Archiviato in: Mis-Talking
E’ una donna fatta, ma ancora non lo sa.
Quando giocava, da piccola, al ritorno si chiudeva in camera sua e pensava a una casa tutta per sé, alle differenze con una stanza singola, e immaginava che tende avrebbe scelto, e chi le avrebbe montate; non aveva idea che l’occasione le si sarebbe presentata così vicina, così presto, così a portata di mano.
Lei e il padre salgono sull’autobus che va alla polisportiva. Non c’è tempo, per altri osservatori esterni, per riporre i libri, fermare lettori mp3, richiudere le riviste, non c’è modo di scrutarli e capirli perché l’autobus si svuota all’altezza della zona industriale e nessuno vorrà più guardarli.
Nessuno eccetto me. Io rimango perché ho capito che devo trovare il modo di scrutarli e cogliere particolari, anzi scrutare lei, divorare lei, non importa altro, avrò il tempo di fissarla, anche se non avrò il coraggio di innamorarmene. Per cui, io rimango nonostante sappia che mi toccherà un ritardo in ufficio, rimango anche se farò fatica a non farmi notare, rimango perché ho bisogno di capire chi è che sto guardando.
Lei non è ancora nessuno per gli altri, ma lo diventerà perché lo è per me che l’ho già fiutata.
Vanno verso la periferia perché lei deve allenarsi, ha una partita a breve e non vede l’ora di stancarsi tutto il giorno sotto gli occhi vigili e rassicuranti del padre.
Quando giocava da piccola non aveva la maglietta del Brazil che indossa ora, perché i genitori non erano riusciti a trovarne una della misura giusta.
Quando era piccola in fondo non era tanto tempo fa. Avrà sedici anni e gli occhi acuminati di una volpe, o di una donna che sa quanto piacere vuole.
Lei e il padre hanno due volti greci, il che quasi certamente vuol dire che lui è un napoletano trasferitosi a Firenze, e che lei, quindi, pur nata a Firenze, è cresciuta in un misto meridionale e straniero. Hanno volti e fattezze, greci, per la precisione, perché sono anche piccoli di statura, e agili di movimenti.
Il padre ha un volto così greco che sembra un personaggio pasoliniano, occhi piccoli e vigili, volto scavato, mani nervose. Lei invece è morbida ma ha ancora un residuo genetico di quel nervosismo muscolare del padre. Ha bisogno di lui e lo cerca con lo sguardo appena mette piedi sull’autobus, e lui non fa niente, ma la rassicura. Il fatto che riesca a darle sicurezza con uno sguardo mi farebbe quasi urlare di dolore se la mia parte razionale non mi ricordasse che, ehi, è una cosa bella, una di quelle per cui si sorride, non si urla. Casomai si piange.
Hanno entrambi una sorta di strano languore del respiro, che ti fa venir voglia di toccare quelle ossa, di incorniciare con una mano quel volto e sentire il calore appoggiarsi nel palmo.
O forse, è il mio desiderio accumulato che parla, e che mi ha chiesto, appena li ho visti salire, se potevo conoscerli, se potevo sentirli un po’ miei.
Si capisce subito, insomma, è una piccola giocatrice di calcio. Ha la maglia del Brazil, dei pantaloni al polpaccio, viola, leggeri. Sandali infradito sportivi, non ‘carini’. E’ tremendamente donna, come dicevo, ma non lo sa. E’ tremendamente donna già in tutto questo, e forse pensa di esserlo perché si concede, unico tocco di colore personale, smalto alle unghie di piedi e mani. Rosso ai piedi, perla alle mani. Ha le unghie curatissime e muove le mani come penso che dovrebbe fare una modella.
Eppure è un’atleta, si vede, è sportiva, è scattante, è fluida. E’ forte e resistente.
Ammetto con me stessa, o meglio, chiacchierando col mio desiderio ammettiamo insieme, che avrei dovuto scattare una foto invece che scrivere un racconto. La mia foto c’è, in effetti, ma la posso vedere solo io.
E’ armoniosa e altera. Ha un naso lungo e affilato e le labbra sottili, tutto in linea con questi lineamenti squadrati ma luminosi. Mi basta guardarle gli occhi per capire che è convinta di essere sulla strada giusta. Ha voglia di fare cose, ha voglia di andare ad allenarsi. Guarda fuori, guarda lontanissimo, è piena di pensieri per la testa.
D’un tratto si volta verso il padre: “Cazzo, se continua a chiudersi così, il tempo…”. E lui: “Non ti preoccupare”.
Alla fine della settimana ci sarà l’incontro della sua vita, quello che le darà la possibilità di avere una casa per sé, di viaggiare, di fare quel che più desidera al mondo, quello che la fa sentire viva, quello che la fa stare bene con se stessa e con gli altri.
Le hanno già fatto un’offerta ma sarà la giornata di sabato a vederne definiti i particolari. Potrà avere una casa, potrà scegliere le tende. Potrà aspettare a diventare grande, se lo desidera. Potrà incominciare a vedersi allo specchio come la vedo io, forse.
Ma lei è irrequieta. Snoda quelle ginocchia lisce e prende a dondolare le gambe. Il padre reprime una fronte contratta e le si avvicina, appoggiandosi con le mani sulle sue spalle e carezzandola, lentamente, solo con piccoli movimenti dei pollici.
Ed è allora che io non ho più bisogno di vedere altro e decido che posso scendere, nonostante non sia la mia fermata.
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Magari non era il padre, ma il papi.
Commento di lupigi Giovedì, 6 Agosto 2009 @ 2:29 pm