La luna di profilo


Notte di tabulati con conti sbagliati
Giovedì, 4 Gennaio 2007, 5:53 pm
Archiviato in: Mis-Talking

E poi alla fine non sono come sembro.
O lo sono, e me ne pento.
E perché me ne pento, se ho scelto io di essere così: perché vacillo.
Impressioni, impressioni; e forse è che ci si imprime negli altri ben prima, direi a monte, direi incondizionatamente. Ci si imprime solo illuminandosi.
Ad occhio non saprei dire quando. E perché non scrivo più.
Ad occhio direi che è l’inadeguatezza del mezzo, che non risponde più al bisogno di dare forma al risultato della mia vita.
Oppure alla fine ho paura di scegliere, selezionare i blocchi che intendo tirare fuori ora e subito, e ho paura che a tirarli fuori poi mi penta di averne lasciati altri nel cassetto.
Sono settimane che accumulo frasi, organizzo discorsi e preparo impianti su cui poi vorrei sviluppare storie.
Eppure non ci riesco.

(perché perché)

Il perché è rimasto nei settori chiusi la cui visione sarà dilazionata nel tempo.
Io perché ufficialmente non lo so ufficiosamente me lo tengo come risposta di riserva.
E intanto il mio vocabolario si limita alle stesse parole, sempre uguali e sempre segnali della mia povertà di linguaggio.
C’è vento e c’è anche schizzi di pioggia salata, visto che non è pioggia ma mare incazzato.
Ho gli occhiali sporchi e il cuore non proprio pulito.
Eppure non volevo fare del male a nessuno, volevo solo calmare me, e lo faccio rosicchiando gli altri e no, non va proprio bene, occorre una deviazione netta.

Affetto, in fondo, è solo qualcuno che ha bisogno di toccarti.

(pausa stanca)

C’era sul muretto un pescatore, dall’altro lato solo il mare.
Uccelli che passavano a un tiro di bacio poi scomparivano nella notte nera di nuvole.
E la gente che passava sentiva un fruscio sulla testa, ma in fondo non credeva davvero potessero esserci gabbiani notturni con il tempo incerto.
In lontananza solo un faro o forse un azzardo di barca.
Sembra il punto più scuro del mondo, mentre il pescatore osserva e respira avido e si gode voci di discorsi occasionali che non avranno mai una fine, per lui; dal vuoto, spasmi di luce lo distolgono anche dall’immaginare finali per tutti i gusti, e così nessuna storia ha una degna morte.
Il tempo, è solo tempo che avanza. Poco per volta i posti si svuotano di auto, e il marciapiede riprende a stiracchiarsi. Momento lunare, ma di quelle lune viste troppo spesso. Infatti la luna non c’è.
Il pescatore rincorre il suo cappello rubato da un vento piatto e triste, poi si ferma a riposare al cospetto dell’unico albero vecchio ancora in vita sul lungomare; forse testimone di un amore antico, l’albero gli strappa un sorriso, si guadagna una carezza malinconica. Poi l’uomo torna sui suoi passi congedandosi dal mare. E questa piccola notte perde uno dei suoi personaggi più cari.

(respiri messi da parte per la notte)

Veglie, inutili veglie presentano un conto salato, che non verrà mai addolcito.
I miei anelli non contano più, i miei gioielli hanno perso senso e smetteranno di cercarlo.
Sfoglie, le parti che vengono in contatto con ogni cosa: ma sfoglie di pelle già morta.
Perdono per quello che evito di capire, un perdono che sia più grande della mia ignavia, che è la stessa rinuncia decretata per le foto di cui non so la storia; è che proprio non si può. Non ho che dubbie storie, inutili per qualsiasi rimpiazzo, e i miei rimpiazzi non hanno dignità per essere esposti al pubblico ludibrio.
Storie parallele e storie alternative; in fondo emozioni, in cima silenzio.

Storie che valgono meno di un gettone, storie con cui non posso vincere nemmeno un giro, figuriamoci una partita. Siamo al cospetto del conto inverso: quello delle disfatte non dichiarate.
Due dita in gola e il cibo avariato smette di provocarti contrazioni di dolore allo stomaco; chi ha stabilito che non si possono vomitare anche i pensieri malmessi?
Malposiziono anche i miei moti di affetto, e i destinatari ne sono spiazzati. Ritentare non vale. Il risultato è puro sfacelo.

(peregrinare a ragion veduta è dispersione di ansie)

Forme geometriche. Scrivere solo quello che vedo quando stacco il cervello e vago sperando di addormentarmi. Figure geometriche fatte di ossa. Colori che si spengono senza aver mai vissuto.
Ironia a parte, per volere bene ci vuole anche sacrificio?
A me smussarmi sembra cancellare lo strato superficiale sporco di una gomma.
Coincidenze ambrate e pure come miele greco, e poi? Cristallizzato dall’incuria.
Mi si perdoni tutto, la sciatteria e l’ignavia. L’ira e l’ottusità. L’assenza e la superbia.
Vorrei saper fare tante cose come nella maniera in cui le fanno determinati altri. Un meme che avevo in testa e che sarà sostituito da queste ripetute lamentazioni.

Le voci che sento nella mia testa hanno la carnalità delle more selvatiche, poi ogni tanto becco le spine e mi sveglio madida di sudore, ma a occhi chiusi, nel letto troppo grande ma davvero ristretto, quando oltre a me ci sono loro. Sostituire l’attacco alla difesa e preparare le bende.

(musica a basso volume per far posto alle voci)

Il pescatore? L’ultimo sole ha il diritto di parola. Domani prendo appunti. Per ogni altro discorso, adoro anche quando non sembra.


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