Archiviato in: Bassifondi
Potrei andare a donne. Andar per donne. Ok, per uomini, ma non è che si comprenda tanto detta così.
Sarei l’alter ego di qualcuno che ancora non conosco, me ne rallegro ma non lo voglio conoscere, voglio solo sperimentare l’alter ego.
Ora sono nel mondo reale. Prendo, esco e mi ritrovo per strada. A volte lo faccio apposta, accantono il buon senso, il senso comune di civiltà e sana convivenza. Quando sto per incrociare la traiettoria di qualcuno, è lecito aspettarsi che entrambi debbano deviare quel tanto che basta a non toccarsi, per carità, evitiamo il contatto fisico se possibile. Invece mi irrigidisco, non recito la mia parte e la contromossa dell’altra persona non è sufficiente ad evitare il contatto, meglio, l’impatto. Per un istante ritrovo la mia dolce maschera femminile e chiedo scusa, il che già è sufficiente a produrre il sorriso di non-importa che cercavo. Ma prima di dare le mie scuse ho avuto il contatto. Sia ben chiaro che scelgo accuratamente le vittime, quelle che possono attirarmi dall’odore, reale o immaginato. Dalle movenze, dal modo di guardare la strada. E mentre vago lentamente con le mani in tasca con l’aria di un pensatore di altri tempi, intimamente sto solo fiutando sempre e solo la stessa cosa: persone che mi piacciano. Poi torno a casa e scrivo, e penso di aver scontato la mia cattiveria programmata, ma non è sufficiente. Allora ridiscendo, cattiveggio ancora un po’, sosto da qualche parte a godermi il mio spettacolo, riprendo…
Se riversassi in parole (cioè se fossi certa di darne l’esatta trascrizione) le immagini che filmo con la mia telecamera di neuroni, il mio compito sarebbe esaurito. Ma dovrei avere la certezza che la visione, o la lettura, di quanto prodotto, contenga in sé anche tutte le emozioni, le scottature, le scariche e gli sconvolgimenti che ci sono all’origine. La questione probabilmente è solo il mezzo, il cinema dà emozioni mostrando nulla, forse è il mezzo più completo ma non basta.
La strada è in ebollizione. Sia quando è piena che quando è deserta. Sento i pensieri e le sensazioni sotto le scarpe, sento ogni infinito infinitesimo spostamento del cuore come se avesse scritto sul cemento. Confusa, forse, la strada piena, perché è un work-in-progress, sento le emozioni sedimentate e sono presente alla creazione di nuovi sedimenti. E i miei sedimenti? In questa situazione la mia presenza diventa come il monitor che trasmette l’immagine di se stesso che trasmette l’immagine di se stesso con se stesso dentro eccetera… le mie elaborazioni sulle anime che vedo scorrere sono reali? Riesco a isolare il primo monitor?
Ecco, ho urtato un’altra persona. Bella ragazza, preferisco urtare le ragazze perché non pensano come prima ipotesi a uno scontro volontario, visto che non sono uomo e apparentemente non dovrei avere l’intenzione di abbordarle. Quindi restituiscono un sorriso più spensierato, genuino, rilassato. E io, doppiamente colpevole, me lo godo in gran segreto.
Potrei andare a donne. Forzare un’intimità aggressiva e rozza, rendermi rozza e abbrutirmi per non costringermi a pensare. Anche questa in fondo ci vorrebbe. Fare esperienze ed esperienza squallide per studiarci su più a lungo. E allora, facciamolo…
Sono entrata qui, mi spaventerebbe se non ricordassi che me lo sono cercato scartando posti meno luridi. Non voglio l’avventura, non mi interessa, voglio forzare i miei limiti etici, morali e istintivi. Voglio fare l’attrice inconsapevole. Non mi voglio divertire, insomma, voglio torturarmi e umiliarmi. A che pro? Lo deciderò in seguito.
La birra, sì, certamente ha avuto la sua parte. Fuori di me lo ero già come presupposto. In fin dei conti la maggior parte delle donne denuncerebbe una violenza carnale, indicando nell’uomo il solo colpevole. La maggior parte delle donne sicuramente non parteciperebbe al proprio stupro con lo stesso entusiasmo che ho mostrato io. Non intendo inaugurare un periodo di esperienze sessuali estreme, non ho tendenze sadomaso e non mi sto vittimizzando. Sto dicendo che se non me la fossi goduta come una matta probabilmente avrei denunciato quell’uomo per stupro.
È come un dito che ti tocca in un punto preciso della schiena, sapevi benissimo che la tua schiena era lì e che era fatta di punti, no? Ma non avevi mai preso coscienza di quel punto. Ora che lo sai, te ne ricorderai la prossima volta che qualcun te lo tocca. E la cosa importante è che tu sappia che esiste.
Ora so di essere un animale di carne. Bella forza, lo sapevo anche prima… Ora so di quanti pezzi di carne sono fatta, si sono mescolati e hanno parlato tutti insieme.
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