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Ora tutto è andato.
Una volta sì che mi sentivo alla pari col mondo: su uno stesso piano rispetto a tutti. Mi correggo: rispetto a tutte le persone che voglio prendere in considerazione. Ammetto colpevolmente di sentirmi superiore ad un’altissima percentuale di persone a questo mondo.
Una volta potevo rimanere conquistata da un affascinante sconosciuto sulla metro e stabilire le regole di un gioco con eguali poteri. Potevo… alzarmi un po’ sulle punte dei piedi e aspettarmi che lui facesse lo stesso, e alzarmi ancora, e lui ancora seguirmi, oppure rispondere ad una sua provocazione con una sfacciata consapevolezza di me stessa.
Difficile non trovare un contatto con la maggior parte delle persone che voglio considerare parte del mio mondo. Ma ci sono persone che per me sono e saranno sempre un mistero, un frutto di mare splendido ma che non si riesce ad aprire. E non riesco nemmeno a immaginare cosa possa esserci dentro… so solo che quel mistero mi fa cadere in amore.
E in forza di questo mistero che nemmeno le mie magnetiche capacità di analisi possono svelare, le persone in questione esercitano su di me un potere illimitato.
Posso recitare una parte di violenta dominatrice, perfino dispotica e intollerante, ma è solo un atteggiamento, superficiale e insignificante, loro mi posseggono e determinano le mie azioni dal profondo, in una misura che è ignota perfino a me e che mi spaventa.
Ed è per questo che ora vago da una stanza all’altra, scrutando le pareti biancosporco e immaginando modifiche e ristrutturazioni che non avrò mai le forze di fare.
I rumori dall’esterno mi inseguono per la casa, anche quando istericamente corro da una parte all’altra sperando di riuscire a chiudere tutte le finestre per non sentire più. Niente uccelli, niente animali, niente luce. Questi rumori di felicità mi violentano.
Vago per le stanze e da un punto all’altro della stanza. Non ho mai conosciuto tanto a fondo i miei mobili, potrei ridisegnarli a occhi chiusi (se sapessi disegnare).
Ho perso il baricentro, ho dimenticato come si fa a camminare, come se avessi pochi mesi e stessi ora imparando a controllare i miei muscoli per guadagnare la posizione eretta.
E infatti passo la maggior parte del tempo sul letto. Il mio lettone matrimoniale che uso e domino completamente; per essere sicura di possederlo tutto mi ci metto in diagonale, in modo da occupare più spazio e allargarmi e stendermi srotolarmi senza mai toccarne le estremità.
Mi distruggo per giornate intere a pensare, analizzare le mie malefatte, sedare la ferita dell’abbandono.
Lei mi ha posseduto. Poi mi ha dimenticato. Oh, lei è di ben altra opinione: si ritiene ancora in contatto con me. Ma a me questo contatto dà la nausea. Mi uccide, mi logora. Ebbene, evidentemente lei lo sa e lo ha fatto come ultima manifestazione del suo possesso e del suo potere. Lei è una di quelle persone che mi domina, che io non posso vedere, non posso sentire, non so scrutare.
Per questo ora galleggio… scivolo… vengo soffiata via dal tempo…
E se provocassi la mia deriva? Non vedo perché scegliere il bene solo perché ho stabilito che esiste il bene e il male e che la condizione che soddisfa ogni anima, almeno statisticamente, è il bene.
Se faccio del male a tutti, me compresa, prima o poi comincerò a soffrirne talmente tanto da riprendere a desiderare il bene. Ora, starò pure in una condizione alterata, ma non desidero il bene. Non è un meccanismo logico? Magari non verificato, ma almeno plausibile.
Finora potevo desiderare. Ora deliro. Aspetta, calmati… rimanda lo scoppio… No. Non ora.
Mi prendo quello che voglio.
Voglio lei.
Lei con questa pelle così profumata e saporita da sostenere da sola il peso della sua personalità.
Questo sapore di carne legno cedro zucchero sarebbe per me segno di riconoscimento più forte dei lineamenti o del timbro vocale.
La voglio da morire. Ma lei non è già più mia.
Almeno apparentemente.
Ogni ricordo che mi illumina gli occhi come un lampo si porta giù una lacrima. Il lampo è seguito naturalmente dal tuono, e una goccia del mio dolore si materializza prepotentemente sul foglio. Gocce di dolore mai calmato. Una poesia lunga come un racconto, il mio dolore inespresso. Intenso e ugualmente compresso. Dolore a ondate. Sangue che sgorga da une ferita ormai letale, da cui non guarirò più. Mi sto scindendo. Una parte di me ricorda a cascata, l’altra vuole richiudere. Due parti distinte del mio cervello, sento che le due parti vivono in due zone diverse della testa. Sento quando sono l’una o l’altra perché il mio ricordo è localizzato in punti precisi del cranio.
Ricordo… la prima freccia che scocca dal cervello e ferisce il cuore è un ricordo come tanti… Pacifici sonni abbracciati fianco a fianco, lei così piccola tutta nelle mie braccia, lei troppo piccola per me, troppo delicata, troppo fragile per non suscitare immediatamente un istinto di protezione. Un eterno conflitto tra la violenza di stringerla e il terrore di spezzarla come fosse di carta, di gesso, come fosse fatta con i bastoncini del gioco dello shangai, e io sempre ad un soffio da spostare anche solo di un millimetro la composizione del suo corpo. Guardarla mi riempiva gli occhi ma mi faceva riempire di palpiti il petto, sempre nel terrore di non essere all’altezza della sua purezza, della sua perfezione. Mi incantavo, e la studiavo, presa dal dubbio di aver scomposto una geometria irrecuperabile.
Nient’altro che i nostri due corpi ancora fumanti di carezze, abbandonati come involucri, corpi dimenticati ormai vestiti-smessi di una giornata passata insieme. Questa era la nostra unione: il senso del contatto, quella scarica elettrica che è l’informazione tattile inviata al cervello, dava a entrambe una sensazione di interezza. Mi parte un urlo dallo stomaco realizzando che questo non esiste più, ma ho intenzione di frenarlo per guardarlo meglio, sgranarlo stenderlo assaggiarlo… poi casomai, ucciderlo tirandolo fuori. Noi, un’interezza formata da due metà opposte saldate. Una sensazione certissima e definitiva pure nel sonno, un’emozione talmente stabile da rimanere nei sogni, che sentivamo nell’aria come se l’avessimo espressa a parole, come se fosse possibile vederla nella stanza a occhi chiusi. La persona completa che mi sentivo al suo fianco era una carne, un corpo, un essere fatto di noi. La parte anteriore mia e quella posteriore sua. Io, di mio, non sentivo più che la pancia o le ginocchia o il pube. Le mie natiche, la mia schiena, non esistevano più. Io sentivo come pezzi di carne mia anche le sue natiche, la sua schiena, il retro delle sue cosce. I cervelli godevano in un meritato sonno simbiotico.
Calmati. Prova a essere lucida. Ma perché essere lucida? Per dividere il dolore dal piacere forse… Lei ora non è davvero più mia. È stata la più forte e la più saggia. Forse la meno folle, tra noi due, io così razionale ma annullata nei miei sensi.
Lei ora non è davvero più mia.
Ricordo anche altre cose. Ricordo… i miei morsi sulla sua spalla, la fortuna di essere donna per poterlo fare senza spiegare al mondo che io sono fisica anche in un’amicizia. Donna? Proprio donne non lo siamo state mai, abbiamo qualcosa di forte e solido, pur nella leggerezza della sensibilità agli stimoli provenienti dal mondo. Una sicurezza di sé. Una libertà degli occhi. Un piacere di urlare. Forza e solidità determinate da una certa idea di sé che è differente dalla consapevolezza che hanno di solito le donne. Ma che osservazioni stupide: fatte insieme mille volte e mai concluse con un verdetto proprio perché non esiste assolutamente nulla di stabilito a priori, se non… la dotazione di un pene per un uomo e di una vagina per la donna. Eppure andavano fatte anche queste stupide considerazioni: ogni momento insieme ha un valore, è un gioiello. Ogni sua parola che ora non ricordo mi fa sentire colpevole, mi punge sulla pelle come il morso di un insetto che non vedo. Ogni discorso fatto su di noi, sulla nostra vita, sulle nostre emozioni doveva essere fatto, anche se mi pentirò in eterno di ogni parola non detta, di ogni giudizio o opinione non taciuti che possono aver contribuito ad allontanarla da me. Se avessi saputo che era l’ultimo giro avrei dosato me stessa, grazie ma ora è tardi.
Perché ora lei non è più mia ma spererò in eterno che lo ritorni.
Quel nostro ultimo incontro: per me sarà in eterno il simbolo di un trasparente legame ancora in vita, mi ci aggrapperò con tutte le forze in attesa di capovolgere questo verdetto, questo tradimento, stavolta definitivo.
Ma non il legame che intende lei.
Un abbraccio intorpidito dai sensi, dal calore prepotente. Questo ultimo incontro così violento nella mia testa da farmi vacillare nell’ipotesi che me lo sia immaginato. Un abbraccio stanco… In un frammento di desiderio ho strisciato su di lei, per incastrarmi nella sua vita e nel suo fianco, a sentire il suo caldo sul mio collo, sul mio mento. Carne contro altra carne, il mio fiato sulla sua pelle. La scrutavo talmente a fondo da poter distinguere l’impronta della sua pelle. Solo per sentire meglio quello che succedeva dentro di lei. Ancora in un leggero torpore, mi ha appoggiato con quelle piccole dita una tenera carezza sulla fronte, a cui sono scattata come colpita da una scarica elettrica per risponderle con un bacio sulla spalla. Ho bevuto quelle sue piccole dita sulla mia fronte, scottandomici. Ma volevo sentire davvero cosa succedeva dentro di lei, e allora l’ho girata per strisciare ancora, dal suo fianco alla pancia. Me la sono presa esattamente quanto volevo… Ci ho affondato tutto il viso dentro, poi mi ci sono quasi incollata con l’orecchio sopra, e i miei capelli sparsi dappertutto. Anche loro, tanti quanti sono, volevano abbracciarla. Era la mia testa a comandare, la mia parte più calda che cercava di non staccarsi mai dalle sue parti più calde. Non ero più in me. Ero lei.
Sentivo tutto. Su quella minuscola calda pancia sentivo lei.
Sentivo il suo respiro calmo e lento, i battiti del suo cuore, regolari e rassicuranti. Sentivo un calore devastante, gemello del mio.
Non volevo eccitarla, anche se ero tentata, ma solo sentire dall’interno (orecchio su ventre) quello che ero in grado di provocare in lei. Un desiderio mai appagato: più la guardavo più la volevo più quello che avevo preso non mi bastava. Ogni minuscola reazione alle mie azioni. Senza chiedere nulla al mio cervello, la mia mano si è allungata sul suo collo. Il suo sesso e il suo piacere già li conoscevo. Mille volte avevo saputo seguire i suoi ritmi e accontentare ogni sua richiesta inespressa, quanto si fa per amore. Ma sentire le sue reazioni a gesti non molto differenti dalle innocenti carezze che si fanno in pubblico, è una cosa così banale – difficile da realizzare nel quotidiano – che assaporarla a lungo, consapevolmente, è stato realmente stupefacente. Per questo dovevo evitare di eccitarla.
Da un lato all’altro del collo e da un orecchio all’altro: giocavo sotto il mento come si fa con i gatti, con piccoli e leggeri pizzicotti nei punti più morbidi. E intanto tendevo l’orecchio, forse stupidamente, forse inutilmente. Forse quelle piccole scosse che mi sembra di ricordare erano solo immaginate. Forse temevo un suo silenzio e giocavo a inventarmi sospiri che non ero in grado di suscitare. Giocherellando in questo modo, avevo il palmo della mano sul petto e mi dava una sensazione di “stereo” insieme all’orecchio sulla pancia. L’orecchio diventava bollente nella tensione infinita verso i suoi rumori, frugare in quella pancia mi costringeva ad assaporare la sua pelle scura come cuoio per non dimenticare mai i suoi odori.
Forse mi è sembrato di sentire il battito un po’ più veloce, è sembrato… più al cervello che al cuore. Potrei aver sentito il mio (io, di certo, ad averla così tra le mie mani, mi stavo eccitando di nuovo).
Non riuscivo a staccarmi: l’altro braccio era avvinghiato a culo gambe ginocchia schiena nel tentativo di dimenticare il confine tra il mio corpo e il suo. Una lotta impari non frugare il suo corpo. Mi ripetevo di non provare a eccitarla, nemmeno un poco…
Non ricordo come sono riuscita a riprendermi da questa presa così intensa: ricordo una serie di istantanee scattate dalla mia testa, un’ubriachezza totale, perché finora era solo il mio corpo a decidere per me. Datemi un corpo da godere e abbandonerò per sempre la mia lucidità… Ho dovuto recuperare un po’ di controllo e calmare le emozioni che mi stavano salendo dalla gola, per sfiorarle con la punta delle dita il fianco senza farmi rapire definitivamente dal desiderio di averla di nuovo, sentire quella curva liquida e toccarla al limite del solletico, ogni volta un po’ più in là, ogni volta un po’ di più in un gioco di incomprensibili disegni sulla sua pelle sfacciata. In lei invece respiro e cuore si erano calmati, di nuovo abbandonata nelle mie mani. L’ultimo segno del comando, del mio comando. Lei doveva aver capito che stavo perdendo la testa perché quando mi tirai su per continuare la carezza all’interno della coscia, ebbe uno scatto, la mano sul pube per delimitare il territorio concessomi. Riuscii a conquistare qualche altra malandrina carezza su pube, inguine, pancia, ombelico, senza eccedere. Poi si staccò, offrendomi di nuovo la schiena del suo sonno ingenuo. Ero una piccola ladra, una meschina banale amante alla ricerca disperata di un’altra dose del suo cuore.
Col profilo della sua schiena e del suo culo impresso negli occhi provai a prendere sonno. Pur con quell’eccitazione né sopita né tanto meno sfogata, mi addormentai nel giro di pochi minuti. Un insperato profondo sonno che deve essere durato tutto il pomeriggio, perché quando mi svegliai era ormai buio. Mi addormentai e sognai.
La sua rivincita. Un sogno splendido, straziante e violento nella sua bellezza. Una vendetta crudele.
Le parti si erano capovolte. Quello che mi aveva costretto a rimandare ora me lo stava facendo lei. Nel torpore (stavolta mio) lei si era avvicinata, silenziosamente, con quei suoi modi felini, morbidi e insieme voluttuosamente animaleschi, e aveva appoggiato l’orecchio alla mia pancia. Così poteva sentire davvero, ma non cuore o respiro: sentiva dal di fuori i movimenti della sua mano dentro di me; ogni cosa un preciso scopo, ogni pressione interna raddoppiata da una spinta con la testa nello stesso punto per raddoppiare la mia eccitazione. Poi crudele si staccava da me per godersi le mie contrazioni violente dovute alla sua assenza improvvisa, carne urlante di piacere desiderose di un altro contatto.
Non so spiegare altro. Nel sogno mi ha portato all’orgasmo, un orgasmo leccato toccato gridato con tutte le dita in mille punti, tanto da farmi perdere la capacità di distinguere le parti del mio corpo. Sapevo solo che ogni dito che scorreva dentro o fuori di me mi dava piacere, ma non ero più in grado di stabilire, istante per istante, dove stesse toccando. So solo che l’orgasmo che ho provato cominciava dall’ombelico e finiva nelle cosce, forte violento drammatico accecante in ogni punto. Non avevo più un sesso, io stessa ormai sesso pulsante di piacere in ogni direzione. Lei non ha fatto altro che accasciarsi di nuovo con l’orecchio sul mio ventre, e dev’essere rimasta a dormire con me per tantissimo tempo.
Doveva per forza essere stato tantissimo tempo perché nel sogno ricordo che poi veniva l’alba, lei si alzava per cominciare a preparare la colazione, io rimanevo ancora un po’ a letto per…
Il sogno si interrompe. Il risveglio è stato difficile, la strana sensazione di confusione temporale, ormai era scuro, anche se nel sogno era appena spuntato il sole.
Ho dovuto perdere qualche istante per riconquistare il senso della realtà, poi senza pensarci in uno scatto ho allungato una mano tra le gambe: no, lei su di me non c’era ovviamente, ma il sogno senza dubbio aveva prodotto il suo effetto, ero ancora bagnata come se avessi smesso di toccarmi da pochi istanti. Come se avessero smesso di toccarmi da pochi istanti.
Lei però non c’era.
Come nei film romantici stupidamente melensi che io non sopporto, un foglio di quaderno lasciato sull’altra metà del letto.
“Cuore mio, questa è stata l’ultima. Non è un regalo d’addio, perché questo non è un addio: io e te saremo legate per sempre. So che detta così può suonare ipocrita, e so che quello che ho fatto può sembrare esattamente un regalo d’addio, ma io invece lo considero il simbolo della nostra unione non come tu l’hai costruita ma come sarà d’ora in poi. Io posso, tu puoi solo se lo voglio io. Non è egoismo, ma solo una reazione a quello che hai sempre fatto con me. Non potrai più avermi quanto vorrai, perché è giusto che tu non trovi sempre e solo persone che assecondano il tuo egoismo. Non ti sto giudicando, lo dici tu stessa che ottieni sempre quello che vuoi. Ora semplicemente non mi hai più: almeno non con la sicurezza che hai avuto finora. Saremo sempre insieme, ma non sarò più tua”.
Mentre mi avvio al già noto finale della lettera, l’altra mano vaga in giro per il pube, alla ricerca di quel bagnato che dunque non ho sognato: mi ci inzuppo la mano, annuso, è la conferma che non avrei mai voluto. Ci sono anche i suoi sapori dentro, dannazione, improvvisamente vorrei dimenticare come è saporita, perché ora vorrei non essere in grado di sentirmela ancora addosso, per sempre mescolata a me: è il regalo che pretenderebbe io non considerassi d’addio.
Dev’essere così: lei ora non è più mia, forse non lo era mai stata. Ma ora sono io a essere perdutamente e inesorabilmente sua, un suo oggetto, una sua creazione. La sua proprietà a distanza.
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