La luna di profilo


delle morte stagioni
Giovedì, 4 Gennaio 2007, 5:42 pm
Archiviato in: Mis-Talking

Signore, Signore dei vincitori, prova ad esserlo, se ci sei, anche dei vinti.

Ora immagino la mia morte.
Ora provo a immaginare la mia morte.
È un esercizio che faccio da quando sono piccola. Però.
I bambini immaginano di morire un po’ come Harold di Harold e Maude, lo fanno spesso, quando pensano di poter attirare l’attenzione dei genitori e così ricevere più amore.

Io no. Per me è diverso.
Io immagino da tanto tempo periodicamente come morire. Immagino di stanare gli imbroglioni e scoprire chi mi ha davvero amato.
Io immagino la mia morte solo come calma. Quella che non sono in grado di procurarmi da viva.
Quanto, la morte, influenza la vita delle persone? Forse pochissimo.
Per questo chi ha delle nevrosi invece ne è ammaliato. Io ho delle nevrosi? Mi chiedo. Gli chiedo. Vi chiedo. ci chiedo. Chiedo loro. Non c’è risposta.
Non c’è respiro.
ci sono, come ogni volta, un mucchio di oggetti sul mio letto, e una promessa appena soffiata nell’aria, di dormire per l’ennesima volta sul divano. che mi è così amico e in fondo così dolcemente opposto, nella misura in cui si oppone al mio bisogno di dormire lungo una diagonale.

Ma stavolta non sono fossili, gli oggetti sul letto. Non sono i testimoni di martirii passati o promesse di martirii futuri. La metà delle cose mi ricorda che sto mancando, perché in ritardo, a un impegno. Cose da spedire cose da leggere cose da schedare cose da riordinare.

E cerco qualcosa che mi distolga dall’idea di morte. Da quel gioco che ho sempre condiviso con il mio alter ego folle, in cui lui proponeva una possibilità e io ne studiavo i trabocchetti. Io dicevo no, non voglio più e lui rispondeva no, ancora una volta, che ti fa bene.
Vorrei che le persone che mi vogliono bene non fuggissero.
Vorrei che l’amore che si prova per gli altri potesse essere davvero puro e incondizionato.
Dry your eye, allora, percorriti il tuo bravo tunnel e se anche devi stare col fiato sospeso per tutto il tempo, beh, sappi che ti tocca. Che il tunnel sia di pochi metri (parte una leggera contrazione del petto, a volte riesco ad anticiparla) sia che siano molto chilometri (il Gran Sasso? Il banco di prova, due sono: o esplodi o mandi in momentanea nècrosi il cervello, anche solo alcune piccole zone, io so quali, io so quali, quelle dietro, sulla nuca, in prossimità del collo, sono quelle che si tendono troppo e mi provocano il panico e via raccontati una storia infilati le mani in mezzo alle cosce ma non darla vinta a lui).

Ora. Calma.
Ora provo a immaginare la mia morte.
Avrei sempre voluto suonare la batteria. La batteria mi avrebbe allontanato la voglia di morire dal collo. Mi avrebbe sfinito mi avrebbe reso possibile urlare di piacere e felicità, mi avrebbe dato il coltello, avrei potuto vincere. E invece ho perso. Ha vinto il collo.
Ce l’ho nel collo, quella voglia. È quella che accompagna ogni boccone che devo ingoiare. Il meccanismo è disgraziato: mastico, decido che posso ingoiare, blocco i muscoli, poi ingoio troppo consapevolmente. Dovrebbe essere, sì, sì, sì, lo so, automatico, perché il problema è quando le attività automatiche diventano consapevoli.

Ora di nuovo non calma.
Provo a immaginare la mia morte, non di morire. Provare a immaginare di morire significa semplicemente assaporare la tranquillità.
Non io. Io ho paura anche del dopo, temo possa essere peggio, quindi non lo vedo un miglioramento. Forse è per questo che ho sempre resistito. Perché qualcuno mi ha detto che potrei peggiorare la situazione.
Ma immaginare la mia morte è altro: significa immaginare cosa significa sentire la testa che cambia consistenza, sentire che finalmente accetta qualcosa che prima non rientrava nelle sue possibilità. È come cominciare piano ad avere un’allucinazione, è entrare in un’altra dimensione. È far diventare parte della propria normalità, dei propri livelli di percezione, qualcosa che prima il cervello non considerava.
Una volta Giovanna mi disse: “è il tuo cervello, è un organo come tutti gli altri, non è TE. Se vuoi credere a qualcosa che gli altri chiamano anima, non si identifica certamente con il cervello”. Già, niente corrispondenza biunivoca, l’uno non annulla (e coincide esattamente con) l’altro. Quindi sei tu che devi comandare lui. Tu in quanto persona (che non è cervello né fegato né cuore, ma oltre). Tu in quanto te stessa devi avere la meglio su un organo che ti sfugge.

Gocce calde.
Gocce rosse.
Gocce calde e rosse.
Sono mediocre, fallita anche come.
Mi sono vista gocce rosse calde negli occhi e ho sentito nelle orecchie la botta che avrei fatto cadendo a terra. Ho sentito la consistenza delle braccia affievolirsi e scomparire come una trasparenza su un’immagine. Ho sentito tutto, e sono fuggita prima di farmi… schiattare i timpani dalle urla che non riuscivo a produrre.
Cambio vestiti ma rimango la solita mediocre. Mi allontano dalle sfoglie di pelle di cui son composta, interessandomi solo di alcune. E intanto faccio sogni incubi a occhi aperti. Per questo stasera scrivo, per non vedermi allucinazioni da incubo sulla scrivania.

Torbide immagini e ripetitive sensazioni.
Provo a immaginare la mia morte, e ogni volta che il pensiero mi sfiora sono costretta a dirlo, altrimenti mi rimane tra i denti e per ributtarlo giù quasi me lo ingoio, se mi va bene, altrimenti mi ci strozzo.
Tutte le volte che ho avuto paura. Una fottuta paura di perdere il controllo e falciare via pezzi di ricordo, pezzi di consapevolezza. Allucinazioni al contrario, esistere eppure montare il ricordo tagliando intere scene, intere sequenze di fotogrammi.
E come a volte ricordo eventi estraendone le sequenze migliori, o peggiori, immagino di ritrovarmi alla fine di qualcosa che ho fatto senza sapere come ci sono arrivata. Immagino di perdere il controllo e riprendere coscienza di me (non coscienza, eh!) solo a partire da un dato fotogramma, in cui il dramma è già avvenuto.
O come nei sogni, in cui si passa da un luogo all’altro senza aver mai chiuso gli occhi, senza aver mai calato l’attenzione. Semplicemente è così. È che ho il terrore di chiudere gli occhi, anche morire, dovrei farlo a occhi aperti. È come nei sogni, è come in quelli che ho dimenticato, perché non ero abbastanza sicura di me da prendere carta e penna e trascriverli. Non si dovrebbero mai dimenticare i sogni.
È come il sogno ricorrente eppur ogni volta diverso, che facevo l’anno scorso; fin quando non gli ho dato retta, ho capito che era una richiesta d’aiuto, e ho risolto la mia situazione.
È come nei sogni. nei sogni non immagino di morire. o sono calma, o sono già morta.

Ma è una trappola: sono giorni, ormai, che sogno soltanto di non voler sognare.


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