Archiviato in: Mis-Talking
Dall’interno della cabina telefonica cercai di rimanere in silenzio mentre vedevo Guido entrare nel bar da cui sapeva che ero appena uscita. Il nostro gioco cominciava a farsi triste, mi sembrava un voler essere ventenni, in un certo qual modo, ma in verità questo stuzzicarsi finiva con l’essere più una stanca mossa da quarantenni.
Conoscevo le sue mosse e le sue battute. Intendo, quelle che avrebbe detto appena varcata la soglia del locale.
Lo vidi muoversi distratto, capitare come per caso a quello che era stato il mio tavolo, dire due parole alla barista, raccogliere il mio biglietto e tornare su suoi passi senza assecondare quella sua amabile ossessione per i visi. Non era una recita, in quel momento era davvero preso da me ed ogni mio sostituto; non riusciva davvero a guidare il suo sguardo su altre destinazioni.
Lo vidi sorridere e mi sentii mentre non lo imitavo, cosa che mi viene naturale con gli estranei. Guido non era né un estraneo né una persona conosciuta, e le mie reazioni non erano più le mie, naturali. Immaginandomi nella sua testa, con i *nostri* pensieri e le *nostre* parole, mi diressi in automatico a casa.
Guido era bello come un padre da giovane, come ingenuamente fantasticavo essere stato il mio, mai conosciuto, mai amato, mai raccontato. Quando lo vedevo, aveva sempre un aspetto sottilmente stanco, come di chi ha fatto tardi ma non teme quattro ore di sonno; come un gatto che poi recupera a piccole mezzore durante il giorno.
Credo che a nostro modo ci siamo amati, come può essere amore qualcosa che ti violenta e ti costringe a verificare se ami te stesso, come può essere amore sperare di essere giudicato senza temerne le conseguenze.
Guido aveva cominciato con me questo gioco credo per sentirsi libero, senza arrivare però mai ad esserlo davvero, senza avere la totalità del coraggio fra le mani. Per me era finito prima, ma solo perché i miei giochi diventano precipitosamente crudeli realtà.
Mentre rientravo nel mio appartamento mi scoprii a guardare le mie mani e i polsi, quei polsi che lui tanto adorava, e a carezzare le vene e i tendini che non aveva mai voluto baciare, nonostante le promesse.
Non ci eravamo mai incontrati.
Per fuggire alla banalità delle conversazioni virtuali ingabbiate in un computer, avevamo deciso di mescolare gli strumenti. Decidere ogni incontro telefonicamente, senza mai sovrapporci ma solo per passarci cose di noi, parole, foto, oggetti. Non si era parlato di cominciare a conoscersi così per poi passare ad un contatto reale, in questo nessuno dei due fu disonesto. So solo che nel punto in cui ero, il bisogno era ormai insopportabile, ma sembrava unilaterale, e per questo resistevo, senza infrangere le regole del gioco.
Chiusa la porta di casa alle mie spalle, rimasi qualche istante ad osservare gli spazi del mio appartamento, che mi piaceva immaginare come territorio esteso del gioco, sebbene non fosse un’ipotesi contemplata.
Il mio letto era senza lenzuola, solo materasso e cuscini; erano vari giorni che ci dormivo sopra così com’era, senza coperte, per sentirmi meno sola, come se da un minuto all’altro dovesse rientrare qualcuno pronto a darmi una mano a rifarlo. Stavo scegliendo di *non*. Sempre più spesso. Con l’alibi del diritto alla scelta, stavo allungando l’elenco delle scelte rimandate. Non era triste, solo molto noioso.
Mentre slacciavo le scarpe da ginnastica mi raggiunse il messaggio di Guido. “Ti leggo, ti bevo, ti vedo. Sono qui. Eppure. Questo, non per me ma per te. G.” Anche io sono G e firmo G, ricostruire i nostri messaggi e le lettere sarebbe macchinoso per gli altri, lo è intenzionalmente. Ma gli altri chi. Lui aveva lei, io avevo avuto lui. Poi, dopo un po’, io avevo lasciato lui e lui ventilava l’ipotesi di lasciare lei. Io non gli avevo chiesto niente. Però ormai era un gioco stantio, noioso, ripetitivo. Guido lo sapeva ma mi reclamava ugualmente.
Stesa seminuda su un letto senza nome, cercavo di ricordare cosa gli avevo scritto nelle pagine ‘dimenticate’ al bar. Non mi veniva in mente niente. Abbandonata sulla pancia, con le braccia quasi sul pavimento raccolsi le fotografie che avevo buttato per aria prima di uscire, alla ricerca di quella che meglio esprimesse il mio modo di provare un sentimento per lui. L’avrei poi lasciata insieme alle pagine, al bar.
La tentazione, poco prima, per strada, era stata forte, era sempre più forte ogni volta. Rimanere al tavolino oltre l’orario stabilito, prenderlo per un polso, costringerlo a guardarmi, verificare con i miei occhi nei suoi occhi quanto realmente violenta fosse l’attrazione che provava per me o quel che di me sapeva e aveva.
La tentazione era sempre forte. Quando non si faceva sentire per cinque giorni e quando mi svegliava con un messaggio nel cuore della notte, perché erano le mie parole a sedimentare nel suo petto e tra i suoi pensieri, e non il sesso dell’altra, di quell’altra a me sconosciuta e mai odiata, tutt’altro, invidiata. Non era la mia rivale, e io non ne ero l’amante, non ero l’amante di Guido. Non ero ancora nemmeno l’altra. Ero un’idea: un’emozione che prende forma e viene nutrita di elementi di due teste e due cuori, senza rispetto, senza pretese, senza sorprese. Era già tutto scritto nei patti.
Lo avevo sentito dall’inizio che era una storia sbagliata. Una storia. Una questione. Un evento. Non so cosa, ma non era mai stata nemmeno una storia, quindi era sbagliata.
Pigra, tremendamente pigra, mi tirai su appoggiandomi sui gomiti, come il gioco che si fa da bambini fingendo di non poter usare le gambe per trascinarsi come una foca sul pavimento. Cercai in mezzo alle foto e trovai altri ritagli di carta, quei pezzetti strappati dai quaderni, su cui appuntavo cose che mi venivano in mente durante la giornata, che avrei voluto dire a lui, ma il mio Lui non esisteva e allora, potevo solo rimandare la condivisione di affetto.
Cercai in mezzo a questi foglietti sperando di trovare qualcosa che parlasse di me, a me. Che parlassero di me a lui, era evidente: lui non mi conosceva e aveva tutto il diritto di inventarsi la mia testa. Io invece sapevo che reprimevo a stento il bisogno violento di distruggere tutto, quasi tutto, perché non mi leggevo più in quelle parole in quei fogli in quegli istanti imprigionati in un solo istante.
“Ci sono cose che potrebbero accadere e non accadranno mai, ma lo sono nella mia mente che le ha create, e da quel momento in poi la mia vita cambia come se le avessi vissute, solo per il fatto di averle pensate; anche la mia considerazione di una persona, che io giudico sulla base di qualcosa di lei che è solo mio.” Questo si poteva salvare, questa era una cosa che non rinnego nemmeno oggi, solo che sarebbe dovuta essere un addio e non un approccio come invece fu. Questo fu il primo biglietto che lasciai nel primo bar, che, per coincidenza, era quello in cui ero stata oggi. Forse l’ultimo bar? Avevo ancora tempo per decidere.
Raccolsi una manciata di altri fogli scartandoli tutti; c’erano troppe emozioni, che mi appartenevano, ma che non erano più ‘me’; chissà che stava facendo Guido in questo momento, se era solo. Aveva ripreso a sfogliare le mie foto, quelle di carta, raccolte in tutti i nostri mancati incontri? Oppure era andato a cercare le altre, quelle scambiate elettronicamente, quelle senza brivido, solo corrente? Io non avevo più bisogno del masochismo ricorsivo e ritorsivo delle immagini. Avevo bisogno di parole, semmai, quelle che mi permettevano di fare ipotesi su quel che non vedevo. Mi alzai di scatto dal letto con uno di quei balzi bruschi che mi fa girare la testa per la pressione bassa: nel portafoglio, ancora qualche frase di Guido, che avrei presto tolto. Chi poteva sapere che quei foglietti erano lì? Guido no di certo, e per me non era più necessario.
“Forse lo scopo del quotidiano: imparare a richiamare a sé pensieri che generano sensazioni fisiche violente, non come emozione o ricordo ma come reale sensazione di piacere carnale”. Questo era stato uno dei suoi primi messaggi. Vicino a questo piccolo pezzo di carta, Guido aveva spillato un altro pezzo ancora più piccolo, accartocciato come solo si accartocciano i pezzi di carta su cui cade una goccia di acqua che poi asciugandosi deforma tutto. La sera prima di quel non-incontro Guido mi aveva chiesto se mai ci saremmo toccati, l’unica volta in tante settimane, l’unica volta in cui una punta di desiderio aveva oltrepassato le sue stesse regole. Era durato poco perché, pur nella sua violenta passionalità di animale di carne, era stato vinto dalla ragione. Forse davvero aveva pianto su quel foglio, ma forse era stato male soltanto nel riconoscere che in effetti il suo bisogno più grande era quello di tenermi a distanza.
Quel foglio, e quelle parole, racchiudevano la nostra incapacità di volerci davvero. Ma all’epoca avevo ancora così tanta voglia di lui, dei suoi odori, di un contatto, qualsiasi fosse, che misi da parte quel che avevo capito leggendole. Ero io, davvero, ma incapace di volere.
Infilai di nuovo i due foglietti nel portafogli. Un istante dopo squillò il cellulare. Era il segnale, ma potevo ignorarlo facendo finta di non essere in casa e di non avere un computer disponibile.
Dovevo prima ritornare un po’ neutra. Altrimenti sarebbe finita come qualche giorno prima, a chiedere a Guido di appartenere alla realtà, e la richiesta sarebbe nuovamente rimasta ignorata.
Mi ero allontanata dalla cabina telefonica prima del solito per non pensare, e invece mi trovavo piena di idee, una si spegneva e la successiva si accendeva; come sempre, per rimanere intera avevo bisogno di tenerle tutte unite, di legare tutti i pensieri in una parvenza di normalità, o mi sarei sbriciolata. Quando torno dai non-incontri con Guido non si scappa, è un copione: devo unire, per non rallentare, i pensieri, e loro in cambio mantengono salda me.
Era la fine di agosto, un paio di settimane prima Guido aveva festeggiato trent’anni, solo pochi mesi prima di me. Quel caldo incredibile, subìto senza essere riempito di gemiti sussurrati e sudori mescolati, era irritante. Aprii tutte le finestre della casa per innescare una reazione a catena, poi, senza raccogliere nulla da terra, mi appoggiai di nuovo sul letto, e il vento mi spense.
Mi risvegliai a pochi passi dal comodino.
Non ero mai stata sonnambula, ma quell’estate avevo cominciato ad accumulare una strana stanchezza che evidentemente si compensava con una frenetica attività notturna.
Era un’altra giornata. Un’altra giornata mia. Maledetti odori dei miei sogni.
O meglio: incubi. Si ricominciava da capo in un’eterna dissolvenza.
Il vento doveva essere calato perché tutte le mie carte, seppur disordinate più di quanto le avessi lasciate, non sembravano troppo disperse. Un foglietto che spuntava da un mucchio di foto diceva ‘così piacevole che sono già stanca’, era la fine di una notte di eccitazione che non avevo sedato, ma che avevo descritto a Guido. Ricordavo bene il resto del messaggio, che ora non si riusciva a leggere. Non lo raccolsi per non riaccendere le ossessioni della sera prima.
Lasciai tutto così, per terra, chiusi le finestre, e mentre mi preparavo per andare al lavoro mi resi conto che stavo raccogliendo tutte le mie parole in tasca per dirigermi altrove, per lasciare un vuoto, per allontanarmi da me stessa tanto da riuscire ad avvicinarmici.
In ufficio la mia collega si accorse del mio vuoto. Non siamo davvero così intime, però non è una semplice collega di lavoro, e ha sempre tutta una serie di affettuosità, credo che a suo modo abbia un certo attaccamento a me; e la mia insoddisfazione era evidente.
- Non so come spiegartelo.
- Provaci, ti ascolto.
- A volte provi qualcosa che è così grande, così genuino, sei così certa delle tue emozioni…
- Si?
- …che è come se non avessi bisogno del corpo per esprimerlo all’altra persona.
- E’ bello. E’ sincero.
- Sì, però in fondo è del corpo che hai bisogno, se vuoi esprimerti.
- Certo.
- Ecco. Questa cosa è impossibile. Divieto totale.
Rimase in silenzio, poi qualcuno dall’altra stanza la chiamò. Alzo gli occhi come per scusarsi, ma nell’allontanarsi dalla scrivania mi racchiuse la guancia nella mano, senza dire una parola. Proprio quello che le avevo appena confessato.
A casa, quella sera, rimettendo a posto carte e foto fui ipnotizzata da poche parole scritte nel culmine della nostra non-storia, fatta di emozioni forse virtuali ed eccitazione tutt’altro che virtuale: “Il battito del polso nelle orecchie, il cuore su tutta la pelle, organi indistinguibili. Le piccole cose non esistono più, il respiro è insostenibile ma felice. Fuori non senti nulla, ma dentro, senti parti normalmente mute, ora prepotenti, che parlano di qualcosa non terrestre, mentre assapori il piacere finché l’orgia di vibrazioni non smette. La parità non esiste: fortuna di essere donna…”. Il sangue sconvolto scalpitava sui suoi zoccoli, direbbe qualcuno, eppure non era stato un orgasmo felice; come sempre, quando il pensiero non va a qualcuno momentaneamente assente, ma solo a qualcuno assente.
Fu più forte di me.
Tremo al contatto con una felicità difficile, ma ne sono schiava e vittima.
Dopo quell’ultimo bar non ero più sicura delle mie idee, solo i miei sensi erano forti e definitivi, e nei miei sensi non si materializzavano i sensi di Guido. Erano gemelli, paralleli, ma, proprio come due parallele, non si sarebbero mai incontrati.
Quella notte sognai di baciarlo e l’unico paradossale pensiero con cui superai la giornata successiva fu ‘ecco, ora so come bacia Guido.’
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