La luna di profilo


vigliacchi, anche gli organi
Domenica, 23 Agosto 2009, 5:22 pm
Archiviato in: Mis-Talking

Sono là e gli dico le ultime mie parole.
Le ultime nostre.
Ancora non so quanto mi concederà di stare qui e per quante ore mi urlerà contro quando si sarà sbarazzato di me.
Sono là, o meglio sono qua, e mi sembra di sentirmi mentre le conto, le mie parole.
Sento la mia voce, la mia voce giovane, che rincorre la sua, dire cose superflue, e bruciare il conto alla rovescia dei discorsi fatti.
E’ sera, questa ultima sera funesta e funestata anche solo dal mio malumore.
“Mi si sono rotte le scarpe.”
“Che scarpe…?”
“Bugia. Se ne è rotta solo una, il sandalo sinistro. Si è spezzato a metà. Non posso più camminare.”
Seduti su uno scoglio, con poche cose da dire, aspettiamo il tramonto per licenziare anche questa giornata.
Seduti o meglio stesi; fa sempre così caldo, e ora mi si è anche spezzato il sandalo.
Questo finale triste mi riporta alla testa, logicamente, l’inizio allegro. L’inizio in quell’ora della mattina popolato solo da qualche pescatore, a cui tendevo l’orecchio per imparare parole nuove del dialetto, di questo dialetto, questa lingua che immaginavo nata con la fretta dentro perché lo parlassero persone troppo calme.
Nemmeno tutto, nemmeno uno intero, di quel sole. In quell’inizio, come in tutti gli inizi felici, eravamo risaliti in auto per andare a fare colazione, con la calma che compensava le corse della partenza, con la tranquillità dei primi clienti di qualche bar, come sempre finivamo per essere.
Nei silenzi di quei bar ogni tanto ci capitava di soffermarci su una radio, ci sembrava di intuire combinazioni magiche, ci fermavamo come bambini a credere nelle coincidenze: ma forse era stata solo una volta, quella davvero singolare, in cui si erano susseguite solo canzoni del 1977, e ci avevamo quasi creduto.
Il mio sandalo non è particolarmente bello, solo molto comodo, e mi fa pensare di non essere degna nemmeno di una piatta comodità. Pensare mi fa dimenticare che dopo le pause riprenderai ad urlarmi contro, fino alla mia resa.
Ogni tanto, in queste pause, mi guardi perfino; forse credi che non me ne accorga, e io per dispetto non giro mai lo sguardo nella tua direzione. Una volta facevamo questo gioco in macchina: e al primo segnale, appena capivo che stavi per tornare con lo sguardo alla strada, tu controllavi lei e io controllavo te, e poi ti guardavo le ginocchia, quelle gambe lunghe e sinuose di cui mi ero innamorata in meno di un istante, le ginocchia che avevo voluto subito toccare insieme alle nocche e al bacino, come mi viene d’istinto, rapita da ossa e sporgenze. Seguivo le tue nocche modellarsi sul cambio, immaginando la sensazione del loro movimento come fossero mie.
Il contatto con la tua pelle mi fa ancora impazzire.
Mi dicesti queste parole soffiate, senza preavviso, in un momento in cui avevo bisogno di sentirmele dire.
Sempre così incerta, sempre così insicura, sempre in bilico sulle mie certezze quando non posso vedere se gli altri mangiano i miei respiri.
Qualche secondo dopo avevo gli occhi lucidi, e mi si erano esaurite le parole.
Il contatto con la tua pelle fa ancora impazzire me, soprattutto perché ormai mi è negato.
Mentre mi stai consegnando la tua ultima sentenza di divorzio, la mia testa con un meccanismo automatico determinato dall’istinto di conservazione, doppia l’audio, azzera la versione originale, e ci sostituisce questa frase.
Il contatto con la tua pelle mi fa ancora impazzire.
Ho amato uomini e donne solo perché la loro pelle era geneticamente compatibile con la mia, continuerò ad amare la tua nonostante appartenga a te e non a me.
Mi toccherà spezzare anche l’altro sandalo per andare via.


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