Archiviato in: Bassifondi
Sono di nuovo di fronte alla luna. Ti sto cercando di nuovo, cerco il personaggio, cerco l’alter ego. È pur sempre un impiego momentaneo utilizzato per riempire il tempo, me ne rendo conto perfettamente. Stavolta non volevo uscire e quindi sto cercando di raggiungerti senza dovermi servire di persone piacevoli. Esterne, ovviamente, e quindi piacevoli.
Non mi piaccio. Mi godo dall’esterno, come se leggessi di me stessa nelle pagine di un libro. Conoscendomi solo così, poco per volta, e scoprendo le mie malignità come in un libro, ne sono seriamente affascinata. Ma so che il mio atteggiamento nei confronti del mondo è dannoso, e ne sono disgustata, infastidita, schifata come odore di merda troppo vicina per allontanarcisi.
I libri degli scrittori, famosi e non, mi entrano dentro e diventano una sfumatura del mio carattere, ovviamente i libri che mi piacciono. Mi entrano dentro come valore positivo pur se fatti di elementi negativi. Quando poi provo a rintracciare in me gli stessi elementi negativi e a vederne la bellezza, la singolarità, il coraggio, non trovo che fango, abbandono, sentimenti scialbi o falsi. La mia merda non è merda d’artista.
Elogio di una vita squallida. Proviamo a vederla come una scelta, il coraggio di vedere il mondo un inferno e di volercisi adeguare. L’autonomia rispetto alle teorie dominanti, alla semplicità della gente. Per me nulla è semplice, mai lo è stato e senza dubbio mai lo diventerà. E allora assecondo gli istinti in quanto scelgo di dar ragione all’istinto. A questo punto non ha interesse il punto d’arrivo perché la serenità è nei singoli istanti quotidiani, ogni piccola svolta a cui rispondo con lucido dolore.
Sono a colloquio con mio padre. Come al solito salta a piè pari i momenti in cui parlo io, per pavoneggiarsi e compiacersi dei ben più lunghi momenti in cui conversa amabilmente lui. Le mie non sono vere risposte, veri commenti, solo un riempitivo. Mi toccano quei cinque secondi, qualsiasi cosa ci infili dentro lui prepara già il seguito del suo monologo. A questo siamo giunti. Meglio dire che lui è a colloquio con se stesso. Ma non potrebbe rischiare di farsi ridere appresso sperimentando il suono della propria voce allo specchio, dunque necessita di interlocutore. Servito.
Amaro e ingrato compito. Preferisco, e ne sono contenta per molto tempo dopo la fine della conversazione, offrirmi volontaria per questa mansione, per sperimentare la mia acidità in un momento in cui essa forse viene tollerata al massimo grado. Mai come in queste occasioni sono libera, brutale e cinica, perché vengo fraintesa e la mia viene scambiata per ironia o addirittura vena di comicità.
Com’è difficile discutere. Com’è utopico il compromesso. L’uomo, questo dominatore. È il titolo di un film di non ricordo più chi, però ce l’ho e se riprendo entusiasmo potrei anche darci un’occhiata. Ho perso l’entusiasmo, perché la comunicazione è un’illusione. Si comunica davvero esistendo. Scopo uno, e gli comunico davvero cosa sento. Lo bacio, lo prendo a pugni, è lo stesso perché mando un messaggio. Ma parlare è una sovrapposizione di messaggi. Beninteso, se sai essere davvero un animale. Se scopo, ho detto infatti: una via di mezzo è peggio ancora, non essere in grado di scopare ma non amare l’oggetto del desiderio implica di inserire troppi aspetti ragionati nell’azione. Se scopi, comunichi grado zero. Se ami, comunichi grado mille o uno, cioè grado infinito se ci riesci davvero, ma senza contraddizioni e incertezze. Ma se non fai né l’uno né l’altro, allora comunichi su più livelli, e il messaggio non è definito.
Mio padre non vuole nemmeno sentire il grado zero: ha smesso di ascoltare da troppo tempo ormai. Mi sembra quasi che sia già morto, in fondo uno spirito potrebbe parlarmi, io sentirei tutto ma non potrei esprimere commenti o disappunto per quel che dice. Forse dentro è già morto.
Ci spostiamo in cucina, vorrei qualcosa ma sono troppo stanca per cucinare. Riempio la tazzona di latte, non sono neanche in grado di farmi il caffè, ripiego su quello schifo solubile, pochi secondi e avrò fatto finta di dare un sapore a questa sbobba.
Il piacere di mangiare, lui in questo istante mi sta rimproverando la mia pigrizia, l’ho sempre avuta, non cambierei nemmeno i vestiti se qualcuno non me li lavasse, ma senti questa se c’è qualcosa che mi appartiene è la mia capacità di essere autonoma. Che poi non ritenga un dovere morale cambiarmi spesso, perché l’esterno mi appartiene quanto i miei pensieri e difficilmente posso variare entrambi, questo è secondario. Anzi, è così importante che comunque non verrebbe capito. Cosa si può fare con un padre che si parla addosso sfruttando la tua presenza, in cucina, di sera tarda, davanti ad una tazza di latte che fa schifo? Non lo so, non lo sa nemmeno lui perché in un attimo di silenzio ha perso il filo e non trova più nulla di importante o di tagliente da dirmi.
Io a questo punto ho tutto il tempo di pensare a cercarti, e risveglio con una enorme difficoltà pezzettini del mio corpo che sono i diretti responsabili delle mie cattiverie. I bassifondi inesistenti. Li creo come più mi aggrada. E mentre vado in giro ne esploro un pezzetto e sperimento quanto davvero mi appartenga, quell’angolo, quell’edificio, quella strada. Ogni cosa è la materializzazione delle mie cattiverie.
Ho la scusa del sonno per liberarmi di mio padre. Non che spesso non mi abbia inseguito fin sul letto, ormai in preda ai suoi personali deliri, naturali e anche cercati, schiavo dell’ultima freccia in attesa di essere scoccata. Ma io mi guardo bene dal considerare la ferita sul mio corpo esattamente la ferita che lui voleva provocare. Quella ferita me la sono provocata volontariamente come conseguenza del rifiuto della sua freccia, la lacerazione è uguale solo in superficie ma so solo io fin dove arriva e che forma prende.
Cerco te continuamente, la mia attenzione e la mia volontà cala solo per un effetto forse chimico, forse fisico o psicologico, in seguito al calare della luna all’orizzonte. È solo lei a impedirmi di continuare stasera, e inevitabilmente mi porterà a cercare di calmare la mia sete per stanotte. La mia ricerca non si interrompe, il mio desiderio è solo virato, modificato, nella stessa misura in cui la luna vira sempre di più verso il giallo, poi l’arancio e se sarò fortunata il rosso. Poi finalmente si spegne, e io le do ragione.
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