Archiviato in: Mis-Talking
Abbiamo dormito quasi due giorni.
- Ti manca?
- Sì, mi manca.
E non c’era qualcosa in particolare che mi mancava, eccetto le cose che forse supponevi tu.
Erano state due settimane d’inferno, piene di naftalina e di sporco sotto le unghie.
Avevi voglia di dirmi chissà che cosa, e io avevo voglia di rimandare.
E torniamo indietro.
Il freddo notturno del deserto che non abbiamo ancora visto, e che immaginiamo, affascinati entrambi, era bastato a calmare alcune discordie. I progetti erano parte di noi.
Le tue parole erano uomini.
Da quando ho sentito questo verso non ho più potuto dimenticarlo. E credo sia parte del nostro progetto di vita. E in più hai scelto di discolparti delle colpe che non hai.
E allora mi chiedo.
Chissà a che età hai cominciato a parlare. Io a sei mesi, ma non vuol dir nulla. Non ha mai significato nulla. Credo che significhi qualcosa solo l’età in cui cominci ad ascoltare.
E saltiamo avanti.
Siamo usciti di casa con un freddo a cui non volevamo arrenderci.
E’ bastato guardarci per capire che non avevamo capito niente.
Capita, invece, di avere cose da dire, così forte così certo così impellente, da dimenticarsele.
Mi hai guardato con una rabbia così profonda che ho perso le speranze di riuscirci. Non ho voluto nemmeno cercare le parole.
Mi sono arresa. E poi ho continuato ad arrendermi.
E torniamo indietro.
Mentre camminavamo sulla scogliera mi sono fermata a scrutare una coppia che era troppo in pace per non essere innamorata.
E tu, girato altrove, mi sei rovinosamente sbattuto addosso.
- Non sono maldestro, casomai distratto.
- Proverò a convincere il mio ginocchio sbucciato.
Ti sei mai chiesto a cosa servisse tutta quell’acqua? E’ una sicurezza.
E saltiamo avanti.
Non c’è niente da raccontare, proprio niente.
Non posso spiegare come ti siedi sul divano se non posso mostrarlo. Non posso dire di come ti apro le gambe per infilarmici in ginocchio e abbracciarti la vita. Non si capisce come mi guardi, da qualche parola scritta. Non rende l’idea di quanto poco ci metto a perdere il controllo prima di sentire il bisogno di spogliarti e respirare la tua pelle con la mia, senza fare altro, per saziare l’apnea.
Non posso parlare di nulla, insomma.
E torniamo indietro.
Il nostro passato è una fotografia molto elaborata, forse poco credibile come rappresentazione della realtà.
Il nostro passato più violento sono parole buttate a mare in un vento quasi gelido, se non fosse per la calura estiva.
Sono tutte le volte che non ci siamo ascoltati sui gradini di una chiesa o sul parapetto di un lungomare.
Il nostro passato dovrebbe finire quando comincia il nostro presente, e invece si trascina sgomitando lasciando odore di stantio.
Il nostro passato non la smetterà mai se non cominceremo a pensare al futuro.
E saltiamo avanti.
Di ciò di cui non si può parlare non c’è traccia.
Di una casa le cui pareti rimarranno intrise di eco indecenti, rimarrà un sorriso sconcio.
Abbiamo attraversato le porte, abbiamo zittito tutti i rumori eccetto i nostri fruscii.
Non abbiamo fatto niente se non ascoltarci.
Brad Mehldau continuava a cullarci dall’altra stanza cercando giustamente di convincerci che la sua versione di Paranoid android è più bella dell’originale.
Mi sono girata verso di te.
Ti eri addormentato sorridendo.
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