Archiviato in: Mis-Talking
Nel punto dove il fiume, piccolo minimo corso d’acqua, fa una curva per buttarsi sotto quel ponte di mattoni dove tanto spesso lasciavamo le bici, alla base c’era, c’è ancora, un piccolo slargo, dove riposavamo sempre, e anche se è di troppi anni fa l’ultimo pomeriggio che ci abbiamo trascorso insieme, tanti devono averci imitato, perché l’erba non è più ricresciuta.
Nascosti al sole troppo forte dal parapetto del ponte, un pomeriggio mi chiedesti se riuscivo a immaginare la voglia che avevi di baciarmi.
Io non avevo mai sospettato nulla.
Al ritorno, quella volta, avevamo una sola bici, la mia ci era sembrata superflua, dovendo scendere al fiume solo con i costumi addosso.
La bici era una, e i respiri due: incerto e risparmiato il mio, per non toccarti troppo, per non sentire se stavo scatenando nuove voglie; incerto e risparmiato il tuo pure, per studiare il mio corpo che non vedevi, e di cui speravi di sentire gli spostamenti prima che avvenisse il contatto.
Non toccammo più l’argomento per molti anni.
Quella sera, sui letti a castello della mia casa in campagna, dove di solito dormivano i gemelli, che ora erano con la madre sull’altra costa d’Italia, quella sera nessuno di noi due dormì.
Mio padre, sì, s’accorse di come quella notte era passata in silenzio, di come ogni gioco ogni racconto ogni scherzo infantile, quella notte tutti i rumori erano stati sospesi. Ma la mattina, probabilmente non ci badò; vide il mio livido sul ginocchio e magari si convinse che avevamo litigato dopo esserci picchiati.
Certo, se avessimo litigato sarebbe stato meglio, so che lo pensi anche tu qualche volta.
E’ che eravamo ancora simili: mi sentivo ancora maschio quanto te, forte quanto te, irascibile quanto te. Quando ci rincorrevamo, ci picchiavamo, giocavamo senza giocare del tutto, il fatto che mi stessi lentamente trasformando in un’adulta era per me un evento accessorio. Vedevo che stava cambiando me e scongiuravo che non cambiasse anche te e me.
Pensavo che esprimersi fosse semplice, e nascondersi troppo stupido. Due anni dopo il tuo divorzio e cinque dopo il mio matrimonio, sembravi finalmente più sereno. Avevi un bambino di quattro anni in affido congiunto, non avevi più rancori accesi nei confronti di tua moglie, ti guardavo e sembravi calmo e rilassato. Avevi una vita poco originale ma l’avevi scelta, il che rende molto difficile per me parlarne in maniera originale; ma non è il mio scopo. Non decisi nulla in anticipo, accadde in pochi istanti.
Mi ritenni abbastanza al sicuro da chiederti chiarimenti. Ti ritenni abbastanza cresciuto da darmeli senza ulteriori bruciori. Avevo ancora in mente un mondo in cui guardarsi fosse già volersi metà bene, e capirsi fosse semplice come nelle favole.
Avevamo lasciato passare degli anni senza farci abbattere dalle difficoltà e dalle distanze, e ci eravamo raccontati storie per far finta di essere vissuti insieme. Per far finta di essere rimasti nello stesso posto ti eri perfino comprato casa a pochi chilometri da quella di mio padre, dove avevamo avuto quell’unica adolescenza condivisa e allargata.
Fu di ritorno da una breve settimana di riposo che mi venisti a cercare in ufficio, strappandomi una pausa che avrei dovuto sfruttare per un milione di cose inutili.
Nella trattoria, di fretta, nel momento più sbagliato possibile, ti chiesi qualcosa. Non ricordo cosa. Ormai non lo ricorderò più.
Ricordo che rispondesti: “Sono stato innamorato di te due giorni. Poi mi è passata.”
Non ci ho mai creduto.
Quella sera, di ritorno a casa dal lavoro, presi alla sprovvista mio marito, stanco quanto me, e nel buttarlo sul divano, nello spogliarlo e non aspettare nemmeno un minuto, nel pretendere piacere forte il più velocemente possibile, nel sentirmelo venire dentro, pregai nella mia stupida dissacrante maniera di rimanere incinta.
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…un post ispirato da un livido sul ginocchio…?
Commento di miic Lunedì, 9 Luglio 2007 @ 10:09 amLivido? Quale livido? No, quella era la mappa delle Antille.
Commento di Giulia Ciappa Lunedì, 9 Luglio 2007 @ 10:25 am