La luna di profilo


Lettera dimenticata
Giovedì, 4 Gennaio 2007, 5:46 pm
Archiviato in: Mis-Talking

Amico mio. Ti scrivo perché ho promesso di non sparire, non per te.

Amico mio. Sì, è così, ti scrivo perché ho promesso di non sparire, non per te.
Eppure non puoi non aver notato che voglio sparire per tutti.
Sì ma tu mi chiedi di fare un’eccezione. Ebbene, c’è un patto. Quando non parlo ad altri sarò sparita, quando non parlo a te è solo che non ne avrò la forza.
Sembra dura scrivere con gli occhi lucidi e invece è più facile, perché non ho bisogno di pensare. Faccio scrivere alle mani.
Una delle prime cose che ricordo mi abbia insegnato mia nonna, una cosa che non leggevo sui libri di storia, era che per le guerre bisognava subito imparare a distinguere le cause dalle scintille, e me ne parlava a proposito, in particolare, della prima guerra mondiale. E ho imparato che io sono brava a ricondurre la mia sofferenza a certe cause, ma non trovo mai una scintilla che faccia esplodere qualcosa di brutto. Perché quando esplode prima o poi si deve anche calmare, mentre se invece non esplode rimane là a fermentare, come un’ulcera che non si rimargina mai ma che non provoca emorragie visibili ergo si rimane all’oscuro della sua esistenza.
I motivi li so. La scintilla deve venire dall’esterno, ed è Ederlezi a farmi piangere. Perché la voce non sembra voce umana, ma suono che arriva in diretta da qualche oggetto, da qualche posto, dall’aria, dalle nuvole, porca miseria, io non lo so.
Ho voglia di litigare con qualcuno ho bisogno di litigare con qualcuno ora scendo dalla macchina prendo un automobilista mi faccio dare un sacco di botte. E no, non funziona così.
Non funziona così. Non funzionerebbe nemmeno se mi riuscisse.
Caro amico ti scrivo perché usando questa forma scrivo a te e mi vaccino un altro poco, togliendo un altro poco di veleno dalle vene. Serpente, un serpente velenoso cui vengono tolte le ghiandole del veleno.
Amico mio, a volte penso a una situazione assolutamente irreale in cui senza vincolo di sorta, senza le regole del mondo che rifiuto, vado in giro per il mondo, un mondo senza denaro, un mondo senza proprietà.
Un mondo in cui i treni esistono e li posso prendere, il cibo esiste e lo posso mangiare, le case esistono e le si può abitare.
E siccome esiste tutto posso girare i posti che voglio senza vivere soggiogata dall’ossessione della dipendenza.
Amico mio, se ora, ora che sono passata a musica araba, se in questo istante chiudo gli occhi e provo a immaginarmi serena, vedo poche cose. Un gioco che faccio, a volte, come i bambini che fanno i sogni ad occhi aperti. Facciamo che io ero. Ebbene, come funziona, che libertà ho? Mi posso spostare entro il raggio di cinquanta chilometri? Risposta: sì, ancora puoi. Quindi non posso andare oltre, vero? No, non puoi. D’accordo, ma ipotizziamo per un attimo che anche cose impossibili per me diventino possibili, posso? Posso davvero? Allora provo.
Provo quel grado zero tanto vagheggiato e corteggiato nei miei racconti, un grado zero in cui anche le istituzioni che ci sembrano irrinunciabili e immodificabili, siano parametri che si possono cambiare.
Immaginiamo che io abbia un lavoro. No, aspetta non hai capito. Immaginiamo che tu riesca a decidere tutto, davvero tutto, anche le cose che si ritiene siano basilari.
Come vorresti vivere, davvero, puoi dirlo, a me puoi dirlo, siamo tra noi.
Amico. Senti, è semplice: vorrei girare, vedere posti, incontrare gente, poi lasciare entrambi. Vivere senza interrogarmi. Se chiudo gli occhi, mi vedo in giro. Mi vedo sola, senza vincoli a terre o a esseri umani. Sono mesi che penso di andare in una città in cui conosco molte persone e passare qualche giorno da ciascuna. Poi la mia fantasia si spegne, e la mia realtà prende a domandarmi con quali mezzi penso mai di poterci andare. E mi addormento per non dover sentire quello che ha da dirmi la realtà.
Vorrei vivere senza dovermi interrogare sulle domande stupide che l’essere umano si fa.
Eppure, sono serena perché arrivo a conclusioni confortanti: c’è chi nasce per essere contento e positivo e chi no. Basta sapersi spostare nell’altro gruppo.
Non sono le persone, non è chi mi circonda, non sono i sentimenti. Semplicemente non c’è mai niente che mi stia bene.
Non ho gioia. Non c’è niente che mi dia gioia.
Ho dismesso il mio fotolog per chiudere un altro conto. Starebbe per compiere un anno ma volevo evitargli questa umiliazione.
Eppure, amico, lo sai qual è il pensiero che mi ossessiona in questi giorni?
Ecco, non sono le solite manie suicide, ci sono passate ed è passata, però se anche l’immagine mi sfiora la testa, diciamo come vaccino, diciamo per esorcizzare periodicamente la paura di vivere, ecco, quando ci penso, il secondo anello logico della catena è il pensiero che mio zio dovrebbe spiegare a due bambini di due e otto anni qualcosa che loro non potrebbero capire. Dovrei costringerlo a trovare delle parole che non li distruggano.
E rabbrividisco all’idea che quella crudeltà sia opera mia. Opera mia.

Che veccha foto orribile.
Te la ricordi? Proprio una delle primissime, tu fosti il primo a vederle. Orribile, ma decisa: come al solito, con occhiaie, col labbro spaccato, col broncio. Con l’espressione truce e nemica.
Sarebbe bello ricevere una parola da ciascuna persona che non si intromette mai anche se mi legge.
Sarebbe bello.
Ombelicata, per ora. Ancora per molto.

Amico, fermati a pensare a me. Tu non ci credi, ma io sento quando mi senti.
Amico, carne della mia carne come chiunque abbia significato qualcosa per me e come chiunque significhi qualcosa per me.
Amico, parte di me anche se il mondo smettesse di respirare in questo istante.
Amico, non riesco a scrivere. Riesco solo a leccarmi le ferite, e poi a vomitare perché è così, il sapore del sangue mi fa vomitare.
Amico, resta là a guardarmi lo stesso, anche se non esisto per te, perché io ti sento. Ti sento guardarmi.


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