Archiviato in: Bassifondi
L’allegra bimba cattiveggia sempre meno.
L’allegra bimba gioca.
L’allegra bimba, ora, ha cambiato vita.
Ha concesso un po’ di amore finale a sé e al suo (non più) amato, alleggerendo due persone.
L’allegra bimba sta sedando la cattiveria, perché dopo tanto tempo ha voglia di avere a che fare col mondo. E gioca, e lancia sguardi, e tocca mani. E riceve emozioni. E riesce a parlare senza strapparsi i denti, e senza sanguinare dalle orecchie.
E comunica, diavolo se comunica. Ci riesce fin troppo, perché riceve qualcosa che aveva dimenticato si potesse anche prendere, oltre che dare: la carne.
Carni-foro, uno degli interlocutori privilegiati delle sue notti liquide e silenziose, le risponde con carne liquida e grave. Grave perché ha un centro gravitazionale potente, che vorrebbe assorbire la carne della bimba. E la bimba per un po’ è tentata, poi ritrae le sue otto (sei?) zampe sensuali, e prova a scrostare la carne dal desiderio. E l’interlocutore… tace.
Ma i sensi dell’allegra bimba sono risvegliati da questa carne, cercata e rifiutata, invisibile.
I sensi della bimba sono forti, e voraci, e prepotenti, e non tollerano più finti confessori, finte anime gemelle che scambiano sensi fintanto che non sono costrette a mettersi in gioco.
E allora, la bimba fa una cosa che non ha mai fatto: prende, egoisticamente prende e pretende.
Pretende che la carne altrui non sia solo uno spiraglio di luce in mezzo alla spazzatura che la circonda, e pretende per sé i frutti dell’unione virtuali con gli sconosciuti carni-fori: vuole l’affidamento in-con-di-zio-na-to dei figli dell’unione. E allora, prende ogni emozione scaturita dal contatto, e la riversa nel suo fiume, sotto gli occhi di tutti, le regala al mondo come gocce della propria carne.
La bimba ora scrive. Diluvia con le parole. Irretisce altri incauti lettori, con le sue angosce e i suoi piaceri.
Ma qualsiasi cosa faccia, sente finalmente di esistere. Di essere qualcosa. E le sue parole sono urlate, buone o cattive che siano.
E gli estratti della sua carne fanno rabbrividire.
Un giorno qualcuno riceverà il ringraziamento che gli è dovuto, per questo. E per quello che mi ha dato. Amore sepolto, grazie di avermi offerto la tua casa per pensare. Ti ringrazio per le tue braccia, quelle che non mi hanno respinto nemmeno ora.
Grazie per il tuo sole, quello che mi ha riscaldato di più perché mi colpiva in tua presenza.
Grazie per la mia cattiveria, a cui hai assistito con una neutra saggezza che ancora ammiro.
Questo è il mio diario di giorni di sole.
Oggi è il 23 agosto 2004. Sprazzi di solitudine, sprazzi di compagnia.
11:39
Il giorno mi s’aggrappa addosso.
La decisione c’è stata, la matassa parzialmente sbrogliata.
Rumore di qualcosa che gronda scivolando, cosa? Le mie orecchie.
Vulcano. Dio della lava. Che mi obbliga a muovermi. Per non scottarmi.
Vulcano che ora si sta raffreddando in assestamento. Questi giorni che ho passato a soffrire di me stessa mi si sono aggrappati addosso. Per questo andranno ringraziati. Ma ora non so come si fa.
Ora solo, bisogno, con tormento, di sesso appiccicoso. Che mi si appiccichi addosso, almeno lui. Che mi trascini fuori lontano dal mio silenzio.
Il silenzio è attesa. Io non posso più aspettare.
Cattiveggio ancora. Ma non me la prendo solo con me stessa. Gli altri hanno il diritto di essere lasciati in pace.
E allora. Sola dappertutto. Sola, ovunque. Ovunque sia, sola.
11:49
Potenza rinata dalle proprie ceneri. Quando rischia di sciogliersi, pregasi cortesemente di riattizzare il fuoco.
E riattizzare me.
11:50
Parlo per ricostruire i bassifondi. Appenderli nel mio armadio per riutilizzarli, no. Non è più possibile. Niente spazi. Niente fughe. Niente aria. Avvertitemi quando comincerà a vedersi la testa.
11:51
Pensieri di un minuto. Follie di un giorno. Trappole di una notte. Sodomie dell’anima. Acchiappare la mia voce prima che sfiori qualcuno generando scosse elettrostatiche, impossibile. Colpa vostra, se non vi premunite.
11:52
Diavolo d’un sole! Troppo caldo, devo chinare la testa e raffreddarmi, pentita. Non c’è spazio per me, al suo cospetto.
11:53
Salto. Temporale. Di minuti fragili.
Di macchie incartapecorite del mio intelletto.
Di tessuti spinosi… e inavvicinabili.
E perché poi, sempre a me?
Il mio dolore mi ha già strappato la pelle, come un gatto a nove code che è terrore per i miei occhi. Già tutto il sopportabile è entrato nelle mie vene.
La morte. La mia. La peggiore. Quella che ho desiderato, violenta, e ritenuto giusta e dovuta per me stessa.
Per fortuna la mia pelle mi ha contenuta a dovere, per carità, per pietà, come un sacchetto di plastica, come un preservativo riempito di acqua, lei si è comportata a perfezione. Non è scoppiata. E io ho tenuto duro.
E solo il cuore mi ha dato disposizioni per muovermi.
Un appello: alla carne che invece sta per scoppiare.
Non è così: scomparirà, senza farmi del male.
Sostituita da nuove cellule, fresche giovani, profumate speziate. Da attivare chiunque. E stavolta anche me.
12:00
Suono orribile. Rintocchi di vecchiaia.
Obbligata a sentire, bestemmio anche più forte, se possibile. Ché mi sentano.
Mi hanno sentito. Deve essere successo qualcosa. Per la prima volta nella storia, le campane della chiesa tanto odiate, si sono zittite prima della fine. Che sarà successo?
12:13
Devo abituarmi ad accomodare i miei pensieri piano piano. Non c’è fretta. Sono sempre lì. Sbattono, cullandosi da un lato all’altro del cranio. E magari si gonfiano un tantino. Così almeno quando sono un po’ più grandi, gonfiati dalle botte e dai tamponamenti reciproci, sono anche più visibili e certi. E io li posso prendere e aprire sul tavolo. E utilizzarli fino in fondo.
12:15
Smetterò di scrivere poesie. Troppo stupido. Di aiuto per nessuno. Non è vero, non lo penso. Ma devo cercare nuovi sentimenti, nuove melodie. E parlare senza fermarmi, mettendo un punto. I punti non servono.
15:35
Le mie paranoie ricadono sdrucciole vittime della propria eco, dopo aver urlato a lungo. Un… attacco… di… cattiveria. Non voglio distruggere ancora chi rimane vittima delle mie feroci (insulse) accuse. Voglio salvare gli altri da me, e se rimane un po’ di spazio, riservarmelo.
Accosto suoni. Invento melodie che non si possono ascoltare, perché il rumore scaturisce dalle mie ossa sgranocchiate dal mio cervello. No… non sono l’unica a poterlo ascoltare. Ma ci vuole allenamento. O lampo di genio con-senziente.
15:39
Ho scritto una storia.
Una storia surreale, senza finale. Senza conclusione perché è una storia che non vuole diventare normale. Dunque, come me, non vuole crescere. Una storia che comincia in un mondo surreale.
Io, novella Garp, dalle mille dita, tutte furiose di movimenti negati dal tempo che non basta.
Ho inventato un mostro.
Un mostro anche molto divertente, ma sostanzialmente superfluo nel corso degli eventi.
Un mostro piccolo: divertente eppure antipatico.
Vitale eppure immobile. Un mostro che risiede nella mia ragione. E che ho relegato da qualche parte perché voglio esistere come essere amante e sensi-fico. Sensi-geno. Sensi-voro.
15:45
Perché attraverso il surreale si comprenda meglio quel che è cruda realtà nei miei occhi, benché non nelle mie azioni, nelle mie mani. Avere, offerto e benservito, il conto finale.
Il mio mostro surreale. Un giorno lo racconterò anche qui.
16:00
Notte. Come ieri notte. Mi sveglio ad un orario non troppo tardo (ma, sì… “tardo”) dopo una caduta in catalessi davvero troppo veloce (troppo presto). Mi sveglio, in mezzo ad urla.
La solita manciata di litigi insignificanti.
Di fronte, dalla mia finestra, le luci che mi raggiungono insieme alle grida.
C’è un muro grigio fumo, grigio di fumo, e di stanchezza. L’intonaco chiede pietà. Anche quelle pareti non hanno più la pazienza di stare a sentire quelle urla. Che c’entra con me? Nulla. A parte lo squallore che in me è presente, e ben mascherato, e in loro è tutto ben visibile, in questa carcassa esteriore che è il loro corpo, il loro aspetto, tutta la loro vita. Ché, interiore, non hanno che uno zero.
Quest’ora, che ora non so, è solcata da piatti tagliati da urla lanciate per aria. Con contorno di cani ululanti alla luna (il loro cane) e, per dessert, con bambini che schizzano fuori in isteria fumosa non domata. Meglio sarebbe domare i genitori. Mi sembra di abitare in un vascio dei Quartieri Spagnoli. Questi sono duri e freddi, almeno là si accoltellano con il cuore. I piatti volano con sentimento.
Non è l’essere svegliata, che mi infastidisce. È l’eco che arriva sulle pareti della mia stanza, l’effetto stereo che pare catapultarmi al centro della scena, complice la semi-incoscienza del mio stato di sveglia.
Posso recitare una filastrocca per quei bambini che non hanno il diritto di sognare?
Vorrei avere il compito di raccontargli una fiaba di orchi e streghe, per relegare i cattivi al mondo della fantasia. E risparmiargli il tempo, ora, per quando gli sarà destinato di avere a che fare con cattivi estranei. Ma naturalmente deve servire a qualcosa anche la loro vita. E sicuramente la mia follia solida non è da meno delle mazzate di papà e mammà, per loro. Meglio infilare la follia sotto il guanciale, per ora.
Ancora nessun commento. finora
Lascia un commento
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <pre> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>






