Archiviato in: Mis-Talking
Cose che mi piacciono: carezze leggere dove la pelle è sottile sull’osso, sguardi sostenuti di due sconosciuti che ridono insieme, odore diverso da quello che ti aspettavi eppur piacevole.
Cose che piacevano anche a te, che piacevano a noi due quando eravamo insieme. Ma non siamo più d’accordo su cosa è, ‘insieme’.
Le cose che mi piacciono sono, comunque, sempre tante, ma stasera no, stasera no.
Sabato eravamo usciti senza aver niente da fare e per le strade io non avevo fatto altro che guardare i negozi sperando di non piacere alla gente, sperando di piacere di nuovo soltanto a me stessa.
Poi tornammo e non avevo il coraggio di guardarmi allo specchio. Non volevo pettinarmi, non volevo spogliarmi.
Non volevo andare a lavare i piatti.
Passavo il tempo ad immaginare discorsi che probabilmente non avrebbero mai avuto luogo, e intanto rimandavo.
Il giorno prima c’era stato un macello, si era riversata una pentola, acqua e olio ovunque, e non era da me rimandare in casi del genere.
Ma tutto quello che più desideravo al momento era dimenticarmi delle mie regole ferree e ricordarmi quei discorsi che tanto avrei voluto poter ascoltare. I discorsi da fare con Luca.
Tutto, intanto, pareva predispormi all’oscurità: un tempo così cupo da essere perfino banale, i litigi ormai frequenti, le insoddisfazioni, le questioni irrisolte. Era troppo facile essere di pessimo umore.
Il punto sono sempre stata io.
Sono differente.
Sono differente anche da me. Ma a volte anche essere differenti non differisce molto dal solito.
Eppure, mi dicevo che non avrei mai voluto una vecchiaia asciutta e svogliata perché non avevo guardato negli occhi la gente a cui parlavo e che tentava di dirmi qualcosa. Non avrei mai voluto un vuoto dilatato e riempito di opinioni messe da parte in attesa del momento giusto. Non avrei mai, infine, voluto il silenzio. L’unico silenzio che amo è quello gravido, quello pesante, quello della scelta consapevole e condivisa.
Una volta sono stata con un uomo omosessuale. Molto prima ero stata con un omofobo. Nel mezzo, con omoindifferenti. Io non lo sono mai stata, omoindifferente.
Da piccola immaginavo di dover raccontare di me agli altri, e finivo col ridere delle difficoltà: mai avute.
Da sempre, ho sentito così lontano il problema perché evidentemente per me non è mai stato un problema.
Poi incontrai Giulio, e me ne innamorai prima che ci fossimo seduti a un tavolo insieme.
Giulio era, è, un uomo come tanti altri.
Non credo più sveglio, anzi. Solo più abituato alla presenza di gente attorno a sé. Solo più abituato al fatto che spesso la gente non ti vede proprio.
Ma lui vede tutto. Vede sogni e confessioni. Vede fantasmi e spiriti. Quelli che tormentano la gente. Credo fosse questo il primo unico vero motivo che ha scatenato in me un’attrazione feroce per lui, da subito. L’ho percepito, l’ho visto, l’ho osservato in azione.
Ma non credo che basti, innamorarsi della gente: non è garantito che sia sufficiente. E così cominciammo a discutere, e finimmo col non discutere più.
Sabato dunque eravamo stati in giro, e quindi, la domenica seguente per non sentire il silenzio delle pareti decidemmo di tornare fuori di casa, a cercare un posto molto affollato e troppo anonimo per quelli che eravamo stati un tempo.
- Prendine un poco anche tu.
- Non mi vanno, sono pieno.
Un ridicolo tentativo di conversazione. Presi posto sulla mia sedia e continuai a mangiare i miei biscotti e le mie castagne. Come sapevo fare io. Cioè cominciando dai pezzi frantumati. C’è un maniacale senso di pulizia nella mia testa per cui non posso mangiare un biscotto intero, nel mucchio, se prima non ho frugato fino a trovare tutti i frammenti. E lo stesso per le castagne. Ne avrei mangiate a tonnellate, le avrei mangiate comunque tutte, ma partendo dai piccoli pezzi.
- Credi che prima o poi Luca ammetterà di essere gay?
Con quella domanda mi spiazzasti. Era una domanda da me, non da te: e la presunta morbosità di un tale dubbio, in una domanda posta da me, svaniva, in bocca a te. E mi rendeva difficile rispondere.
- Ho cominciato decine di volte una conversazione con lui, nella mia immaginazione. L’ho sognato, perfino. E sono decine di conversazioni tronche, senza finale.
- Cioè non mi vuoi dare una risposta o non sei riuscita a darla a te stessa?
- Cioè vorrei farla davvero, questa conversazione immaginaria. E poi vedere che succede.
Mi alzai di scatto. Era violenta la mia reazione, ma non rabbiosa. Non c’era traccia di stizza, nemmeno un po’, nei miei movimenti.
Con la scusa di dovermi preparare per uscire potevo interrompere il discorso, però. Tagliando fuori anche tutti i miei rimescolamenti interiori.
Giulio mi seguì, dirigendosi prima in bagno e poi in camera da letto, non mollando, mentre mi preparavo per uscire, come avevamo deciso.
- Io non so se possiamo farlo, ‘sto discorso. Intendo, non penso che ne abbiamo il diritto. O, al peggio, non credo ci terrebbe in considerazione.
- E chi dice il contrario. Io però personalmente vorrei provarci.
Detto così, mi infilai, fuggendo, sotto la doccia, sperando nel provvidenziale dimenticatoio.
Mezz’ora dopo ci ritrovammo nel primo ristorante a caso, il primo scelto a naso lungo la strada, quello che a sentimento ci era sembrato sufficientemente lurido da poter incorniciare degnamente la serata.
Il posto, scelto con cura, divenne nel giro di pochi minuti opprimente quanto un deserto, lo spazio più vuoto e al contempo colmo ch’io riesca ad immaginare.
Un deserto che ingannava. Un deserto senza granelli.
Da un angolo della stanza una bimba rideva. Una bimba che non aveva nemmeno cominciato a vivere.
La bimba allungava le mani sul ginocchio della madre, e tirava il pantalone con delle mani così piccole da sparire in un pugno.
Questo deserto ingannava. Questo deserto senza granelli.
Non credo Giulio riuscisse a ricordare quando ci eravamo appena conosciuti e riuscivamo perfino a risplendere, come protagonisti di una brutta poesia. Avrebbe mai potuto, con tutto quell’inutile chiasso?
Inutile e confortante.
La cameriera cinquantenne ci veniva a trovare periodicamente al tavolo, ciabattando gobba come fossimo nella peggiore periferia americana, e ridendo a sproposito, in maniera imbarazzante, mentre dava dettagli insignificanti sulla propria vita privata.
Ma il posto era perfetto e mangiammo come volevamo. Di gusto, davvero di gusto.
Il gusto non mancò. Mancarono particolari, sfumature, sottigliezze.
Mancavano le scene di congiunzione tra le parti del discorso, nella mia immaginaria conversazione con Luca. L’avrei mai fatta? Continuavano a mancare e io continuavo a provare a scriverle.
Rimanevano i tratti salienti, i finali, i colpi di scena, le prese di posizione. Le parti indigeste.
- Ok, va bene, sono gay. Ma non posso dirlo ai miei genitori.
- Quale pensi che sia il maggior problema?
- Non era quello che volevano che diventassi.
- Non volevano che nascessi cieco. Non volevano che nascessi storpio, malato. Non volevano che crescendo diventassi un delinquente. Se ti vogliono bene davvero, se ti volevano davvero bene anche prima che tu nascessi, non hanno mai sperato di avere un figlio non omosessuale. Tesoro mio, forse volevano un figlio ‘normale’ e per loro un omosessuale non lo è: ma dobbiamo fare in modo che lo diventi. Ti prego, devi provarci.
Ma il discorso nella mia mente si chiudeva sempre bruscamente, spezzato da mille rimostranze a cui non avrei mai saputo opporre valide motivazioni. In fondo, non ero io che dovevo svelarlo ai miei genitori, ma lui ai suoi.
Luca poi era anche un piccolo uomo. Un piccolo uomo triste.
Triste senza saperlo e senza rendersene conto.
Gli altri lo vedevano e pensavano che lui lo sapesse, e non credevano più doveroso, a quel punto, avvertirlo.
E invece lui avrebbe avuto bisogno della cruda verità, ed era lugubre vederlo così triste inconsapevole.
All’oscuro di tutto, viveva ormai in solitaria compagnia da anni.
Era pieno di amici a sua insaputa, perché con uno straordinario errore di parallasse emotivo, riversava il suo bisogno d’amore sugli esseri umani sbagliati, quelli non troppo umani, quelli non davvero dotati almeno di un minimo di amore per lui.
E così, finiva per desiderare un affetto instabile, al riparo da quello solido che in realtà molti sarebbero stati in grado di offrirgli, e avrebbero voluto regalargli con continuità.
Aveva ancora qualche contatto serio, per così dire.
C’era una nipotina, la deliziosa insolente figlia di sua sorella, adorata e desiderata quasi più da lui che dalla coppia, nei tre anni che ci erano voluti prima che lei finalmente rimanesse incinta.
Tanto voluto e poco consumato, questo contatto così simile alla paternità gli scomponeva le certezze e sembrava giustificargli ogni debolezza. E, soprattutto, riusciva a sospendere regole e leggi della sua vita di piccolezza. Non le regole altrui, ma quelle che lui stesso non si rendeva conto di imporre alle persone con cui volta per volta conviveva.
Quindi, in sostanza, riusciva a riportarlo alle regole del mondo esterno, riusciva a farlo emergere con la testa fuori dalla tana quel tanto che bastava per riagganciarsi a qualcosa che non fosse soltanto il bordo del lenzuolo.
Mentre risalivo da fantasie su battaglie già perse, mi venne tutto a noia. Tutto. Il cane che sentivo abbaiare in lontananza e la cliente carina che al tavolo accanto al nostro veniva circuita dal maturo professionista nel pieno del suo miglior rituale d’accoppiamento.
Mi venne a noia la crêpe con crema e Grand Marnier che avevo finito, pur se a fatica, e i rumori incessanti e ripetitivi che provenivano dalla cucina in fase di chiusura.
Mi venne a noia, infine, ma non ne sono ancora del tutto sicura, perfino la cameriera che, dopo ogni cosa, aveva voluto raccontare delle sue difficoltà da emigrante e non faceva altro che ripeterci “ragazzi non vi avvilite, qualsiasi cosa accada, se avete un carattere forte riuscirete a superare le difficoltà: non è vero che la vita è difficile, cioè, lo è, ma affrontate tutto insieme e non avrete il tempo di buttarvi giù.”
Giulio aveva probabilmente dimenticato le riflessioni su Luca, io non riuscivo ad allontanarmene. Per questo il resto mi veniva a noia.
Come il tatto.
Il tatto che a Luca era negato, in quanto uomo solitario, in quanto omosessuale pentito e nascosto.
Gli era negato a priori.
Il contatto, le superfici, le sensazioni. Quanto vale un abbraccio? Tanto, per qualcuno a cui non è ne garantita una minima dose quotidiana.
La coppia di amici che ora viveva in casa con lui aveva il permesso del contatto.
E lui ne abusava, per la precisione, almeno quanto ne abusavano loro l’un con l’altro. Li guardava con un po’ di ingenuità, un po’ di invidia, un tantino di malinconia e quella sorta di sacro timore che si riserva solo a due che si può ragionevolmente considerare vice genitori. Ma avrebbe negato, spergiurando fino alla morte, che realmente si consumasse questo teatrino nel suo petto. Nelle sue regole non dette c’era ovviamente anche quella di evitare discussioni serie. O meglio evitare quelle che riguardassero direttamente o indirettamente il suo territorio.
Mi venne a noia il gioco delle parti, i giochi civettuoli dei sopra citati commensali la cui serata sarebbe finita in un banale noioso e ridicolo breve amplesso.
Infine, oltre a tutto questo, mi veniva a noia la certezza di dover crescere: perché avevo Luca nei pensieri, e Luca non si sentiva più giovane.
Tecnicamente lo era, d’accordo, ma ormai si delineava netta la differenza tra lui e un ragazzo qualsiasi, come il corriere venticinquenne che cominciava appena a lavorare e gli portava a volte le raccomandate.
E che lui guardava con timore, nel terrore che qualcuno si accorgesse della diversità di sguardo.
Se stesso compreso.
L’ultima cosa che mi venne a noia fu l’immagine di me stessa, persona incompiuta e incostante, che, delusa dai fallimenti, rinuncia a dare a un amico questa penna e questo calamaio metaforici.
Desolata, accaldata, mi voltai verso Giulio, con lo sguardo ancora perso nel vuoto delle unghie nere mal nascoste del marpione seduto accanto a noi; dopodiché, mentre Giulio si avviava alla cassa a preoccuparsi del conto della serata, quel conto che si può saldare semplicemente con il denaro, mi voltai verso la finestra del ristorante e tirai un gran respiro. Presi una sigaretta, me la accesi, e a grandi lente boccate cominciai a fumarla dirigendomi verso l’uscita.
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