La luna di profilo


Kynodev n° 6
martedì, 6 settembre 2011, 7:41 pm
Filed under: Kynodev

[Corpi / Disegni / Silenzi]

Non pensavo di riprendere a scrivere numeri di kynodev. Non sapevo se aspettare di aver trasferito tutto altrove, ma stavolta è stato il cinema a chiamarmi. In un periodo in cui leggere richiede troppa attività mentre il cinema riesce a prendermi anche quando sono controvoglia, ho iniziato un percorso senza rendermene conto, e mi ci sono trovata invischiata.
Questo percorso parlava di corpo e di corpi.

Il corpo sostituito: Ghost in the shell
Questo sì che l’ho visto in ritardo; ma mi ha folgorato, sia per il tema sia per l’atmosfera.

Forse è uno dei temi della fantascienza più di tutti nelle mie corde, tanto che mi fa amare anche film che onestamente reputo non esaltanti. Ancora ricordo il fascino di Abre los ojos. Ancora ricordo i percorsi mentali, risvegliati da questo film, sulla percezione della realtà e sul tentativo di analisi di sé al fine di scoprire in cosa consiste quel che ci identifica. Ghost in the shell sembra non parlarne tantissimo e invece ne è completamente permeato. Il corpo è sostituito interamente o parzialmente, nelle persone che popolano il film, e al di là dei pretesti pratici per cui ciò accade, è possibile perché non costituisce la caratteristica primaria di quel che si è, e rimane l’ultimo inevitabile strumento a disposizione solo per alcune cose fondamentali, come riprodursi, come entrare in contatto con l’esterno; eppure è indispensabile.
Il contrasto tra corpo e anima rimane un problema su cui si basa tutto il film, tutta l’ansia di vivere e definirsi di Motoko, tutta l’incapacità di comprendere come diventare davvero indipendenti dal corpo se, in ultima analisi, è tutto quel di cui si dispone per (di)mostrare cosa si è dentro. Qualcosa di non indispensabile ma di cui si sente il bisogno egualmente. Motoko lo ammette, proprio mentre fa qualcosa, immergersi, in un modo diverso dal semplice, solito allenamento: “Quando risalgo senza peso, dolcemente, in superficie, immagino di diventare qualcun’altra.” C’è davvero questo sdoppiamento tra il corpo fisico e lo spirito? Forse sì, ma non mi sembra davvero che le due parti siano in perenne contrasto o lotta reciproca. Motoko non sente un gap tra l’uno e l’altro, Motoko percepisce che ci deve essere altro, qualcosa a monte, che sfrutta entrambi gli strumenti per definirsi. Durante l’immersione, immagina di diventare qualcun’altra per cercare di comprendere davvero cos’è che invece la caratterizza come Entità specifica. Che è un po’ l’essenza della recitazione. Io, persona X, interpreto personaggio Y essenzialmente per due motivi (oltre che per il piacere della recitazione): cercare dentro me parti di Y che combaciano con X, o, al contrario, scoprire, attraverso l’identificazione di quelle che non combaciano, quali parti davvero caratterizzano X. Uso il mio ghost per spostarlo in altre shell e scoprire se dentro ci si trovano altrettanto bene. Anche il film gioca sugli involucri, per finire con lo scoprire che non basta un backup dei dati a definire quel che siamo. Ma va, si dirà? Il punto probabilmente non è quello, ok, lo sapevamo, e però il fascino dell’argomento non cala: il punto forse è l’equilibrio, o il gioco degli strumenti, e dei vari tasselli.
Per la mia modesta opinione di spettatrice, un film che va visto e rivisto, e pensato. E, a volte, anche semplicemente ammirato come un quadro.

Il corpo degradato: Princess
Avevo dimenticato questo film da qualche parte, e non ricordavo perché fosse nella tosee list. Ho cominciato a guardarlo con scarso interesse perché era in danese con sottotitoli in inglese e temevo che non sarei riuscita a seguirlo.

E invece mi ha ucciso. È un film terribile anche nella sua poesia, anche nei sogni e nei voli. È decisamente disturbante.
Con una struttura alternata tra animazione e scene reali, la storia parte dalla morte di una giovanissima pornostar che lascia una bambina di cinque anni, di cui decide di occuparsi il fratello della ragazza. E il sesso esibito e mercificato non sarebbe un problema se non facesse parte anche della vita e della quotidianità della bambina, in un modo che lo zio cerca di sradicare e contrastare. Ma, come si scopre, non nei modi pacifici e normali che ci si aspetterebbe. Da cui si capisce la scelta dell’animazione, per descrivere cose che non sarebbe possibile mostrare usando un’attrice bambina. E da cui si capisce la scelta capovolta, dell’animazione per la realtà e delle scene filmate per la fantasia, il sogno, l’immaginazione. Ma soprattutto, si capisce l’inserimento di nodi cruciali non esattamente descrittivi ma potenti, come alcune scelte stilistiche e suggestioni visive che letteralmente parlano più della storia. Si potrebbe dire, parlando in musica, che ci sono parti strumentali incastrate ogni tanto in mezzo alle strofe cantate. Cosa che amo particolarmente, perché adoro chi sa raccontare senza sentire il bisogno di descrivere.
Di degradato in questo film non c’è solo il corpo, inoltre: degradato sembra tutto, le persone attorno, i posti, le situazioni, perché il trauma iniziale, la morte della madre, sembra aver investito tutto, sembra aver definitivamente permeato ogni altro ambito della vita della bambina e dello zio. Tutto diventa anormale, perfino gli iniziali condivisibili scopi dello zio. Il film si ingrottesca in maniera non lineare, impedendo una completa identificazione, con un finale non consolatorio che rischia di far perdere di vista il fine di denuncia.
Il pugno nello stomaco cionondimeno rimane. E questo per me lo rende necessario, come tutti i film imperfetti e sbagliati ma potenti.

Il corpo invisibile: Le luci della sera
Avevo appena visto un Kaurismaki completamente diverso, con il mio amore assoluto Jean-Pierre Léaud, ossia Ho affittato un killer. Non mi aspettavo niente di simile ma ho trovato un piccolo film lineare e sincero, con una specie di percorso inverso rispetto a Princess. Qui il corpo del protagonista sembra non aver sostanza, importanza, presenza; fin dall’inizio sembra difficile trovare agganci per immedesimarsi nella tensione continua di sapere qualcosa del protagonista.

Ma man mano che si procede, indipendentemente dalla storia raccontata si capisce che ciò che interessa Kaurismaki è l’analisi di piccole e grandi cose difficili da cogliere al primo impatto, di sottili ferite o radicate solitudini. E nello snodo degli eventi, assolutamente trascurabile, appunto, il corpo scompare, e viene a galla il resto, e tutte le scene, le inquadrature, le immagini, sembrano diventare più statiche per trasformarsi in fotografie da osservare e in cui percepire le emozioni. Mi era capitato con un altro film recentemente, ossia CousCous (Le graine et la mulet), in cui ho cercato di immedesimarmi con il protagonista e ho finito con l’empatizzare pur senza riuscirci. (In quel film, volendo parlare di corpo, dovrei sottolineare la protagonista bruna, ma farò finta di fare la persona seria e passare oltre.)
In una parola, intenso come tutte le cose trasmesse sottovoce.

In questo percorso farò rientrare anche, con un cenno veloce:

  • Samaria, studio sul corpo svuotato di Kim Ki-Duk, regista che io adoro ma che ha avuto un calo pazzesco in quasi tutti i film recenti; mentre in questo, ancora stupisce per la capacità di raccontare col minimo dispendio di mezzi, di suggerire le emozioni,
  • Lenny, film biografico sulla storia di Lenny Bruce, interpretato da un Dustin Hoffmann fasciato da un favoloso bianco e nero, apoteosi del corpo esibito perché teatrale, del corpo ostentato per attirare l’attenzione sui concetti, esibizionista e voyeur al tempo stesso, urlato e suggerito, verosimile e surreale;
  • Ken Park, uno di quel film che sospetto aver visto troppo in ritardo, perché la storia del corpo estremizzato non mi convince, le soluzioni narrative mi sembrano scontate e gli svolti prevedibili, e l’occhio esterno che racconta, considerato che dovrebbe essere quello di uno dei protagonisti, più che disincantato o avvilito o inconsapevolmente sbandato mi sembra alquanto compiaciuto e pruriginoso (e, no, il problema non è il sesso, qualora lo fosse mai stato); ciò rende difficile ricordare chi è la voce narrante, a cui il regista sembra volersi sostituire prepotentemente, e rende difficile conservare il punto di vista idealmente neutro o paradossalmente ‘puro’ che sembra essere dichiarato all’inizio, non sento dolore, non sento gioia, non sento nemmeno lo squallore dell’assenza di entrambi.

Tralascio last not least il corpo da scoprire di Conoscenza carnale solo per non dire niente di banale, ma ho amato da subito i personaggi e il modo di filmarli un po’ a distanza, un po’ addosso. Devo rivederlo in lingua originale perché trovo soprattutto Candice Bergen strepitosa.


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