La luna di profilo


#3: Cattiveggio
Lunedì, 14 Maggio 2007, 6:59 am
Archiviato in: Bassifondi

Credo davvero di poter prevedere i miei pensieri? Credo davvero di possederli? Ora, come nei momenti di maggiore tensione, li forzo. A volte mi serve. Ogni tanto dovrei confidarmi con qualcuno per ricordare a me stessa come sono andate le cose. Come sono andate le cose…
Come sono andate in realtà è una versione dei fatti che non esiste. La versione definitiva. Dal momento che non esiste e mai esisterà tutti si sentono autorizzati a sentenziare e a ritenersi depositari della propria verità. Ma non è dato a nessuno contenere il mondo.
I bassifondi di stasera sono pruriginosamente personali. Mi sto torturando con questioni irrisolte. Il passato, il presente… Rincorro pezzi di ricordi che una volta avevano perfino una collocazione. Ormai i tempi sono cancellati, tra poco lo saranno i ricordi stessi, improvvisamente sorgerà un ricordo sostitutivo che forse sarà più in grado di rendermi giustizia. Un processo mentale non del tutto voluto da me, nel senso che ora che sono lucida e consapevole non voglio trovare giustificazioni al mio operato, voglio essere orgogliosa delle mie scelte sbagliate. Vorrei poter dire che anche in passato inconsapevolmente potrei aver agito sulla base di quell’istinto di cui parlavo prima, quella felicità dei sensi maligni e felinamente veloci, conduttori della giornata. Vorrei poterlo dire, beninteso. Non lo sarà mai perché ho in realtà agito sulla base di complicatissimi ragionamenti, delicate prove, verifiche, folli esperimenti e assurdi e frustranti tentativi.
Come si può pretendere di ritenersi unici veri interpreti di qualcuno che non può comunicare? Veggenti impossibili.

***

Scommetto che camminare accanto a me quando cattiveggio per le strade è bellissimo per il mio accompagnatore. Lui, che sa, può vedermi pensare. Può esaminarmi mentre succhio il mondo. Può godermi mentre cerco il piacere dalla realtà altrui. Chiunque conosca i miei scopi li vedrà scolpiti nelle rughe del mio volto e nei movimenti del mio corpo. Mentre non sto facendo alcunché di notevole io faccio già tutto. E basta conoscere le mie intenzioni per vedermele addosso.
Cammino troppo lentamente per la mia età. Nei miei giri soliti, civili diciamo, sono velocissima, al limite dell’isteria. Scarto e sorpasso, volo su… ciurme di carrozzini, bambini frignanti, amiche in giro per spese e vecchie con l’ansia da scippo.
Ma quando rinuncio alla civiltà sono quasi ferma. Provo ad amalgamarmi a mondi che d’istinto eviterei in blocco, perché ho indirizzato l’istinto con la ragione, le mie contorsioni mentali hanno sfornato un criterio di interazione tra me e gli altri. E questa costruzione ragionatissima si serve paradossalmente proprio dell’istinto per orientarsi, con l’unica concessione di aver forzato me stessa, con la ragione, a entrare nel mondo; salto brutale perché c’è sempre una malcelata misantropia che minaccia di prendere il sopravvento.
Come provare a farsi piacere una canzonetta popolare ruffianamente orecchiabile. Il mio ragionevole rifiuto si trasforma in una stupida pollyannesca capacità di apprezzare qualsiasi cosa, anche quelle coscienziosamente e onestamente detestabili.
Le mie mosse sono anche imprevedibili.
Ho appena cambiato marciapiede, e questo non mi impedisce di cambiare di nuovo dopo pochi istanti solo per inseguire una preda. La vedo sostare ad una vetrina, colgo i suoi occhi voraci dei lampi lanciati dagli oggetti crudelmente esposti in un negozio probabilmente troppo lontano dalle sue possibilità. Quel movimento di occhi… non è curiosità, non è sciocco desiderio del giocattolo nuovo. È brillante. L’istante successivo non ho più dubbi, voglio quell’ardore per me. Con movimenti felini sono all’altra estremità della vetrina, e lancio un’occhiata ad un oggetto che si trova sotto i suoi occhi. Ovviamente colpita anch’io (ma tu guarda le coincidenze…) faccio per avvicinarmi a guardare meglio e devo naturalmente chiedere permesso alla mia vittima, ancora illuminata da quello sguardo. Non c’è il tempo di modificarlo, mentre gira gli occhi verso di me e mormora un “prego” tanto morbido e leggero quanto erano profondi i suoi occhi. Per fortuna tutto ciò si svolge nel giro di pochi istanti e, ripeto, la vittima non ha il tempo di distogliere i pensieri dalla piccola estasi che avevo notato.
Non ne ha proprio il tempo, e quello sguardo, prima di modificarsi, ora è mio per sempre. Occhi ciglia e cuore. Ho scattato la fotografia per i miei sensi affamati. Per oggi potrebbe anche bastare…

***

Un altro piccolo momento di felicità si è appena concluso. Non è pessimismo, sono solo tornata alla mia condizione abituale. Se è così che vivo non posso farci nulla. Cerco piccole gioie per dimenticare che sono infelice, delusa e insoddisfatta, che è il mio stato naturale. Faccio finta che una momentanea felicità sia sufficiente a riempirmi le giornate e a impedirmi di ritornare nello stesso dolore di prima. Mi prendo solo in giro, la mia vita è già segnata.
Un’altra piccola felicità si è chiusa. Posso tornare a scorticarmi, come al solito. Ho smesso di essere capace di piangere, e il dolore ormai è entrato a far parte di me, come una ferita chiusa male, ormai cicatrizzata, che lascia un brutto segno, al punto che si dovrebbe solo riaprire per farla chiudere bene, ma ormai è andata. L’angoscia mi si è cicatrizzata dentro, ora non ho più armi: sono definitivamente indifesa.
La mia esistenza è segnata dal dolore, soffro anche (soprattutto) quando sono felice, chi sa spiegarmi perché?
Perché non ho imparato anche a essere felice, come una cosa naturale e regalata dall’istinto dell’evoluzione, come succhiare il latte dal seno materno o andare in apnea in presenza dell’acqua?
Il mio alter ego non sa che farsene di queste lagne.
Lui va comunque per strada, sfrutta il dolore per trarne piacere. Io invece, in un momento, come questo, in cui sono sommersa dai miei vuoti, soffoco nell’incapacità di sollevarmi dalla mia condizione, e finisco per bruciare tutte le mie risorse.
Me ne infischio della strada. Stasera non saprei godere di niente, nessun sorriso, nessun amore estraneo, figuriamoci del mio. D’altronde non so più cosa voglia dire amare, il concetto mi sta diventando estraneo, ci sono entrata dentro in uno stato di ebbrezza e ora che sono lucida tutto sembra perdere significato. Ed io, principalmente, sopra ogni cosa.
Ora ti saluto. Come amica non voglio ammorbarti, e come amica non devi pretendere di sapermi risollevare. Mi hai ascoltato, di più probabilmente non è possibile. Buonanotte, ci sentiamo domani.

***

A cosa può servirmi questo residuo di energia? Mangiare è assolutamente impossibile, perché non posso nutrirmi per via endovenosa? E depennare la nutrizione dalla lista di attività che mi danno godimento, almeno momentaneamente. Eliminerei tanti problemi e mi priverei di un altro piacere, il cibo. Un altro dei tanti piaceri che servono solo come piccole distrazioni dalla mia occupazione di portatrice di dolore (portatrice come phero, non ho intenzione di dare io una sfumatura precisa alla parola).
Potrei ascoltare musica, ma non intendo cantare, intendo sfinirmi nell’ascolto. Potrei regalarmi un po’ di sano effimero piacere organizzato, ma mi sembrerebbe di aprire una scatoletta di carne e rovesciarmela nel piatto, pretendendo invano che poi mi ci appassioni. No, anche la sega è rimandata.
Le mie mani odorano di vino. Com’è possibile? Chissà quale combinazione di oggetti ho toccato, quale successione di posti ho visitato, cosa si è sommato nella mia pelle. Stento a credere che siano sempre le mie mani, è la prima volta che odorano di una fragranza così precisamente forte. No, forse ero confusa. Altri odori interpretati troppo frettolosamente. Un segno del tempo, che mi dà il suggerimento di ubriacarmi? Può essere, ma sono già troppo stanca. Crollerò di sonno anche senza. L’energia è servita solo a sgranare altri pensieri.


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“Ho smesso di essere capace di piangere, e il dolore ormai è entrato a far parte di me, come una ferita chiusa male, ormai cicatrizzata, che lascia un brutto segno, al punto che si dovrebbe solo riaprire per farla chiudere bene, ma ormai è andata. L’angoscia mi si è cicatrizzata dentro, ora non ho più armi: sono definitivamente indifesa.”

Bellissimo.

Commento di nessuno

Grazie :) ))

Commento di Giulia Ciappa




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