La luna di profilo


#4: Al lago
Lunedì, 14 Maggio 2007, 6:59 am
Archiviato in: Bassifondi

Stamattina sono cinicamente felice. Una specie di ondata di freschezza. Sarà che sopportare a lungo il dolore fisico rende più buoni. A me provoca un ripensamento, una specie di pentimento per il rifiuto del mondo che manifesto praticamente sempre. Ho anche avuto una bella piccola notizia che dovrebbe rallegrarmi. So che tutto questo è effimero, ma di questo me ne infischio e almeno per il momento qualcuno mi mesce nel bicchiere un piccolo goccio di serenità. Ieri dov’ero, con chi ero? Ieri forse amavo. Sempre nel patetico modo che mi è dato di amare. Voglio cercare qualcuno. Voglio andarmi a sedere vicino al lago a scrutare gli altri che si amano. Guardona di sentimenti.

Ho sempre amato questa panchina. È un po’ lontana dalle altre, posso vedere tanto con la scusa di un cappello o di occhiali scuri. Ho portato un libro che non finirò mai, ma che mi dà un’aria tremendamente intellettuale. A pensarci sono un mostro, guarda che calcoli, tutte mosse mirate. Sono un vecchio pervertito che studia il mondo dei giovani per avere più esche da usare con le sue vittime. Forse stavolta abbasso il tiro. La parte più bella del mondo in questo istante è una bambina di non più di sette anni con due enormi guance rosse e una serie di ciocche di capelli che qualcuno ingenuamente ha pensato di poter domare con un buon numero di fermagli. Il bello è che mi guarda. Lei guarda me. Sotto gli occhi vigili della madre, ovvio, ma poco in fondo, perché sembro una persona innocua. Non qualcuno da cui ci si debba difendere, casomai il contrario: una persona a cui chiedere di guardare “un attimo la bambina, vado a prendere una cosa in macchina, le dispiace?”. No, certo che no. Mi hai fatto un regalo, cara premurosa mammina. Ora potrò, anzi dovrò scrutare la tua figliolina, e lo farò per i miei scopi oltre che per i tuoi. Ma in effetti l’ingenua sono io…
È che non ho bisogno di cercare, ho già uno spettacolo davanti. Non avevo visto lo zainetto nascosto sotto la panchina, la piccola ne caccia fuori un quaderno e un astuccio, poi cerca la penna che preferisce in mezzo a tante, “ogni tanto mi devo esercitare, mamma dice che anche se non sono a scuola devo scrivere un po’”. “Giusto”. “Mi metto vicino a te a scrivere”. “Va bene, sai già cosa scrivere?”. “Quello che ho fatto oggi pomeriggio”. “Stavate da molto qua vicino al lago?”. “Eh, un pochino, dopo pranzo abbiamo aspettato papà ma poi non è venuto e allora siamo usciti”. “Allora faccio silenzio così puoi scrivere”.
Passano una decina di minuti. La madre è tornata, ma la piccola è rimasta sulla mia panchina. Dal silenzio naturale degli uccelli e degli insetti la vocina mi richiama dal lieve torpore in cui stavo cadendo. “Ma tu come ti chiami?”. Glielo dico. Faccio parte delle sue composizioni. “Allora ci vediamo tra un attimo”. Torna dalla madre, si fa correggere qualcosa poi strappa una pagina dal quaderno e me la consegna. “Questo è tuo, è la fine del pomeriggio. Noi ce ne andiamo, ciao!”. Alzo gli occhi a cercare la madre per scambiare un cenno di saluto, sono ancora intontita. Non dovevi farlo, ora non ho scampo. Non ho nemmeno il tempo di aprire il foglietto che già sono fuggiti. Poche parole su di me, sono stata una delle… “cose da notare” del pomeriggio passato al lago e quindi le righe che mi ha dedicato toccavano a me. Doveva sapere il mio nome, per completezza. No, ora sono decisamente frastornata. Improvvisamente mi sento troppo vecchia.


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