa e portare questo disprezzo all’esasperazione, fino a vomitare concretamente lo schifo che finora è solo mentale.
Voglio una stanza in cui sia sempre buio, e voglio chiavarmici dentro finché non mi prenderà il panico e mi sgorgheranno lacrime convulse e poi abituerò gli occhi al buio. Forse.
Solo, è quello che voglio: non esistere più per nessuno.
Perché se solo ho un essere umano per cui esistere, si sostituisce a me.
Sono cattiva.
Sono dura e coriacea, insensibile al dolore altrui, di cui peraltro mi rendo conto.
Ma ho un cuore d’amianto, niente mi raggiunge.
Amianto nero: se fossi al sole dovrei riscaldarmi, ma fuori è bianco, ed è freddo, e prima o poi l’enorme dislivello tra le due temperature spaccherà le pareti.
Io non sento: semplicemente non sento più niente.
Epidurale: sento che mi si tocca, ma non mi dà emozione.
Per questo preferisco sparire.
Per tutti.
Tanto, tirando le somme, il meccanismo è già cominciato da qualche mese.
Ora voglio che sia ufficiale.
Non voglio esistere più per nessuno.
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