La luna di profilo


#8: Silencio
Giovedì, 27 Settembre 2007, 11:55 am
Archiviato in: Bassifondi

Maude: What kind of flower would you like to be?
Harold: I don’t know. One of these, maybe. [a daisy]
Maude: Why do you say that?
Harold: Because they’re all alike.
Maude: Oh, but they’re NOT! Look. See, some are smaller; some are fatter; some grow to the left, some to the right; some even have lost some petals. All kinds of observable differences! You see, Harold, I feel that much of the world’s sorrow comes from people who are *this* [the daisy], yet allow themselves to be treated as *that*. [the whole field of daisies]

Nella mia testa, figuravi a tutto tondo.
Non riuscivo a percepirti inerte (che mi avrebbe annoiato), o piatto (che mi avrebbe rattristato), o privo di emozioni (che mi avrebbe giustificato). Mi recavo più volte alla finestra, compulsivamente, a inventarmi grida di bambini svogliati richiamati all’ordine più volte. E per qualche istante riuscivo a farti scomparire dalla mia testa. Urtavo il vetro lasciando una scia di unto con la fronte, e ci passavo la manica del pigiama sporcando ancora di più, innervosendomi perché sapevo che non avrei mai avuto la voglia di pulire.
Allora nella rabbia provavo a inacidirmi e tentavo di non pensare al fatto che tu non stessi badando solo a me. Dovevo svegliarmi, tornar cattiva. Dovevo salvare me perché nessuno l’avrebbe fatto al posto mio. Guardare la gente senza salutarla, mostrare il peggio per rilassarmi.
Avevo bisogno di tornare a non essere buona. Liberarmi di te, maledetto, di lei, maledetta, di chiunque provasse a scalfire il mio muro di ghiaccio.

Presi la penna e provai a scaricare sulla carta questa strana sensazione di serenità, questa sensazione troppo vicina ad una romantica idea di ‘bontà’. Provai a limitare i buoni sentimenti chiudendoli in un pezzo di carta.

Cosa sono. Chi voglio essere ora e negli anni che verranno.
Cosa scelgo quando vago per strada. Chi ho bisogno di guardare.
Salgo fino in cima, su nella piazza. C’è un vento non fortissimo, ma so già che stasera mi bruceranno le labbra e passerò la notte a bagnarmele e morsicarmele perché ho dimenticato di curarle.
Salgo lenta, ma col passo duro e le gambe tese di chi pur non avendo fretta non vuole correre il rischio di vedere gli occhi delle persone. Da una traversa spunta un coro di adolescenti vocianti, c’è qualcosa nella loro irruenza che mi spaventa, non devo farglielo vedere, non devo farglielo capire. Mi hanno turbato per un istante. Pochi secondi dopo, continuando ad ascoltare le loro parole di passeggio, quella sensazione è svanita, quel turbamento è caduto e disciolto tra i passi. Frantumato come acqua che si frantuma in gocce che si frantumano in gocce che si disperdono in frattali.
Questo è quello che banalmente potrebbe considerarsi ’star bene’.
Continuo a salire verso la piazza, vado dove devo andare, parlo con le persone con cui devo parlare, sorrido ascolto chiacchiero.
E mentre ridiscendo verso casa, qualcuno mi nota senza motivo, qualcuno mi sfugge nella sua cordialità, e mi regala un sorriso gratis di Paolesca memoria a cui non posso non cedere, mi regala una contentezza potente a cui devo per forza arrendermi.
E allora misuro le ultime decine di metri che mi separano da casa con una falcata più lunga, ma con le ginocchia più morbide e le spalle un po’ più larghe, sfiorando la strada per non far sentire il rumore dei miei passi, a precedermi, con gli occhi bassi ma un sorriso appena pronunciato ben visibile a chi vorrà accorgersene.
E questa sono io.

Non funziona. Dio stramaledetto, non funziona.
In questa sorta di schizofrenia cresciuta, non posso sempre essere quella che vorrei. Cioè me e non l’altra. Parte della serenità è stata abbandonata sulla carta, intrappolata come un mago sotto incantesimo in una bottiglia. Ma, passata questa euforia della bontà in cachet chiusa nel cassetto, ho bisogno di qualcosa di secco, forte e muto che stabilisca uno stato definitivo.
Devo tornare in strada, in altre strade, non le strade belle ma quelle inospitali, per recuperare un distacco che mi renderà più forte, che mi ammazzerà gentilmente ma non farà del male, o non farà altro male.
Devo necessariamente camminare di nuovo. Camminare tra le rocce perché le persone sono rocce, rocce con cui non ho speranza, e allora le frantumerò oppure dovrò scalarle aggirarle scavalcarle senza entrarci.
Più che altro ci sono sempre queste camminate, sempre dovranno esserci, praticamente catartiche, formalmente almeno, se è vero che nella mia testa c’è anche nemesi e non solo catarsi, ma comunque camminate, camminate veloci sempre più uguali; muri pisciati che al primo raggio di sole si allargano a dismisura, mura pisciate che inseguono me e i disattenti viandanti e mentre ci inseguono rimangono là per sicurezza, per essere pisciati di nuovo, stasera, domani, quando sarà? Non lo so, lo sanno solo loro, lo sanno meglio loro.
Alla fine quando mi siedo è solo per compiere gesti inutili, gesti finti, gesti drammatici, movimenti teatrali, inscenando storie che hanno senso solo se qualche casuale osservatore crede che siano vere; come stamattina, quando ho camminato per un intero viale zoppicando e con una mano che stringeva forte la coscia solo per sperimentare solo per capire se attiravo l’attenzione di qualcuno per la strada o magari qualche commessa in pausa sulla soglia del negozio a fumarsi una sigaretta una stupida sigaretta invee di guardare me. Dopo tutto questo mi siedo, prendo posizione in uno spazietto rigorosamente al sole, mi rilasso e comincio a ruotare la testa da una parte e faccio finta di guardare le persone mentre in realtà penso solo ai cazzi miei o viceversa faccio per evitare sguardi e ignorare i vicini e intanto scruto e succhio e invento storie per renderli più interessanti, solo per far passare il tempo, solo per vedermi passare il tempo.
E’ quando finalmente mi accorgo che in questo, per la prima volta in vita mia, non c’è traccia di malinconia né di malumore, è allora che mi viene voglia di parlarne, di parlare a me stessa di cosa sono o sono diventata, oppure ero e non volevo più essere perché avevo gettato la spugna.
Non c’è pace e non c’è guerra, soltanto forse sentimenti. Una parete urla a gran voce, a grandi linee di pennarello, prima che qualcuno lo cancelli, un “Eri qui ma rimarrai ovunque” che poco alla volta scompare finché non mi rendo conto di averlo inventato, di averlo voluto creare per testare cosa vorrei che mi stupisse.
Vorrei che qualcosa ancora mi stupisse, e niente è in grado. Ripiego diventando io l’autrice, io la creatrice, io la meretrice.

Guardo le femmine in maniera più ossessiva del solito, cerco appagamento, quello che gli uomini hanno già saputo darmi.
Sei ragazze spagnole parlano sorridendo in un angolo, molto più piacevoli, molto più amabili, così, per principio, perché voglio fare questo capriccio ora, molto più belle delle due ragazze che rallentavano il mio rabbioso passo pochi minuti fa parlando di capelli perché è un rosso non rossissimo e rende bene ti assicuro che non si notava la ricrescita e se avessi saputo che veniva così bene dio bono, mentre le spagnole, dio bono lo dico io: meglio loro, certamente, e meglio certamente anche quella coppia obesa che si baciava con travolgente passione appoggiata ad una colonna lungo l’ultimo binario della stazione sperando che qualcuno si accorgesse di loro e poi se ne dimenticasse subito dopo come qualunque altra coppia vuole sempre. E le spagnole, le spagnole mi piacciono perché se ne fottono e comunque continuo a preferire loro anche se sospetto che in fondo parlino della stessa tintura rossa per capelli, sono belle perché ridono, sono belle perché non dubitano, sono belle perché non mi inquietano con i loro musi lunghi come stessero parlando di olocausto e non di tinture da donna.
Poi recupero una scena dalla memoria, una scena che ora capisco avere un senso, anche perché mentre guardavo di sfuggita avevo ancora in testa il rosso delle due musone dal passo moscio: e il rosso era il trait-d’union, era la frequenza musicale che non muore mai e si muta attimo dopo attimo creando continuità. E questa rossa, allo stesso binario dei due ciccioni, mi passa davanti, è una rossa con gli occhi di cristallo azzurro, ma sono occhi rossi, ancora rossi, rossi di pianto, ed era con qualcuno, sì, era parte di una coppia, e mentre mi passa davanti incrocia una capotreno bionda e dolce, che le mette una mano sulla spalla per consolarla, o forse avevano già parlato, o forse si conoscevano, e per non cascarci, per non farmi irretire da questa bontà rara e così semplice la mia mente torna ai muri pisciati e alle coppie che si incastrano sull’erba e penso a cosa ho fatto io e vorrei fare per essere peggiore, perché a chiedermi cosa fare per essere migliore avrei una risposta veloce e banale che non desidero.
Camminare per strada con aria di sfida è un buon punto di partenza, e poi questo, quello che faccio sempre, quello che non dovrei ammettere con nessuno.
Quel tornare a testa bassa contando sull’istinto altrui di schivarmi.
Quel delegare a te o all’altra tutte le cose che andrebbero fatte per una quotidianità serena.
Quel dimenticarsi del corpo e fingere di non averne bisogno, mentre in realtà, dentro o fuori, fisico o testa, il bisogno esiste. So già che finisce tutto così: quando al collo alle ghiandole ai capillari e alle papille non rimane molta scelta. Se nel momento in cui sei seduto al cesso, e realizzi che, sì, avrai anche tante cose da dire, ma hai dimenticato tutti i cognomi di persone che riempivano il tuo mondo in una determinata fascia di anni, in quel momento percepisci con quale dolore il tuo cervello ha fatto davvero una scelta. Ma è solo il tuo cervello, un organo come tanti, un funzionamento impreciso e indefinibile, che non può essere zero o uno.
E anche questa, sarebbe una cosa da non ammettere con nessuno.

Quel nessuno invece mi rincorre, mi marca stretto, mi desidera per umiliarmi. L’altra, che incontro rientrando in casa, perché disgraziatamente mi dimentico di evitare lo specchio. L’altra che vorrebbe essere buona e non fa altro che rendersi ridicola. La guardo nel vetro e mi sussurra a bocca chiusa un “Ti prego…!” che sento solo io. Pregare? No, io comunico, come diceva Maude. In più, considerato che con me non c’è partita, ti obbligo a sentire questa: siamo in due e te lo concedo. Però ho vinto io. Tu con me non ci vuoi comunicare. Quindi pregherò per te. Ma non azzardarti a pregarmi. Hell is around the corner.


1 Commento finora
Lascia un commento

sana introspezione raccontata in modo egregio e piacevolissimo… si respira la rabbia! Ma anche il desiderio di scalfirsi!

Comment di joolhan




Lascia un commento
Interruzioni di linea e paragrafo automatici, indirizzo e-mail mai mostrato, HTML permesso: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <pre> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>