Archiviato in: Mis-Talking
Io, io sono ancora sempre quella che saltella invece di camminare, come Maude nel suo impermeabile giallo. Quella che non è in grado di assumere una posizione corretta su una sedia e ha bisogno di infilare almeno una delle due gambe sotto al culo.
Penso che di me siano cambiate cose superficiali, forti, evidenti, così, soltanto per dare un po’ nell’occhio e nascondere che in realtà la sostanza non ha avuto il coraggio di lasciarsi modificare.
Odio ancora chiunque dia per scontato le mie reazioni e osi anticipare i miei pensieri. Chiunque pensi sia facile cogliermi in fallo, perché non sa che noto sempre per prima i miei errori. Al di là della facile ammissione di colpevolezza.
Io odio ancora il meglio dei maschi e il peggio delle femmine, perché sono ancora naturalmente intollerante.
Io ho imparato mio malgrado a dire buongiorno e quasi forse a sentirne una specie di piacere nella gola, al passaggio, ma ho difficoltà nel simulare piacere che non provo.
Piacere se ne prova poco, e a volte è tanto ma soffocato.
Ti chiederei perché, se potessi, oppure quando, se ce la facessi. Invece ti chiedo cosa vuoi.
Che vuoi. Cosa cazzo vuoi da me. Cosa vuoi da una storia che non esiste e che non è mai esistita.
Perché questa storia non esiste e lo sai. E potrei parlare in terza persona per far finta che non sia una storia mia, ma ormai me ne frego, e la faccio diventare una storia scritta in prima persona, per dispetto, per bugia, per soddisfazione.
Se non sono niente in fondo di che ti lamenti, se non ti è rimasto niente perché niente altro hai voluto, se hai voluto fissare quasi per iscritto cosa eravamo e soprattutto cosa non eravamo?
Non siamo stati niente perché nel momento in cui eravamo praticamente tutto hai girato le spalle, disperdendo le tracce.
Hai voluto, avresti voluto qualcosa da conservare nel cassetto, mentre avevi già tutto, avevi già me.
Siamo stati amanti senza mai avere coraggio di toccarci, siamo stati una mente sola che non riusciva a tornare due, non ne aveva la forza. Abbiamo barato, abbiamo finto, abbiamo disperatamente recitato di non essere nulla, mentre ci vestivamo di due parti che non potevano correre separatamente; e se io alzavo il mento, appoggiata sulla parete della mia camera, tu dalla tua parete della tua ti giravi e mi baciavi il collo, ed eravamo sicuri, perché non eravamo mai insieme, perché non c’era la realtà del contatto, eccetto che nella nostra. Eravamo sempre nello stesso posto, pur facendo le nostre vite, nessuna romanticheria, nessun sogno privo di lucidità, nessuna immagine da un film scaduto, nessuna proiezione o facile ingenuo miraggio.
C’è un motivo banale per cui non hai più nulla di me: rifiuti di considerare quel che ti è rimasto dentro, conficcato nelle ossa. E se togli quell’unico, quel blocco, quel mare a trecentosessanta gradi, è così, io non sono davvero niente per te. Hai ragione.
Che cazzo vuoi da me allora. Cosa cazzo vuoi che sia per te.Io c’ero e avrei potuto esserci, e tu hai fatto una scelta, che contemplava delle mezze misure irrealizzabili.
La prima reazione, leggendo che non ti è rimasto niente di me, è una rabbia piena di lacrime, eppure hai ragione. Non penso che la mia sia pura illusione, penso solo di aver rotto il patto, quel patto, quel fatidico patto. Penso non fosse possibile legarsi come abbiamo fatto, senza fondersi definitivamente.
Per cui, se cerchi dentro e non trovi nulla, non puoi sbagliare: è che non sono più là a riempire il tuo mezzo vuoto, gemello di quello che riempivi in me.
Non ci sono più; per fortuna non sono sostituibile da ricordi, per mia e tua fortuna non sono imprigionabile in una lampada, pronta a spuntare fuori quando un vuoto più pesante del solito preme sulla coscienza.
Per una disgrazata casualità hai ancora bisogno di tutta me stessa, di tutto quel che sono, per essere appagato da ciò che forse ormai non rappresento più per te ma che un tempo ero in maniera violenta.
Non sono sostituibile, non sono ammortizzabile, non sono programmabile, non sono, ora più che mai, di facile gestione.
Non sono neanche il padreterno, ovviamente, e non sono stata giusta. Ma in questo caso sono convinta di essere stata onesta a rinunciare, e coraggiosa a scappare, anche se sembra una contraddizione.
Ho avuto il coraggio di privarmi di te, quello che tu non hai avuto.
C’è un vuoto immenso nella mia vita, ma non sarebbe stato giusto riempirlo con te.
D’altra parte questa storia non esiste, senza dubbio per te non ha mai avuto luogo, a quanto sostieni.
E allora, questa storia non esiste perché non è mai partita, e però per questo non potrà mai finire.
Siamo stati due che si amavano, ma non è bastato.
Ed è per questo che alla fine ho scelto di non raccontarla.
[10/02/2008, ore 22:52]
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Te l’ho già detto:non mi piacciono i codardi,quelli che approfittano di un momento tranquillo per far del male,per incolpare,per sporcare i ricordi.
Commento di E. 02 Febbraio 2008 @ 6:29 pmNon mi piacciono soprattutto se feriscono un equilibrio precario.
Certo che se il risultato è scrivere così c’è un premio comunque,ma il prezzo?
E.
Tornai (almeno credo).
Commento di Sim 03 Marzo 2008 @ 5:22 pmE stupefacente cme si possa raccontare ciò che non esiste… sono le emozioni e le sensazioni che creano un’impalcatura impalpabile di perfetto equilibrismo letterale che ci fa leggere in modo immaginifico ciò che realmente non esiste, non è scritto ma in qualche modo scolpito indelebilmente dentro noi!
Commento di joolhan 05 Maggio 2008 @ 12:02 pm