Archiviato in: Bassifondi
Ventisei dicembre
Ore 10.14
Ci sono dappertutto nuvole con i bordi oscenamente netti, come tagliati da un rasoio: non le capisco. Sembrano incise di fresco e lasciate così affilate per poter ferire qualcuno. Me di sicuro. Si potrebbe prender la matita e disegnarci il contorno; anzi, ora prendo la matita e lo faccio.
Un uccello piccolo e nero inganna il mio senso della prospettiva spacciandosi per un falco e ricordandomi che non posso. Non ho matite, nella borsa, solo penne, stavolta, non come al solito, con la scatolina di mozziconi quasi finiti: e con la penna rischierei di sbagliare e non poter cancellare. Devo rifare tutto da capo.
Ore 13.14
Il mio sguardo è fisso sul vetro del treno, metto a fuoco la finestra e non quel che c’è fuori, lo faccio spesso.
Poi il movimento risveglia i miei occhi ciechi, è il controllore che scruta per l’ultima volta i vagoni prima di risalire e far cenno di ripartire al compagno.
Pochi minuti dopo è davanti alle mie sei poltrone vuote, beh, logicamente vuote a parte me.
Come sempre, sorrido mentre gli porgo il biglietto. Come sempre, non alzo gli occhi verso i suoi, regalando gratis le mie labbra accomodate a sorriso.
Ma stavolta, dietro il rifiuto dello sguardo, confesso anche la mia debolezza: non voglio incrociare i suoi occhi perché ho paura che non risponderebbero, e ho il terrore di non poterlo sopportare.
Ore 16.14
Tornando a casa sono quasi caduta, incespicando su alcune pietre smosse, sul vialetto. I bambini del piano di sopra devono aver di nuovo giocato a rincorrersi senza rispettare le regole condominiali. Ci ho messo qualche istante in più a infilare la chiave nella toppa, dopo.
Non ho tempo da sprecare, ho pensato richiudendomi la porta alle spalle e intercettando in lontananza lo scalpiccio di quei sei piedini. Sei piedini che, evidentemente, avevano intenzione di sfruttare l’ultima ora di sole per sfogare la loro carica ormonale.
Non amo i mocciosi.
Non amo le persone in generale. Non a modo loro. Non come è opportuno che sia.
Ho lasciato la borsa nell’ingresso e i vestiti in cucina, sebbene non ce ne fosse alcun motivo. In assenza di palazzi di fronte a me, mi sono presa la libertà di circolare nuda sul balcone, e sentirmi asciugare lentamente addosso gli ultimi sudori della metropolitana, prima di concedermi una lunga meritata doccia.
Ventisette dicembre
Ore 07.14
Mi sono svegliata in ritardo, e mi ha sorpreso, data la mia proverbiale puntualità; anche perché solitamente più che puntuale sono in anticipo, e non ho mai bisogno di sveglie.
Ho cercato di ingannarmi tenendo gli occhi aperti nel vuoto nero della stanza ancora buia. Odio il buio, ma a volte mi piace sentirne la consistenza, invitandolo nella mia camera da letto a dispetto delle mie stesse regole.
Ore 12.14
La giornata mi è passata davanti senza particolari eventi da sottolineare. Sono seguace dell’equilibrio, degli equilibri, un rimprovero da parte di un superiore viene annullato da un sorriso non richiesto eppur gradito della donna delle pulizie; oppure il contrario.
Durante la pausa pranzo non avevo fame, ma voglia di camminare. Non abbiamo orari, il mio stomaco ed io, né misura. Per cui a mezzogiorno ho scelto di trascorrere tutta la mia pausa tra le bancarelle dei libri usati in piazza, davanti all’edificio dove lavoro. Anche se poi, come sempre, compro poco o nulla, e la cosa che preferisco è leggere frasi a caso per vedere che effetto mi fanno, per fantasticare sulla storia che le contiene. Le frasi decisamente interessanti finiscono nel mio taccuino delle frasi, che non sono propriamente citazioni, ossia paragrafi di senso più o meno compiuto pur se estrapolate dal contesto. Sono proprio fulmini senz’altro scopo.
E non devono necessariamente essere romanzi, quelli da sbirciare.
Un libro mi ha invitato ad essere aperto a metà, oscenamente, in un punto in cui delle pagine si erano strappate. Ho indietreggiato di molto e ho trovato uno splendido “Ed eccola qui, ancora viva, e aveva quasi dimenticato che doveva morire”.
Mezz’ora dopo, ormai senza più entusiasmo, un piccolo libro esteticamente inadeguato mi aveva consegnato un avvilente “Alla fine mio padre prese l’abitudine di uscire di casa la mattina come per andare al lavoro”.
La rassegnata anormalità suscitata dal connubio delle due frasi mi ha impensierito, confesso, e mi ha accompagnato fino a sera.
Ore 20.14
Sbadiglio davanti ad una televisione muta, consapevolmente muta perché col volume ridotto a zero. Ogni tanto mi assopisco, e solo quando un’immagine curiosa attira la mia attenzione, accetto di ripristinare l’audio. Durante una pubblicità mi ricordo che ho comprato un libro, mentre mi stavo avviando in ufficio alla fine della pausa; un romanzo così malconcio che non ho voluto nemmeno sfogliarne le pagine per paura di perderne qualcuna.
Lo apro verso la fine, o dovrei dire si apre verso la fine perché contiene una foto in bianco e nero di una bambina bruna in impermeabile; una bambina fragile in impermeabile galosce e cappello, come quello dei pescatori.
Nella mia testa in una frazione di secondo quel completo diventa arancione, senza altro motivo se non un’associazione automatica con qualcosa che si è perso nei tempi della mia infanzia. Dimentico il libro e accomodo la foto accanto a me, sul divano.
Ventotto dicembre
Ore 03.14
Apro gli occhi con naturalezza, senza panico, senza affanno da incubi, come se semplicemente avessi smesso di tenerli chiusi. Ripercorro mentalmente le stanze della mia casa, appuntandomi di controllare qualcosa al mio risveglio o comunque prima di uscire per recarmi al lavoro. Salto di proposito la stanza dove c’è lo studio e mentre proseguo con la lista di cose da ricordare, mi riaddormento, dimenticandole tutte.
Ore 08.14
Prima di chiudermi la porta di casa alle spalle ritorno sui miei passi, rovistando sul divano. La bambina si era infilata tra due cuscini, ho appena il tempo di tirarla fuori che sento il pavimento tremare per l’arrivo del treno. Devo correre ma mi prendo il lusso di sfilare il portafogli dalla tasca dei pantaloni per riporre con cura la foto. Mentre salgo sul vagone, appena in tempo, per fortuna, a causa di un ritardo nelle coincidenze, comincia a piovere a dirotto.
Ore 15.14
Sono rientrata da poco in ufficio quando un collega mi chiede di sbrigare per lui una commissione che gli impedirebbe di finire la relazione da presentare nel pomeriggio.
Acconsento perché mi permetterà di perdere più tempo del previsto, data la pioggia.
Cammino lenta, riparandomi con l’enorme ombrello che lascio sempre, di riserva, in ufficio. A metà strada aspetto troppi semafori verdi, senza rendermene conto, perché una donna con un buffo impermeabile arancione all’angolo di una strada si ripara dalla pioggia insieme ai suoi cani, sotto un cornicione. Per qualche minuto, non so per quale motivo, immagino che sia una vagabonda e mi trattengo a stento dall’andarle a parlare, anche se non so assolutamente cosa potrei chiederle. Poi qualcuno mi urta, finita l’attesa del verde davanti alle strisce pedonali, e vengo praticamente trascinata sull’altro marciapiede dalla folla.
Ore 22.14
Dopo avermi tenuto compagnia per l’intera giornata, la bambina si è aggiudicata un posto nel mio archivio. Lei non sapeva che avrebbe fatto questa fine, eppure c’è arrivata.
Il mio archivio composto di orfani è quasi inutile quanto il taccuino di anti-citazioni: servirebbe a darmi spunti per inventare storie, o forse a ricordarmi le emozioni che possono aver generato nei legittimi proprietari. E’ una vecchia scatola di sigari che mi sono fatta regalare dal tabaccaio sotto casa, è grande e leggera e ha un bellissimo cordino che si arrotola sul perno della faccia frontale: e contiene solo oggetti non miei, trovati sempre per caso, raccolti sempre di nascosto.
La bambina senzacolore si accomoda sotto ad un fermaglio per capelli trovato una sera su una panchina, assolutamente inutile per una con i capelli a spazzola come me; e copre il programma di un teatro evidentemente troppo poco interessante per essere consultato più di una volta.
Mi dimentico perfino dell’arancione immaginato.
Ventinove dicembre
Ore 09.14
L’ufficio è gelido. Qualche complicazione tecnica ha costretto l’amministrazione a rimandare la soluzione alla fine delle festività.
Trovo assolutamente naturale andare in giro fra le postazioni dell’open space con il cappotto, anche perché posso usare la situazione come scusa per fermarmi qualche istante di più con i colleghi.
Di ritorno dalla macchinetta del caffè mi fermo alla scrivania di una collega giovane, appariscente, ingenua e tenace, appena entrata, che è arrivata troppo in ritardo per il maltempo, ma senza nascondere di essersi concessa una sosta in edicola. E’ con la sua nota e volgare prorompenza che si spoglia e si fa crollare sulla sedia, sbattendo sul tavolo le riviste che ha comprato, per l’appunto.
Trotterello attorno al tavolo con aria annoiata per sbirciare, notando un periodico di arredamento: la fanciulla sorride immaginando ch’io condivida i suoi interessi, quando in realtà ho solo notato una foto di una libreria, in copertina, nella quale, come da abitudine, tento di identificare i libri sperando di conoscerli.
Delusione: nemmeno chi ha allestito la stanza per la foto di copertina ha davvero buon gusto. Torno mogia alla mia scrivania finendo lentamente il caffè.
Ore 14.14
Il maltempo mi dà tregua. Anche lui sa che il silenzio dopo un rumore assordante viene ascoltato con cura.
Sa che dopo avermelo reso impossibile, dovrò correre a scrutare i contorni del panorama e dell’orizzonte, per controllare se è rimasto tutto intatto.
Appena sento che il sole è tornato, noncurante del freddo chiedo di uscire prima.
Ho bisogno del mare.
In questo freddo contratto e stanco, ho solo bisogno di tornare a descrivere l’acqua del mare. Mi ricordo di dover tornare a casa solo quando, molti chilometri dopo, comincio a vedere l’acqua soltanto quando brilla sotto i lampioni del lungomare.
Mi volto, e sulla strada di ritorno non c’è più nessuno.
Trenta dicembre
Ore 00.14
Il freddo della passeggiata mi ha immobilizzato. Il mare ha rimesso in moto i miei desideri. Il corpo e la mente però sono discordi, e la stanchezza non è bastata a rimanere a letto. Mi sono coricata troppo presto e ne subisco le conseguenze.
E’ quando cominciano i film della notte che decido di non poterne più del letto e della testa che ha voglia di pensare e immaginare: mi chiedo, se ho sempre voglia di un mucchio di cose e le vedo perfino nei particolari, creando con la mia mente lunghe e dettagliate sequenze dei miei film, perché ritengo di non essere in grado di srotolare una storia di senso compiuto, per iscritto?
Ore 04.14
Gli ultimi film notturni mi hanno consigliato di provare a dormire. Non mi è chiaro a cosa servirebbe cominciare a dormire ora, ma se provassi a fare altro finirei per dare troppa importanza a questa lunghissima giornata, che invece deve rimanere completamente definitivamente crudelmente anonima.
Ore 18.14
Squilla il telefono. O meglio, preciso, squilla un telefono che riesco a sentire. Data la mia assenza dall’ufficio erano quasi pronti a spedirmi i vigili del fuoco, perché quella del pomeriggio è la prima telefonata a cui rispondo, dopo le numerose telefonate con cui speravano invano di informarsi sui miei movimenti. Buffo, i miei unici movimenti sono stati da una diagonale all’altra del letto, a parte un sogno in cui mi alzavo per andare a cercare qualcosa nel mio archivio, e finivo per inciampare e cadere lunga a terra. Ma forse non era un sogno.
Troppe telefonate non sentite, troppo poche parole per scusarmi. Ma, giacché in quell’ufficio campo anche discretamente di rendita, posso permettermi delle scuse sommarie.
Trentun dicembre
Ore 06.14
Troppo presto per recuperare sul lavoro, ma non per uscire. Di treni ce n’è già tanti, per i pendolari, a quest’ora.
Per tenermi sveglia, e per arrivare in orario, sono scesa tre fermate prima della mia, e ho fatto gli ultimi chilometri completamente a piedi. La periferia che sonnecchia non è così ostile come avevo immaginato.
Ma ero comunque in anticipo, e senza stupirmi di me stessa mi sono diretta verso la parte alta della città, dove c’è il belvedere da cui è cominciata la mia storia con questa terra, dove nei mesi invernali non c’è nessuno prima dell’ora di pranzo.
Non mi sono accorta di esser stata vista; nascosta dietro la colonna dove ero andata a sedermi, rannicchiata per sentire meno freddo, mi immaginavo invisibile e al sicuro.
E chi mi ha visto si accorge prima di me che i miei occhi hanno cominciato a piangere, senza chiedermi il permesso, senza aspettarsi una motivazione, senza controllare che ce ne fosse davvero bisogno. Io non ci bado, ma dall’esterno devo sembrar turbata, abbastanza per turbare un altro essere umano.
Ricordo una mano tra i capelli, un calore non solo emotivo, una voce bassa fatta di parole lente e misurate, come se l’estraneo avesse il timore ch’io potessi farmi del male. Non ricordo dopo quante mie parole mi ha regalato l’ultima carezza.
Ore 11.14
La frenesia con cui ho cominciato a lavorare appena entrata sarà stata interpretata come senso di colpa. Pazienza se mi fa sorridere, e se non posso condividerlo.
In mezzo a questo campione di umanità non ho il coraggio di formulare pensieri davvero miei, non ho le antenne per scegliere qualcuno su cui accampare diritti. Mi affido agli oggetti e ai movimenti per restare ancorata alla realtà, un minimo di più.
Mi passa accanto il mio capo, una donna sulla cinquantina che ha deciso di avere l’età in cui bisogna tagliarsi i capelli; mi è dispiaciuto quando l’ha fatto. Quella selvaggia rassicurante lunghezza grigia mi avrebbe affascinato, come mi affascinò molti anni fa una lunga sprezzante chioma grigioperla di una professoressa che purtroppo non fu mai la mia.
Andavo nel suo studio con scuse stupide per adorarla a bassa voce, e pensare cose su di lei in sua presenza. Non so se abbia mai capito il potere che esercitava su di me col suo fascino e con la forza delle sue convinzioni, tra le quali questa di scegliere di conservare lunghi i capelli, anche se grigi, che indubbiamente le batteva tutte. Un potere solido e inutile, ma superiore a quello del mio capo; lei, come donna, per me semplicemente non esiste. Quando mi sfiora, passandomi accanto, come oggi, sento solo i secondi che ci vogliono a farmi ritornare distante. Sento solo il rumore dei suoi vani tentativi di incutere rispetto. Cancello subito eventuali residui di profumo, deodorante, cibo mangiato e bibite non finite che ancora la aspettano nel suo ufficio. Sento infine il mio buffo respiro di scherno a cui probabilmente lei non crede nemmeno.
Ore 17.14
Orario ottimo per staccare dal lavoro. Anche oggi orario casuale, in ufficio, ma non sono molti quelli che saltano la pausa pranzo quindi la mia offerta è sempre ben accetta.
Orario incoraggiante. Il mare è ancora trasparente di residui di luce, ma la gente per strada può già evitare i tuoi occhi.
Prima di rientrare in casa ho preso l’auto perché era assolutamente urgente che facessi il pieno, secondo i miei piani. Ho lasciato l’auto vicino alla pompa per entrare a pagare con il bancomat, e il ragazzo che mi aveva servito mi ha deliziato con un innocente ‘ciao’ che pareva sorridere autonomo, oltre le sue stesse labbra.
Quando anche l’altro benzinaio, dentro, mi ha sorriso solo dopo aver guardato che faccia avevo, ho pensato per un attimo di fermarmi e dirgli tutto, e restare con lui a ridere e guardare la gente.
Avrei voluto ringraziarlo ma non avrei saputo come spiegargli di che cosa.
A casa, prima eccezione alla mia regola ferrea, ho conservato nell’archivio la scheda punti che mi avevano fatto alla pompa di benzina. Non l’avrei mai usata, ma avevo bisogno del piacere che mi avevano dato quelle due persone solo guardandomi e decidendo di sorridere. Avevo bisogno di rimanere qualche minuto in più vicino a loro facendo finta di conoscerle e immaginandomi la prossima volta.
La scheda, vuota, genuina e ignara, è finita sotto ogni altra cosa, come se fosse il primo oggetto raccolto. Insieme a lei un mozzicone di sigaretta, in realtà una sigaretta abbandonata precipitosamente, raccolto su una panchina, con cui ho voluto infettarmi prima di decidere di smettere.
Ore 19.14
Il mondo si prepara e io anche. Lui crede che lo stiamo facendo insieme.
Ore 21.14
Finalmente ho ricordato perché non dovevo entrare nello studio. Mi ero imposta di non vedere tutte quelle scatole piene fino all’ultimo.
Ore 23.14
Farò finta che scorra tutto come al solito. Sì, lo prometto. Accetterò anche di farmi ripugnare dai baci della vicina di pianerottolo che si ostina ad augurarmi quel buon anno viscido a cui non ho mai voluto credere.
Primo gennaio
Ore 01.14
Credo di preferire che la notte passi così, spogliata, ma solo dei miei vestiti. D’altra parte non ho avuto freddo nemmeno quando qualche giorno fa sono rientrata e ho aspettato nuda il momento opportuno per la doccia.
E non devo dimenticare di spostare l’archivio dove avevo deciso, perché venga ritrovato subito.
Ore 02.14
Immagino che cominci a fare freddo con tutto aperto. Immagino che con il miscuglio di odori dei fuochi sparati sia difficile percepire il mio, e che qualcuno si allerti per tempo. Immagino che tra qualche ora me ne sarò andata e non potrò vedere le facce dei pompieri. Immagino che sarà un vero rompicapo risalire ad una sola identità, visto che negli oggetti che ho salvato ce ne sono più di mille.
Le uniche cose rimaste intere saranno oggetti personali, così personali da non essere più di nessuno.
Ore 05.14
Finestre completamente spalancate e troppo pochi gradi, ‘buon anno’ è il primo vero augurio che mi faccio.
Il fumo non è riuscito a soffocarmi ma la cenere comincia a seppellirmi. E’ ora.
Archiviato in: Bassifondi
Maude: What kind of flower would you like to be?
Harold: I don’t know. One of these, maybe. [a daisy]
Maude: Why do you say that?
Harold: Because they’re all alike.
Maude: Oh, but they’re NOT! Look. See, some are smaller; some are fatter; some grow to the left, some to the right; some even have lost some petals. All kinds of observable differences! You see, Harold, I feel that much of the world’s sorrow comes from people who are *this* [the daisy], yet allow themselves to be treated as *that*. [the whole field of daisies]
Nella mia testa, figuravi a tutto tondo.
Non riuscivo a percepirti inerte (che mi avrebbe annoiato), o piatto (che mi avrebbe rattristato), o privo di emozioni (che mi avrebbe giustificato). Mi recavo più volte alla finestra, compulsivamente, a inventarmi grida di bambini svogliati richiamati all’ordine più volte. E per qualche istante riuscivo a farti scomparire dalla mia testa. Urtavo il vetro lasciando una scia di unto con la fronte, e ci passavo la manica del pigiama sporcando ancora di più, innervosendomi perché sapevo che non avrei mai avuto la voglia di pulire.
Allora nella rabbia provavo a inacidirmi e tentavo di non pensare al fatto che tu non stessi badando solo a me. Dovevo svegliarmi, tornar cattiva. Dovevo salvare me perché nessuno l’avrebbe fatto al posto mio. Guardare la gente senza salutarla, mostrare il peggio per rilassarmi.
Avevo bisogno di tornare a non essere buona. Liberarmi di te, maledetto, di lei, maledetta, di chiunque provasse a scalfire il mio muro di ghiaccio.
Presi la penna e provai a scaricare sulla carta questa strana sensazione di serenità, questa sensazione troppo vicina ad una romantica idea di ‘bontà’. Provai a limitare i buoni sentimenti chiudendoli in un pezzo di carta.
Cosa sono. Chi voglio essere ora e negli anni che verranno.
Cosa scelgo quando vago per strada. Chi ho bisogno di guardare.
Salgo fino in cima, su nella piazza. C’è un vento non fortissimo, ma so già che stasera mi bruceranno le labbra e passerò la notte a bagnarmele e morsicarmele perché ho dimenticato di curarle.
Salgo lenta, ma col passo duro e le gambe tese di chi pur non avendo fretta non vuole correre il rischio di vedere gli occhi delle persone. Da una traversa spunta un coro di adolescenti vocianti, c’è qualcosa nella loro irruenza che mi spaventa, non devo farglielo vedere, non devo farglielo capire. Mi hanno turbato per un istante. Pochi secondi dopo, continuando ad ascoltare le loro parole di passeggio, quella sensazione è svanita, quel turbamento è caduto e disciolto tra i passi. Frantumato come acqua che si frantuma in gocce che si frantumano in gocce che si disperdono in frattali.
Questo è quello che banalmente potrebbe considerarsi ’star bene’.
Continuo a salire verso la piazza, vado dove devo andare, parlo con le persone con cui devo parlare, sorrido ascolto chiacchiero.
E mentre ridiscendo verso casa, qualcuno mi nota senza motivo, qualcuno mi sfugge nella sua cordialità, e mi regala un sorriso gratis di Paolesca memoria a cui non posso non cedere, mi regala una contentezza potente a cui devo per forza arrendermi.
E allora misuro le ultime decine di metri che mi separano da casa con una falcata più lunga, ma con le ginocchia più morbide e le spalle un po’ più larghe, sfiorando la strada per non far sentire il rumore dei miei passi, a precedermi, con gli occhi bassi ma un sorriso appena pronunciato ben visibile a chi vorrà accorgersene.
E questa sono io.
Non funziona. Dio stramaledetto, non funziona.
In questa sorta di schizofrenia cresciuta, non posso sempre essere quella che vorrei. Cioè me e non l’altra. Parte della serenità è stata abbandonata sulla carta, intrappolata come un mago sotto incantesimo in una bottiglia. Ma, passata questa euforia della bontà in cachet chiusa nel cassetto, ho bisogno di qualcosa di secco, forte e muto che stabilisca uno stato definitivo.
Devo tornare in strada, in altre strade, non le strade belle ma quelle inospitali, per recuperare un distacco che mi renderà più forte, che mi ammazzerà gentilmente ma non farà del male, o non farà altro male.
Devo necessariamente camminare di nuovo. Camminare tra le rocce perché le persone sono rocce, rocce con cui non ho speranza, e allora le frantumerò oppure dovrò scalarle aggirarle scavalcarle senza entrarci.
Più che altro ci sono sempre queste camminate, sempre dovranno esserci, praticamente catartiche, formalmente almeno, se è vero che nella mia testa c’è anche nemesi e non solo catarsi, ma comunque camminate, camminate veloci sempre più uguali; muri pisciati che al primo raggio di sole si allargano a dismisura, mura pisciate che inseguono me e i disattenti viandanti e mentre ci inseguono rimangono là per sicurezza, per essere pisciati di nuovo, stasera, domani, quando sarà? Non lo so, lo sanno solo loro, lo sanno meglio loro.
Alla fine quando mi siedo è solo per compiere gesti inutili, gesti finti, gesti drammatici, movimenti teatrali, inscenando storie che hanno senso solo se qualche casuale osservatore crede che siano vere; come stamattina, quando ho camminato per un intero viale zoppicando e con una mano che stringeva forte la coscia solo per sperimentare solo per capire se attiravo l’attenzione di qualcuno per la strada o magari qualche commessa in pausa sulla soglia del negozio a fumarsi una sigaretta una stupida sigaretta invee di guardare me. Dopo tutto questo mi siedo, prendo posizione in uno spazietto rigorosamente al sole, mi rilasso e comincio a ruotare la testa da una parte e faccio finta di guardare le persone mentre in realtà penso solo ai cazzi miei o viceversa faccio per evitare sguardi e ignorare i vicini e intanto scruto e succhio e invento storie per renderli più interessanti, solo per far passare il tempo, solo per vedermi passare il tempo.
E’ quando finalmente mi accorgo che in questo, per la prima volta in vita mia, non c’è traccia di malinconia né di malumore, è allora che mi viene voglia di parlarne, di parlare a me stessa di cosa sono o sono diventata, oppure ero e non volevo più essere perché avevo gettato la spugna.
Non c’è pace e non c’è guerra, soltanto forse sentimenti. Una parete urla a gran voce, a grandi linee di pennarello, prima che qualcuno lo cancelli, un “Eri qui ma rimarrai ovunque” che poco alla volta scompare finché non mi rendo conto di averlo inventato, di averlo voluto creare per testare cosa vorrei che mi stupisse.
Vorrei che qualcosa ancora mi stupisse, e niente è in grado. Ripiego diventando io l’autrice, io la creatrice, io la meretrice.
Guardo le femmine in maniera più ossessiva del solito, cerco appagamento, quello che gli uomini hanno già saputo darmi.
Sei ragazze spagnole parlano sorridendo in un angolo, molto più piacevoli, molto più amabili, così, per principio, perché voglio fare questo capriccio ora, molto più belle delle due ragazze che rallentavano il mio rabbioso passo pochi minuti fa parlando di capelli perché è un rosso non rossissimo e rende bene ti assicuro che non si notava la ricrescita e se avessi saputo che veniva così bene dio bono, mentre le spagnole, dio bono lo dico io: meglio loro, certamente, e meglio certamente anche quella coppia obesa che si baciava con travolgente passione appoggiata ad una colonna lungo l’ultimo binario della stazione sperando che qualcuno si accorgesse di loro e poi se ne dimenticasse subito dopo come qualunque altra coppia vuole sempre. E le spagnole, le spagnole mi piacciono perché se ne fottono e comunque continuo a preferire loro anche se sospetto che in fondo parlino della stessa tintura rossa per capelli, sono belle perché ridono, sono belle perché non dubitano, sono belle perché non mi inquietano con i loro musi lunghi come stessero parlando di olocausto e non di tinture da donna.
Poi recupero una scena dalla memoria, una scena che ora capisco avere un senso, anche perché mentre guardavo di sfuggita avevo ancora in testa il rosso delle due musone dal passo moscio: e il rosso era il trait-d’union, era la frequenza musicale che non muore mai e si muta attimo dopo attimo creando continuità. E questa rossa, allo stesso binario dei due ciccioni, mi passa davanti, è una rossa con gli occhi di cristallo azzurro, ma sono occhi rossi, ancora rossi, rossi di pianto, ed era con qualcuno, sì, era parte di una coppia, e mentre mi passa davanti incrocia una capotreno bionda e dolce, che le mette una mano sulla spalla per consolarla, o forse avevano già parlato, o forse si conoscevano, e per non cascarci, per non farmi irretire da questa bontà rara e così semplice la mia mente torna ai muri pisciati e alle coppie che si incastrano sull’erba e penso a cosa ho fatto io e vorrei fare per essere peggiore, perché a chiedermi cosa fare per essere migliore avrei una risposta veloce e banale che non desidero.
Camminare per strada con aria di sfida è un buon punto di partenza, e poi questo, quello che faccio sempre, quello che non dovrei ammettere con nessuno.
Quel tornare a testa bassa contando sull’istinto altrui di schivarmi.
Quel delegare a te o all’altra tutte le cose che andrebbero fatte per una quotidianità serena.
Quel dimenticarsi del corpo e fingere di non averne bisogno, mentre in realtà, dentro o fuori, fisico o testa, il bisogno esiste. So già che finisce tutto così: quando al collo alle ghiandole ai capillari e alle papille non rimane molta scelta. Se nel momento in cui sei seduto al cesso, e realizzi che, sì, avrai anche tante cose da dire, ma hai dimenticato tutti i cognomi di persone che riempivano il tuo mondo in una determinata fascia di anni, in quel momento percepisci con quale dolore il tuo cervello ha fatto davvero una scelta. Ma è solo il tuo cervello, un organo come tanti, un funzionamento impreciso e indefinibile, che non può essere zero o uno.
E anche questa, sarebbe una cosa da non ammettere con nessuno.
Quel nessuno invece mi rincorre, mi marca stretto, mi desidera per umiliarmi. L’altra, che incontro rientrando in casa, perché disgraziatamente mi dimentico di evitare lo specchio. L’altra che vorrebbe essere buona e non fa altro che rendersi ridicola. La guardo nel vetro e mi sussurra a bocca chiusa un “Ti prego…!” che sento solo io. Pregare? No, io comunico, come diceva Maude. In più, considerato che con me non c’è partita, ti obbligo a sentire questa: siamo in due e te lo concedo. Però ho vinto io. Tu con me non ci vuoi comunicare. Quindi pregherò per te. Ma non azzardarti a pregarmi. Hell is around the corner.
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Il divano.
Che splendido divano rosso.
Le si illuminarono gli occhi mentre, cingendo le spalle del mio uomo con un po’ troppa enfasi, si compiaceva dei nostri complimenti a questo stupido oggetto.
O Signore, dai a una donna un accessorio nuovo di zecca e la sua anima sarà soddisfatta e perduta.
- E’ davvero un bel rosso – proseguì lui, non pago dell’orgoglio che aveva già scatenato in lei con una semplice battuta.
E infatti, la risposta, pronta, fu:
- E’ rosso sangue – precisò. – Un rosso più vivo di questo non c’è. Lo adoro.
Racconto ora questa storia, ma in effetti sono passati diversi anni.
Il mio uomo di allora non c’è più (non nel senso che è tragicamente morto; è solo migrato su lidi meno inospitali dei miei.) Il mio cattiveggiare crudele e gratuito lo ha saturato come ha fatto con tutti.
Mi è tornata in mente la storia del divano rosso senza rendermene conto, solo perché nei miei vagabondaggi in cerca di bassifondi mi sono ritrovata a camminare nella strada dove allora abitava lei. Ora non più, e voglio pensare di essere stata una grossa fetta della sua decisione di traslocare. Divano (non) compreso.
- Vorrei proprio che la conoscessi, il nostro è un rapporto speciale, siamo riusciti a rimanere amici, sai? E’ così bello sapere che a volte ci si può riuscire.
(Sì, ‘rapporto-speciale’, ‘rimanere-amici’, ‘bello-riuscire’, gli elementi a cazzo c’erano tutti, ma non era decisamente una cima, quel mio ex.)
E mentre formulava queste incaute e trite riflessioni io cominciavo a pensare che, forse, si sarebbe potuta fare davvero questa cosa.
Ci sarebbe stato da divertirsi.
Avrei avuto il tempo di elaborare qualcosa, perché in realtà non c’era nessun incontro da organizzare, abitando, loro due, a un solo isolato di distanza. All’epoca, si intende; in seguito al discorso del divano, lei mise molte decine di chilometri tra noi e sé, nonostante l’inutilità della mossa (io ormai ero fuori dalla loro portata, e fuori anche dai coglioni, più banalmente).
Ricapitolando, da un momento all’altro, quando fossi stata pronta, avrei potuto cinguettare “Beh, che ne dici di andare da…?”oppure “Sai che oggi pomeriggio potremmo proprio andare da…?” e lui sarebbe stato tutto contento di questo mio rinnovato interesse per il suo passato, per un pezzo importante della sua vita, bla bla bla, saluti e baci.
Il primo fine settimana di agosto di quell’anno mi stavo preparando. Senza saperlo mi stavo preparando.
Il mercoledì mi erano cominciate le mestruazioni, e questo ovviamente mi aveva fatto passare gran parte della voglia di esser cattiva.
E’ una specie di patto tra me e lui, oppure lei nella peggiore delle ipotesi. Insomma, quel tizio che da alcuni si fa chiamare padreterno lo sa: un po’ a te, un po’ a me. Tutt’e due insieme è difficile; e io di solito aggiungo, per chiosare “ma non impossibile”. Perché mi conosco.
Mercoledì e giovedì era dunque stato il mio turno di subire; sopportato con sufficiente decoro il peggio, intendevo godermi il meglio. Non c’è niente di più liberatorio del sesso quasi-post mestruale, per non parlare di quello pienamente mestruale. Liberatorio e eccitante, grazie ad una carica ormonale inusuale.
E, considerato che, in quanto donna al minimo sindacale, dopo il secondo giorno praticamente mi si son già chiusi i rubinetti, è facile immaginarsi che anche l’uomo più schizzinoso possa riuscire a superare il concetto del sangue. Quando di uomini si tratta, peraltro.
Il mio uomo, quel mio uomo, non era però affatto schizzinoso.
Motivo per cui già si immaginava, come accadde, che appena finito di pranzare avrei anticipato il crollo digestivo inchiodandolo sul divano. A quei tempi credermi innamorata era stato facile, ma la verità è che si scopava come dei dannati, a più non posso: e nulla più. Decisamente non male, niente male davvero.
Fu da quel momento che nacque tutto quel che accadde in seguito.
Nel sovraccarico di endorfine che nel pomeriggio ne seguì, qualcosa mi suggerì di porre la fatidica domanda, che nella fattispecie non era “te la voglio dare, vuoi prendertela?”, ma un molto più svagato e sognante “che ne dici, andiamo a trovare la tua ex?”: e, com’era facile immaginare, non sentii nemmeno il tempo di una pausa tra la mia domanda e la sua risposta.
Per prendermi una rivincita (anche se ancora non sapevo quale, per cui pescavo un po’ a casaccio), decisi di cominciare dalla mossa più stupida, ma più divertente: quella banale del ‘io sono un’assatanata quindi anche se è stato con te sappi che con me si diverte di più’. Era estate, eravamo in città: indossai un abitino blu elasticizzato, striminzito, con la schiena completamente scoperta. Ebbi cura di far notare anche a lui che non vedevo necessità di indossare altro, né al di sotto né al di sopra.
Mentre allacciavo i lacci dei sandali di tela, alla schiava, lui non riuscì a trattenere un commento velocissimo sussurrato nel mio orecchio, uno dei commenti più stupidi, svogliati e noiosi che un uomo mi abbia mai fatto: “Sei proprio porca come piace a me”. A ripensarci, non mi pento più di nulla. E’ un fatto, però, che non mi pento mai di nulla.
Scopata di fresco, fumante di doccia bollente, vestita per puro scrupolo: e così percorremmo l’isolato che ci separava dalla magnifica imperdibile inimitabile donna.
Cattiveggiai tutta la sera. Difficilmente ho la voglia e il coraggio di farlo davvero, in pubblico, con persone che mi conoscono e con cui il giorno dopo dovrò continuare a condividere la vita.
Difficilmente lo faccio in presenza di tante persone tra cui alcune a me (relativamente) care.
Di solito mi sfogo sugli estranei.
Quella sera cattiveggiai come mai, ma la situazione era come capovolta: erano gli estranei a beccarsi gratuitamente la mia cattiveria (gli ospiti che la ex aveva già a casa quando arrivammo), mentre i pochi che conoscevo sembravano degni destinatari dei miei maltrattamenti. Garbati, dio santo, ma sempre maltrattamenti. Niente di speciale: stare in silenzio in maniera imbarazzante, contraddire le poche frasi rivolte a me, perfino quelle gentili (“Cara, sembri avere l’aria stanca…” – “Non sono stanca, solo mi sembra non ci sia niente di interessante da dire né da ascoltare”); o, ancora, rompere il silenzio con battute di dubbio gusto, oppure con discorsi seri, ma fuori luogo perché decisamente provocatori.
- I pedofili hanno tutte le ragioni, per me.
- Che cosa…?
- Dico solo che nessuna mamma fa in modo da far guardare la propria cara figlioletta come una bambina.
- Non ti seguo… Spiegati meglio…
- Siamo stati in Val di Pesa, qualche tempo fa. In un parco c’erano solo mamme scosciate, provocanti e vestite a festa. E le figlie, uguale.
- Vuoi dire che sono loro a provocare? Dio santo, ma come ragioni…
- Voglio dire che se, per esempio, c’è una mamma che veste la figlia di otto anni con un top allacciato dietro al collo come fosse un’adulta, io che la guardo dalla mia panchina e ne fisso solo la schiena e il collo, non percepisco nessuna differenza rispetto ad un’adolescente o una ragazza della mia età. E’ eccitante quanto un’adulta.
- Stai scherzando, spero.
- Affatto. Anzi, ti dirò di più: rispetto all’immagine irraggiungibile del corpo perfetto che ti propinano in televisione, la schiena perfetta della bambina di otto anni ha in aggiunta una cosa che la rende ancora più appetibile: la freschezza della carne, quella che dai trenta in poi ogni mamma va cercando.
- …
- Quindi, la mamma si veste con una minigonna ascellare e mostra una coscia non fresca; poi, veste a propria immagine la figlia, che è decisamente meglio di lei, perché se è bona quanto lei, in più è ancora giovane. Io che perseguo la purezza ovunque, di purezza in questo non vedo nemmeno una goccia. Nelle madri, intendo. I pedofili almeno sono onesti.
Non ricordo nemmeno con chi sostenni questa inutile conversazione.
Ricordo che pochissimo tempo dopo gli ospiti che erano là prima di noi scomparvero.
La ex pareva reggere il colpo, decisa a non darmela vinta. E fece la cosa più banale che le passò per la testa, suppongo. O forse nella sua testa era la chance migliore. In effetti credo proprio che lo fosse.
Cominciò a cianciare con lui. Delle cose che aveva fatto di recente (non un riassunto degli ultimi anni, logicamente… si vedevano di continuo, erano amici, bla bla bla… sicuramente si erano visti tra di loro più di frequente di quanto entrambi vedessero le rispettive madri); dei colleghi di lavoro; delle vacanze recenti che erano così simili a quelle fatte insieme, senti che stranezza, davvero.
Ero così interessata ai suoi racconti delle “loro” vacanze passate, che riesaminavo con pazienza la superficie dei miei denti: ché ho questo splendido tic, di cui vado tanto fiera, che consiste nel carezzare con la lingua la superficie dei molari, così lisci e scivolosi, al contrario degli altri denti, soprattutto gli incisivi, rovinati e sempre più ruvidi da quando mi son spuntati i denti del giudizio.
Ero là, sinceramente interessata a questo morbido autoerotismo (del cavo) orale, quando sentii la prima goccia scendere.
Vero, avrei dovuto ricordarmene.
Mi era sfuggito, così come mi era sfuggita la goccia. Me ne fossi ricordata, sarei stata capace anche di trattenere la goccia. Ma non fu affatto un male, come si può intuire. Ovviamente, dovevo ancora decidere se c’era davvero bisogno di trattenerla o se potevo volgere a mio favore la situazione.
L’accumularsi degli eventi casuali concorreva a darmi ragione: prendo molto sul serio i segnali, anche quelli più subdolamente eloquenti.
Fu così che, mentre sentii la seconda goccia che si faceva strada verso il basso, suonò il telefono: la bella si staccò dalle interminabili descrizioni e corse a rispondere. Ne approfittai.
- Ti devo parlare.
- Ora?
- E’ urgente.
- Che è successo?
- Le mestruazioni. Il sesso di prima, a casa tua.
- Non ho capito, non ti erano finite?
- Lo sai che non sono ancora finite: stanno per finire.
- Che vuol dire allora? Spiegati.
- Te l’ho spiegato. Certo che te l’avevo spiegato.
- Cioè?
- Cioè sono mestrualmente stitica. Butto fuori poco sangue di mio. Il minimo indispensabile. A prezzo di gran dolore.
- Questo lo so, ma non ricordo cosa intendevi.
- Perdo poco sangue a meno di stimoli esterni che sollecitino i miei pigri muscoli a contrarsi, di grazia, un altro poco. E finire il lavoro mensile in maniera pulita pulita. Fare sesso freneticamente e a lungo è decisamente sufficiente come stimolo.
- Quindi ora hai di nuovo perdite?
- Temo di sì – feci, con un’espressione contrita. – Lo sento. Se non è già cominciato.
- E ora che farai?
- Dovrò andare in bagno a cercare un modo per porvi rimedio.
- Chiediamo a lei, scusa, avrà degli assorbenti.
- Non se ne parla nemmeno. Mi dà fastidio. – ovviamente mentivo, niente riesce a imbarazzarmi, però continuai: – E poi, posso cavarmela da sola. Dai, ora vado in bagno. Vedrai, entro, risolvo e torno.
Fino a quel momento ammetto che avevo abbandonato l’idea del delizioso (e magari sconveniente) dispetto.
Percepire una terza goccia di sangue che mi scendeva dentro mentre mi recavo verso la stanza da bagno e decidere di non accantonare l’idea della vendetta fu tutt’uno. Roba di pochi istanti.
Nanosecondo: quel tempo che passa dal momento in cui si crea un piano di tremenda vendetta nella testa, e il momento in cui si è certi di doverlo attuare subito, senza indugio, senza esitazione.
Entrai in bagno, chiusi la porta, mi ci appoggiai piano con la schiena e respirai un istante a pieni polmoni.
Cercai con lo sguardo lo specchio, mi ci avvicinai piano e scimmiottai le femmine che si rimirano assumendo qualcuna delle pose più civettuole e ridicole che mi vennero in mente. Poi sorrisi a me stessa.
Uno, due tre, contai mentalmente fino a dieci, poi, esattamente come ero entrata in bagno, aprii piano la porta e tornai in salotto.
Con un sorriso rassicurante mi diressi verso di lui, verso il divano.
Lei era ancora di là, al telefono con un altro ex (come ci spiegò in seguito) con cui era rimasta in analoghi buoni rapporti.
Perfetto.
Qualche secondo di ghigno soddisfatto di cui sarebbe stato impossibile accorgersi, e fui di nuovo sul divano accanto a lui. Con tutta me stessa, se così si può dire.
Aprii un po’ le gambe, il massimo possibile senza assumere una posa volgare, e abbassai il busto per appoggiare le braccia sulle ginocchia, e il mento sulle mani.
Dovevo avere sicuramente un’espressione molto seria così, perché lui evidentemente si preoccupò e si avvicinò al mio orecchio per bisbigliare un:
- Allora, va meglio? Ti senti bene? Sembri strana…
Tirai un sospiro di autocommiserazione e gli bisbigliai in risposta:
- No, solo un po’ di mal di testa, lo sai come mi succede, l’ultimo giorno delle mestruazioni, poi un po’ di nervosismo per questa storia…
- Ma hai risolto?
- Ho risolto.
- Ok, però rispondimi lo stesso. Non ti senti? Vuoi che ce ne andiamo?
Abbassai un altro poco il busto, schiacciandomi ulteriormente verso il basso, quel tanto che mi permise di allargare ancora, impercettibilmente, le gambe e far scivolare l’abitino elasticizzato qualche altro centimetro più su. E mentre, contraendomi, dondolavo il culo per strusciarmi sul divano, lasciai uscire un sofferto:
- No. Tutto a posto. A posto così.
Un rosso decisamente vivo, non c’è dubbio. Identico.
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Feroce. Feroce come i denti che non smettono mai di essere taglienti, e possono sempre ferire.
Feroce come gli altri non vogliono vedermi.
Sono nata perché ero feroce, e morirò quando non riuscirò più a esserlo.
Ferocia. I rapporti nascono perché la ferocia non avanzi autoalimentandosi: l’amore è una scusa sventolata da chi ha paura.
La ferocia mi dominerà sempre, d’altronde l’ha sempre fatto. Non vuole uccidermi, ma nemmeno soccombere e morire.
La ferocia è la mia salvezza, e nella mia ferocia sono sola, in via definitiva e inarrestabile.
Da quando mi sono trasferita poche volte ho avuto paura di desiderare di fare retromarcia, ma sono rinsavita.
I letti scarseggiano, e il mio, vuoto e solo, è una vera rarità.
La gente non mi dà più emozioni, i bambini si ripetono: e dire che una volta entrare negli occhi di un bambino mi drogava al punto di liberarmi dalla ferocia.
E’ andata così, e quasi me ne compiaccio: perché anche io sono caduta nella trappola di credere che i bambini fossero esseri umani diversi, e perfino puri.
Ci mettono poco a marcire.
Io sono diversa: non sono marcita, sono affondata, colata a picco in un istante.
D’altra parte, o credi che Babbo Natale esista, o sai, capisci, che in realtà non esiste. Non c’è modo di imparare a pochi capitoli per volta vita morte e miracoli del vecchietto… ops, ho detto miracoli ma il miracolo non c’è stato, il vecchietto è morto di morte naturale, pazienza.
Io non ricordo la mia vita mentre crescevo, ricordo un prima e un dopo, e li ricordo attaccati.
Nella mia vita reale mi colpiscono al limite morboso del voyeurismo i crimini a sfondo sessuale, mi ci sento sempre dentro; nella mia vita immaginaria del periodo middle cancellato dai neuroni, ho subito molestie sessuali non meglio identificate, non traumatiche ma decisive. Il mio amico immaginario ha degli ottimi argomenti per questa tesi balordo balordo: ricordi veri presunti o sognati, improbabili segni fisici che qualsiasi cosa potrebbe aver causato, considerazioni forse non inverosimili sulla mia sessualità incerta e sul mio passato sentimental-erotico.
Io non gli credo molto, ma la mia anima feroce si ciba avidamente di ipotesi del genere, e si crogiola nella possibilità.
(Eppure ci vorrebbe una ventata di freschezza per dissolvere i discorsi prolissi, egocentrici, drammatici e lamentosi).
Ma la mia ferocia si rifiuta di pensare a me come vittima del passato, e d’altronde io mi rifiuto di pensare a me come vittima della mia ferocia.
Quindi, per passare la mano al prossimo giocatore senza bloccare il giro e l’intero tavolo, faccio quel che meglio nutre la mia ferocia. La porto a spasso, giù, in giro per le strade, a prendere parte alla farsa, per succhiare un po’ il midollo dalle ossa della gente, da tutti gli ossicini piccoli, che mi verrebbe di frantumare sotto i tacchi.
Se ne portassi.
Cattiveggio. Spazio in queste aree così fresche e aperte, che la mia mente copre di un velo nero per sentirsi a suo agio, un velo liquido come nero di seppia, viscoso come asfalto bollente.
Stendo il mio velo traslucido per assegnare le parti, e inscenare uno dei miei bassifondi: non mi sento in colpa se non risarcisco i danni.
La mia apparente fragilità, questo manto di educazione forbita, questa grazia androgina sono le uniche armi che possiedo.
Entro in un grande magazzino, lo intendo come tale ma forse è un termine antico che non si usa più. Entro e giro tra gli scaffali con gli occhi di un cerbiatto instabile sulle zampe, al cui confronto quelli di Bambi sembrerebbero luciferini.
Entro e maneggio con cautela la mia arma segreta: la femminilità e la bellezza. So che nel giro di pochi istanti una commessa cocciuta comincerà a darmi del filo da torcere, la mia meta è stata il reparto cosmetici da quando ho varcato la soglia. Il reparto che per me potrebbe sparire dalla faccia della terra.
Nel mio sfidare la pazienza dell’invadente commessa di turno c’è un sadismo che non è puntiglio, c’è un’indecisione che non è uterina, c’è un’instabilità che non è, uuuuuh, il-fascino-del-mondo-femminile.
No.
Io rompo solo il cazzo, senza l’acidità di una donna mestruata (ma anche no), senza mossette isteriche di incertezza, senza transigere quando fiuto una mossa strategica della brava donna, tesa a voltarsi per alzare gli occhi al cielo, sfinita.
No, spiacente.
Il mondo non è statico, non è la sua natura; quindi se non lo tollero così com’è, abbiate le palle di sorbirvi un’approfondita esegesi dei mali del mondo, firmato: io.
Alla fine ottengo quel che voglio: provo tutto, sporco il bancone, infastidisco la commessa, non compro niente, ottengo urla, strilli, strepiti dalla donnetta, e godo al vederla richiamare dal superiore. Che, ah, beh, in quanto maschio, non tollera che una donna non riesca a sopportare i capricci distonici di un altro essere di sesso femminile. La poveretta risponde, si giustifica, poi scatta, mi offende urlando, si rizzela. E lui la licenzia. Almeno, questo hanno voluto dare a bere a me, povera stupida cliente; nella convinzione di avere un round mio, abbandono il campo.
Infine, mal sopportando la folla, odorata più o meno da lontano ormai per quasi un intero pomeriggio, ho un ottima scusa con me stessa per tornare all’abietto (il divano), sperando di tenere a bada qualche altra ora la ferocia.
Tante care cose.
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L’allegra bimba cattiveggia sempre meno.
L’allegra bimba gioca.
L’allegra bimba, ora, ha cambiato vita.
Ha concesso un po’ di amore finale a sé e al suo (non più) amato, alleggerendo due persone.
L’allegra bimba sta sedando la cattiveria, perché dopo tanto tempo ha voglia di avere a che fare col mondo. E gioca, e lancia sguardi, e tocca mani. E riceve emozioni. E riesce a parlare senza strapparsi i denti, e senza sanguinare dalle orecchie.
E comunica, diavolo se comunica. Ci riesce fin troppo, perché riceve qualcosa che aveva dimenticato si potesse anche prendere, oltre che dare: la carne.
Carni-foro, uno degli interlocutori privilegiati delle sue notti liquide e silenziose, le risponde con carne liquida e grave. Grave perché ha un centro gravitazionale potente, che vorrebbe assorbire la carne della bimba. E la bimba per un po’ è tentata, poi ritrae le sue otto (sei?) zampe sensuali, e prova a scrostare la carne dal desiderio. E l’interlocutore… tace.
Ma i sensi dell’allegra bimba sono risvegliati da questa carne, cercata e rifiutata, invisibile.
I sensi della bimba sono forti, e voraci, e prepotenti, e non tollerano più finti confessori, finte anime gemelle che scambiano sensi fintanto che non sono costrette a mettersi in gioco.
E allora, la bimba fa una cosa che non ha mai fatto: prende, egoisticamente prende e pretende.
Pretende che la carne altrui non sia solo uno spiraglio di luce in mezzo alla spazzatura che la circonda, e pretende per sé i frutti dell’unione virtuali con gli sconosciuti carni-fori: vuole l’affidamento in-con-di-zio-na-to dei figli dell’unione. E allora, prende ogni emozione scaturita dal contatto, e la riversa nel suo fiume, sotto gli occhi di tutti, le regala al mondo come gocce della propria carne.
La bimba ora scrive. Diluvia con le parole. Irretisce altri incauti lettori, con le sue angosce e i suoi piaceri.
Ma qualsiasi cosa faccia, sente finalmente di esistere. Di essere qualcosa. E le sue parole sono urlate, buone o cattive che siano.
E gli estratti della sua carne fanno rabbrividire.
Un giorno qualcuno riceverà il ringraziamento che gli è dovuto, per questo. E per quello che mi ha dato. Amore sepolto, grazie di avermi offerto la tua casa per pensare. Ti ringrazio per le tue braccia, quelle che non mi hanno respinto nemmeno ora.
Grazie per il tuo sole, quello che mi ha riscaldato di più perché mi colpiva in tua presenza.
Grazie per la mia cattiveria, a cui hai assistito con una neutra saggezza che ancora ammiro.
Questo è il mio diario di giorni di sole.
Oggi è il 23 agosto 2004. Sprazzi di solitudine, sprazzi di compagnia.
11:39
Il giorno mi s’aggrappa addosso.
La decisione c’è stata, la matassa parzialmente sbrogliata.
Rumore di qualcosa che gronda scivolando, cosa? Le mie orecchie.
Vulcano. Dio della lava. Che mi obbliga a muovermi. Per non scottarmi.
Vulcano che ora si sta raffreddando in assestamento. Questi giorni che ho passato a soffrire di me stessa mi si sono aggrappati addosso. Per questo andranno ringraziati. Ma ora non so come si fa.
Ora solo, bisogno, con tormento, di sesso appiccicoso. Che mi si appiccichi addosso, almeno lui. Che mi trascini fuori lontano dal mio silenzio.
Il silenzio è attesa. Io non posso più aspettare.
Cattiveggio ancora. Ma non me la prendo solo con me stessa. Gli altri hanno il diritto di essere lasciati in pace.
E allora. Sola dappertutto. Sola, ovunque. Ovunque sia, sola.
11:49
Potenza rinata dalle proprie ceneri. Quando rischia di sciogliersi, pregasi cortesemente di riattizzare il fuoco.
E riattizzare me.
11:50
Parlo per ricostruire i bassifondi. Appenderli nel mio armadio per riutilizzarli, no. Non è più possibile. Niente spazi. Niente fughe. Niente aria. Avvertitemi quando comincerà a vedersi la testa.
11:51
Pensieri di un minuto. Follie di un giorno. Trappole di una notte. Sodomie dell’anima. Acchiappare la mia voce prima che sfiori qualcuno generando scosse elettrostatiche, impossibile. Colpa vostra, se non vi premunite.
11:52
Diavolo d’un sole! Troppo caldo, devo chinare la testa e raffreddarmi, pentita. Non c’è spazio per me, al suo cospetto.
11:53
Salto. Temporale. Di minuti fragili.
Di macchie incartapecorite del mio intelletto.
Di tessuti spinosi… e inavvicinabili.
E perché poi, sempre a me?
Il mio dolore mi ha già strappato la pelle, come un gatto a nove code che è terrore per i miei occhi. Già tutto il sopportabile è entrato nelle mie vene.
La morte. La mia. La peggiore. Quella che ho desiderato, violenta, e ritenuto giusta e dovuta per me stessa.
Per fortuna la mia pelle mi ha contenuta a dovere, per carità, per pietà, come un sacchetto di plastica, come un preservativo riempito di acqua, lei si è comportata a perfezione. Non è scoppiata. E io ho tenuto duro.
E solo il cuore mi ha dato disposizioni per muovermi.
Un appello: alla carne che invece sta per scoppiare.
Non è così: scomparirà, senza farmi del male.
Sostituita da nuove cellule, fresche giovani, profumate speziate. Da attivare chiunque. E stavolta anche me.
12:00
Suono orribile. Rintocchi di vecchiaia.
Obbligata a sentire, bestemmio anche più forte, se possibile. Ché mi sentano.
Mi hanno sentito. Deve essere successo qualcosa. Per la prima volta nella storia, le campane della chiesa tanto odiate, si sono zittite prima della fine. Che sarà successo?
12:13
Devo abituarmi ad accomodare i miei pensieri piano piano. Non c’è fretta. Sono sempre lì. Sbattono, cullandosi da un lato all’altro del cranio. E magari si gonfiano un tantino. Così almeno quando sono un po’ più grandi, gonfiati dalle botte e dai tamponamenti reciproci, sono anche più visibili e certi. E io li posso prendere e aprire sul tavolo. E utilizzarli fino in fondo.
12:15
Smetterò di scrivere poesie. Troppo stupido. Di aiuto per nessuno. Non è vero, non lo penso. Ma devo cercare nuovi sentimenti, nuove melodie. E parlare senza fermarmi, mettendo un punto. I punti non servono.
15:35
Le mie paranoie ricadono sdrucciole vittime della propria eco, dopo aver urlato a lungo. Un… attacco… di… cattiveria. Non voglio distruggere ancora chi rimane vittima delle mie feroci (insulse) accuse. Voglio salvare gli altri da me, e se rimane un po’ di spazio, riservarmelo.
Accosto suoni. Invento melodie che non si possono ascoltare, perché il rumore scaturisce dalle mie ossa sgranocchiate dal mio cervello. No… non sono l’unica a poterlo ascoltare. Ma ci vuole allenamento. O lampo di genio con-senziente.
15:39
Ho scritto una storia.
Una storia surreale, senza finale. Senza conclusione perché è una storia che non vuole diventare normale. Dunque, come me, non vuole crescere. Una storia che comincia in un mondo surreale.
Io, novella Garp, dalle mille dita, tutte furiose di movimenti negati dal tempo che non basta.
Ho inventato un mostro.
Un mostro anche molto divertente, ma sostanzialmente superfluo nel corso degli eventi.
Un mostro piccolo: divertente eppure antipatico.
Vitale eppure immobile. Un mostro che risiede nella mia ragione. E che ho relegato da qualche parte perché voglio esistere come essere amante e sensi-fico. Sensi-geno. Sensi-voro.
15:45
Perché attraverso il surreale si comprenda meglio quel che è cruda realtà nei miei occhi, benché non nelle mie azioni, nelle mie mani. Avere, offerto e benservito, il conto finale.
Il mio mostro surreale. Un giorno lo racconterò anche qui.
16:00
Notte. Come ieri notte. Mi sveglio ad un orario non troppo tardo (ma, sì… “tardo”) dopo una caduta in catalessi davvero troppo veloce (troppo presto). Mi sveglio, in mezzo ad urla.
La solita manciata di litigi insignificanti.
Di fronte, dalla mia finestra, le luci che mi raggiungono insieme alle grida.
C’è un muro grigio fumo, grigio di fumo, e di stanchezza. L’intonaco chiede pietà. Anche quelle pareti non hanno più la pazienza di stare a sentire quelle urla. Che c’entra con me? Nulla. A parte lo squallore che in me è presente, e ben mascherato, e in loro è tutto ben visibile, in questa carcassa esteriore che è il loro corpo, il loro aspetto, tutta la loro vita. Ché, interiore, non hanno che uno zero.
Quest’ora, che ora non so, è solcata da piatti tagliati da urla lanciate per aria. Con contorno di cani ululanti alla luna (il loro cane) e, per dessert, con bambini che schizzano fuori in isteria fumosa non domata. Meglio sarebbe domare i genitori. Mi sembra di abitare in un vascio dei Quartieri Spagnoli. Questi sono duri e freddi, almeno là si accoltellano con il cuore. I piatti volano con sentimento.
Non è l’essere svegliata, che mi infastidisce. È l’eco che arriva sulle pareti della mia stanza, l’effetto stereo che pare catapultarmi al centro della scena, complice la semi-incoscienza del mio stato di sveglia.
Posso recitare una filastrocca per quei bambini che non hanno il diritto di sognare?
Vorrei avere il compito di raccontargli una fiaba di orchi e streghe, per relegare i cattivi al mondo della fantasia. E risparmiargli il tempo, ora, per quando gli sarà destinato di avere a che fare con cattivi estranei. Ma naturalmente deve servire a qualcosa anche la loro vita. E sicuramente la mia follia solida non è da meno delle mazzate di papà e mammà, per loro. Meglio infilare la follia sotto il guanciale, per ora.
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Stamattina sono cinicamente felice. Una specie di ondata di freschezza. Sarà che sopportare a lungo il dolore fisico rende più buoni. A me provoca un ripensamento, una specie di pentimento per il rifiuto del mondo che manifesto praticamente sempre. Ho anche avuto una bella piccola notizia che dovrebbe rallegrarmi. So che tutto questo è effimero, ma di questo me ne infischio e almeno per il momento qualcuno mi mesce nel bicchiere un piccolo goccio di serenità. Ieri dov’ero, con chi ero? Ieri forse amavo. Sempre nel patetico modo che mi è dato di amare. Voglio cercare qualcuno. Voglio andarmi a sedere vicino al lago a scrutare gli altri che si amano. Guardona di sentimenti.
Ho sempre amato questa panchina. È un po’ lontana dalle altre, posso vedere tanto con la scusa di un cappello o di occhiali scuri. Ho portato un libro che non finirò mai, ma che mi dà un’aria tremendamente intellettuale. A pensarci sono un mostro, guarda che calcoli, tutte mosse mirate. Sono un vecchio pervertito che studia il mondo dei giovani per avere più esche da usare con le sue vittime. Forse stavolta abbasso il tiro. La parte più bella del mondo in questo istante è una bambina di non più di sette anni con due enormi guance rosse e una serie di ciocche di capelli che qualcuno ingenuamente ha pensato di poter domare con un buon numero di fermagli. Il bello è che mi guarda. Lei guarda me. Sotto gli occhi vigili della madre, ovvio, ma poco in fondo, perché sembro una persona innocua. Non qualcuno da cui ci si debba difendere, casomai il contrario: una persona a cui chiedere di guardare “un attimo la bambina, vado a prendere una cosa in macchina, le dispiace?”. No, certo che no. Mi hai fatto un regalo, cara premurosa mammina. Ora potrò, anzi dovrò scrutare la tua figliolina, e lo farò per i miei scopi oltre che per i tuoi. Ma in effetti l’ingenua sono io…
È che non ho bisogno di cercare, ho già uno spettacolo davanti. Non avevo visto lo zainetto nascosto sotto la panchina, la piccola ne caccia fuori un quaderno e un astuccio, poi cerca la penna che preferisce in mezzo a tante, “ogni tanto mi devo esercitare, mamma dice che anche se non sono a scuola devo scrivere un po’”. “Giusto”. “Mi metto vicino a te a scrivere”. “Va bene, sai già cosa scrivere?”. “Quello che ho fatto oggi pomeriggio”. “Stavate da molto qua vicino al lago?”. “Eh, un pochino, dopo pranzo abbiamo aspettato papà ma poi non è venuto e allora siamo usciti”. “Allora faccio silenzio così puoi scrivere”.
Passano una decina di minuti. La madre è tornata, ma la piccola è rimasta sulla mia panchina. Dal silenzio naturale degli uccelli e degli insetti la vocina mi richiama dal lieve torpore in cui stavo cadendo. “Ma tu come ti chiami?”. Glielo dico. Faccio parte delle sue composizioni. “Allora ci vediamo tra un attimo”. Torna dalla madre, si fa correggere qualcosa poi strappa una pagina dal quaderno e me la consegna. “Questo è tuo, è la fine del pomeriggio. Noi ce ne andiamo, ciao!”. Alzo gli occhi a cercare la madre per scambiare un cenno di saluto, sono ancora intontita. Non dovevi farlo, ora non ho scampo. Non ho nemmeno il tempo di aprire il foglietto che già sono fuggiti. Poche parole su di me, sono stata una delle… “cose da notare” del pomeriggio passato al lago e quindi le righe che mi ha dedicato toccavano a me. Doveva sapere il mio nome, per completezza. No, ora sono decisamente frastornata. Improvvisamente mi sento troppo vecchia.
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Credo davvero di poter prevedere i miei pensieri? Credo davvero di possederli? Ora, come nei momenti di maggiore tensione, li forzo. A volte mi serve. Ogni tanto dovrei confidarmi con qualcuno per ricordare a me stessa come sono andate le cose. Come sono andate le cose…
Come sono andate in realtà è una versione dei fatti che non esiste. La versione definitiva. Dal momento che non esiste e mai esisterà tutti si sentono autorizzati a sentenziare e a ritenersi depositari della propria verità. Ma non è dato a nessuno contenere il mondo.
I bassifondi di stasera sono pruriginosamente personali. Mi sto torturando con questioni irrisolte. Il passato, il presente… Rincorro pezzi di ricordi che una volta avevano perfino una collocazione. Ormai i tempi sono cancellati, tra poco lo saranno i ricordi stessi, improvvisamente sorgerà un ricordo sostitutivo che forse sarà più in grado di rendermi giustizia. Un processo mentale non del tutto voluto da me, nel senso che ora che sono lucida e consapevole non voglio trovare giustificazioni al mio operato, voglio essere orgogliosa delle mie scelte sbagliate. Vorrei poter dire che anche in passato inconsapevolmente potrei aver agito sulla base di quell’istinto di cui parlavo prima, quella felicità dei sensi maligni e felinamente veloci, conduttori della giornata. Vorrei poterlo dire, beninteso. Non lo sarà mai perché ho in realtà agito sulla base di complicatissimi ragionamenti, delicate prove, verifiche, folli esperimenti e assurdi e frustranti tentativi.
Come si può pretendere di ritenersi unici veri interpreti di qualcuno che non può comunicare? Veggenti impossibili.
Scommetto che camminare accanto a me quando cattiveggio per le strade è bellissimo per il mio accompagnatore. Lui, che sa, può vedermi pensare. Può esaminarmi mentre succhio il mondo. Può godermi mentre cerco il piacere dalla realtà altrui. Chiunque conosca i miei scopi li vedrà scolpiti nelle rughe del mio volto e nei movimenti del mio corpo. Mentre non sto facendo alcunché di notevole io faccio già tutto. E basta conoscere le mie intenzioni per vedermele addosso.
Cammino troppo lentamente per la mia età. Nei miei giri soliti, civili diciamo, sono velocissima, al limite dell’isteria. Scarto e sorpasso, volo su… ciurme di carrozzini, bambini frignanti, amiche in giro per spese e vecchie con l’ansia da scippo.
Ma quando rinuncio alla civiltà sono quasi ferma. Provo ad amalgamarmi a mondi che d’istinto eviterei in blocco, perché ho indirizzato l’istinto con la ragione, le mie contorsioni mentali hanno sfornato un criterio di interazione tra me e gli altri. E questa costruzione ragionatissima si serve paradossalmente proprio dell’istinto per orientarsi, con l’unica concessione di aver forzato me stessa, con la ragione, a entrare nel mondo; salto brutale perché c’è sempre una malcelata misantropia che minaccia di prendere il sopravvento.
Come provare a farsi piacere una canzonetta popolare ruffianamente orecchiabile. Il mio ragionevole rifiuto si trasforma in una stupida pollyannesca capacità di apprezzare qualsiasi cosa, anche quelle coscienziosamente e onestamente detestabili.
Le mie mosse sono anche imprevedibili.
Ho appena cambiato marciapiede, e questo non mi impedisce di cambiare di nuovo dopo pochi istanti solo per inseguire una preda. La vedo sostare ad una vetrina, colgo i suoi occhi voraci dei lampi lanciati dagli oggetti crudelmente esposti in un negozio probabilmente troppo lontano dalle sue possibilità. Quel movimento di occhi… non è curiosità, non è sciocco desiderio del giocattolo nuovo. È brillante. L’istante successivo non ho più dubbi, voglio quell’ardore per me. Con movimenti felini sono all’altra estremità della vetrina, e lancio un’occhiata ad un oggetto che si trova sotto i suoi occhi. Ovviamente colpita anch’io (ma tu guarda le coincidenze…) faccio per avvicinarmi a guardare meglio e devo naturalmente chiedere permesso alla mia vittima, ancora illuminata da quello sguardo. Non c’è il tempo di modificarlo, mentre gira gli occhi verso di me e mormora un “prego” tanto morbido e leggero quanto erano profondi i suoi occhi. Per fortuna tutto ciò si svolge nel giro di pochi istanti e, ripeto, la vittima non ha il tempo di distogliere i pensieri dalla piccola estasi che avevo notato.
Non ne ha proprio il tempo, e quello sguardo, prima di modificarsi, ora è mio per sempre. Occhi ciglia e cuore. Ho scattato la fotografia per i miei sensi affamati. Per oggi potrebbe anche bastare…
Un altro piccolo momento di felicità si è appena concluso. Non è pessimismo, sono solo tornata alla mia condizione abituale. Se è così che vivo non posso farci nulla. Cerco piccole gioie per dimenticare che sono infelice, delusa e insoddisfatta, che è il mio stato naturale. Faccio finta che una momentanea felicità sia sufficiente a riempirmi le giornate e a impedirmi di ritornare nello stesso dolore di prima. Mi prendo solo in giro, la mia vita è già segnata.
Un’altra piccola felicità si è chiusa. Posso tornare a scorticarmi, come al solito. Ho smesso di essere capace di piangere, e il dolore ormai è entrato a far parte di me, come una ferita chiusa male, ormai cicatrizzata, che lascia un brutto segno, al punto che si dovrebbe solo riaprire per farla chiudere bene, ma ormai è andata. L’angoscia mi si è cicatrizzata dentro, ora non ho più armi: sono definitivamente indifesa.
La mia esistenza è segnata dal dolore, soffro anche (soprattutto) quando sono felice, chi sa spiegarmi perché?
Perché non ho imparato anche a essere felice, come una cosa naturale e regalata dall’istinto dell’evoluzione, come succhiare il latte dal seno materno o andare in apnea in presenza dell’acqua?
Il mio alter ego non sa che farsene di queste lagne.
Lui va comunque per strada, sfrutta il dolore per trarne piacere. Io invece, in un momento, come questo, in cui sono sommersa dai miei vuoti, soffoco nell’incapacità di sollevarmi dalla mia condizione, e finisco per bruciare tutte le mie risorse.
Me ne infischio della strada. Stasera non saprei godere di niente, nessun sorriso, nessun amore estraneo, figuriamoci del mio. D’altronde non so più cosa voglia dire amare, il concetto mi sta diventando estraneo, ci sono entrata dentro in uno stato di ebbrezza e ora che sono lucida tutto sembra perdere significato. Ed io, principalmente, sopra ogni cosa.
Ora ti saluto. Come amica non voglio ammorbarti, e come amica non devi pretendere di sapermi risollevare. Mi hai ascoltato, di più probabilmente non è possibile. Buonanotte, ci sentiamo domani.
A cosa può servirmi questo residuo di energia? Mangiare è assolutamente impossibile, perché non posso nutrirmi per via endovenosa? E depennare la nutrizione dalla lista di attività che mi danno godimento, almeno momentaneamente. Eliminerei tanti problemi e mi priverei di un altro piacere, il cibo. Un altro dei tanti piaceri che servono solo come piccole distrazioni dalla mia occupazione di portatrice di dolore (portatrice come phero, non ho intenzione di dare io una sfumatura precisa alla parola).
Potrei ascoltare musica, ma non intendo cantare, intendo sfinirmi nell’ascolto. Potrei regalarmi un po’ di sano effimero piacere organizzato, ma mi sembrerebbe di aprire una scatoletta di carne e rovesciarmela nel piatto, pretendendo invano che poi mi ci appassioni. No, anche la sega è rimandata.
Le mie mani odorano di vino. Com’è possibile? Chissà quale combinazione di oggetti ho toccato, quale successione di posti ho visitato, cosa si è sommato nella mia pelle. Stento a credere che siano sempre le mie mani, è la prima volta che odorano di una fragranza così precisamente forte. No, forse ero confusa. Altri odori interpretati troppo frettolosamente. Un segno del tempo, che mi dà il suggerimento di ubriacarmi? Può essere, ma sono già troppo stanca. Crollerò di sonno anche senza. L’energia è servita solo a sgranare altri pensieri.
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Sono di nuovo di fronte alla luna. Ti sto cercando di nuovo, cerco il personaggio, cerco l’alter ego. È pur sempre un impiego momentaneo utilizzato per riempire il tempo, me ne rendo conto perfettamente. Stavolta non volevo uscire e quindi sto cercando di raggiungerti senza dovermi servire di persone piacevoli. Esterne, ovviamente, e quindi piacevoli.
Non mi piaccio. Mi godo dall’esterno, come se leggessi di me stessa nelle pagine di un libro. Conoscendomi solo così, poco per volta, e scoprendo le mie malignità come in un libro, ne sono seriamente affascinata. Ma so che il mio atteggiamento nei confronti del mondo è dannoso, e ne sono disgustata, infastidita, schifata come odore di merda troppo vicina per allontanarcisi.
I libri degli scrittori, famosi e non, mi entrano dentro e diventano una sfumatura del mio carattere, ovviamente i libri che mi piacciono. Mi entrano dentro come valore positivo pur se fatti di elementi negativi. Quando poi provo a rintracciare in me gli stessi elementi negativi e a vederne la bellezza, la singolarità, il coraggio, non trovo che fango, abbandono, sentimenti scialbi o falsi. La mia merda non è merda d’artista.
Elogio di una vita squallida. Proviamo a vederla come una scelta, il coraggio di vedere il mondo un inferno e di volercisi adeguare. L’autonomia rispetto alle teorie dominanti, alla semplicità della gente. Per me nulla è semplice, mai lo è stato e senza dubbio mai lo diventerà. E allora assecondo gli istinti in quanto scelgo di dar ragione all’istinto. A questo punto non ha interesse il punto d’arrivo perché la serenità è nei singoli istanti quotidiani, ogni piccola svolta a cui rispondo con lucido dolore.
Sono a colloquio con mio padre. Come al solito salta a piè pari i momenti in cui parlo io, per pavoneggiarsi e compiacersi dei ben più lunghi momenti in cui conversa amabilmente lui. Le mie non sono vere risposte, veri commenti, solo un riempitivo. Mi toccano quei cinque secondi, qualsiasi cosa ci infili dentro lui prepara già il seguito del suo monologo. A questo siamo giunti. Meglio dire che lui è a colloquio con se stesso. Ma non potrebbe rischiare di farsi ridere appresso sperimentando il suono della propria voce allo specchio, dunque necessita di interlocutore. Servito.
Amaro e ingrato compito. Preferisco, e ne sono contenta per molto tempo dopo la fine della conversazione, offrirmi volontaria per questa mansione, per sperimentare la mia acidità in un momento in cui essa forse viene tollerata al massimo grado. Mai come in queste occasioni sono libera, brutale e cinica, perché vengo fraintesa e la mia viene scambiata per ironia o addirittura vena di comicità.
Com’è difficile discutere. Com’è utopico il compromesso. L’uomo, questo dominatore. È il titolo di un film di non ricordo più chi, però ce l’ho e se riprendo entusiasmo potrei anche darci un’occhiata. Ho perso l’entusiasmo, perché la comunicazione è un’illusione. Si comunica davvero esistendo. Scopo uno, e gli comunico davvero cosa sento. Lo bacio, lo prendo a pugni, è lo stesso perché mando un messaggio. Ma parlare è una sovrapposizione di messaggi. Beninteso, se sai essere davvero un animale. Se scopo, ho detto infatti: una via di mezzo è peggio ancora, non essere in grado di scopare ma non amare l’oggetto del desiderio implica di inserire troppi aspetti ragionati nell’azione. Se scopi, comunichi grado zero. Se ami, comunichi grado mille o uno, cioè grado infinito se ci riesci davvero, ma senza contraddizioni e incertezze. Ma se non fai né l’uno né l’altro, allora comunichi su più livelli, e il messaggio non è definito.
Mio padre non vuole nemmeno sentire il grado zero: ha smesso di ascoltare da troppo tempo ormai. Mi sembra quasi che sia già morto, in fondo uno spirito potrebbe parlarmi, io sentirei tutto ma non potrei esprimere commenti o disappunto per quel che dice. Forse dentro è già morto.
Ci spostiamo in cucina, vorrei qualcosa ma sono troppo stanca per cucinare. Riempio la tazzona di latte, non sono neanche in grado di farmi il caffè, ripiego su quello schifo solubile, pochi secondi e avrò fatto finta di dare un sapore a questa sbobba.
Il piacere di mangiare, lui in questo istante mi sta rimproverando la mia pigrizia, l’ho sempre avuta, non cambierei nemmeno i vestiti se qualcuno non me li lavasse, ma senti questa se c’è qualcosa che mi appartiene è la mia capacità di essere autonoma. Che poi non ritenga un dovere morale cambiarmi spesso, perché l’esterno mi appartiene quanto i miei pensieri e difficilmente posso variare entrambi, questo è secondario. Anzi, è così importante che comunque non verrebbe capito. Cosa si può fare con un padre che si parla addosso sfruttando la tua presenza, in cucina, di sera tarda, davanti ad una tazza di latte che fa schifo? Non lo so, non lo sa nemmeno lui perché in un attimo di silenzio ha perso il filo e non trova più nulla di importante o di tagliente da dirmi.
Io a questo punto ho tutto il tempo di pensare a cercarti, e risveglio con una enorme difficoltà pezzettini del mio corpo che sono i diretti responsabili delle mie cattiverie. I bassifondi inesistenti. Li creo come più mi aggrada. E mentre vado in giro ne esploro un pezzetto e sperimento quanto davvero mi appartenga, quell’angolo, quell’edificio, quella strada. Ogni cosa è la materializzazione delle mie cattiverie.
Ho la scusa del sonno per liberarmi di mio padre. Non che spesso non mi abbia inseguito fin sul letto, ormai in preda ai suoi personali deliri, naturali e anche cercati, schiavo dell’ultima freccia in attesa di essere scoccata. Ma io mi guardo bene dal considerare la ferita sul mio corpo esattamente la ferita che lui voleva provocare. Quella ferita me la sono provocata volontariamente come conseguenza del rifiuto della sua freccia, la lacerazione è uguale solo in superficie ma so solo io fin dove arriva e che forma prende.
Cerco te continuamente, la mia attenzione e la mia volontà cala solo per un effetto forse chimico, forse fisico o psicologico, in seguito al calare della luna all’orizzonte. È solo lei a impedirmi di continuare stasera, e inevitabilmente mi porterà a cercare di calmare la mia sete per stanotte. La mia ricerca non si interrompe, il mio desiderio è solo virato, modificato, nella stessa misura in cui la luna vira sempre di più verso il giallo, poi l’arancio e se sarò fortunata il rosso. Poi finalmente si spegne, e io le do ragione.
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Potrei andare a donne. Andar per donne. Ok, per uomini, ma non è che si comprenda tanto detta così.
Sarei l’alter ego di qualcuno che ancora non conosco, me ne rallegro ma non lo voglio conoscere, voglio solo sperimentare l’alter ego.
Ora sono nel mondo reale. Prendo, esco e mi ritrovo per strada. A volte lo faccio apposta, accantono il buon senso, il senso comune di civiltà e sana convivenza. Quando sto per incrociare la traiettoria di qualcuno, è lecito aspettarsi che entrambi debbano deviare quel tanto che basta a non toccarsi, per carità, evitiamo il contatto fisico se possibile. Invece mi irrigidisco, non recito la mia parte e la contromossa dell’altra persona non è sufficiente ad evitare il contatto, meglio, l’impatto. Per un istante ritrovo la mia dolce maschera femminile e chiedo scusa, il che già è sufficiente a produrre il sorriso di non-importa che cercavo. Ma prima di dare le mie scuse ho avuto il contatto. Sia ben chiaro che scelgo accuratamente le vittime, quelle che possono attirarmi dall’odore, reale o immaginato. Dalle movenze, dal modo di guardare la strada. E mentre vago lentamente con le mani in tasca con l’aria di un pensatore di altri tempi, intimamente sto solo fiutando sempre e solo la stessa cosa: persone che mi piacciano. Poi torno a casa e scrivo, e penso di aver scontato la mia cattiveria programmata, ma non è sufficiente. Allora ridiscendo, cattiveggio ancora un po’, sosto da qualche parte a godermi il mio spettacolo, riprendo…
Se riversassi in parole (cioè se fossi certa di darne l’esatta trascrizione) le immagini che filmo con la mia telecamera di neuroni, il mio compito sarebbe esaurito. Ma dovrei avere la certezza che la visione, o la lettura, di quanto prodotto, contenga in sé anche tutte le emozioni, le scottature, le scariche e gli sconvolgimenti che ci sono all’origine. La questione probabilmente è solo il mezzo, il cinema dà emozioni mostrando nulla, forse è il mezzo più completo ma non basta.
La strada è in ebollizione. Sia quando è piena che quando è deserta. Sento i pensieri e le sensazioni sotto le scarpe, sento ogni infinito infinitesimo spostamento del cuore come se avesse scritto sul cemento. Confusa, forse, la strada piena, perché è un work-in-progress, sento le emozioni sedimentate e sono presente alla creazione di nuovi sedimenti. E i miei sedimenti? In questa situazione la mia presenza diventa come il monitor che trasmette l’immagine di se stesso che trasmette l’immagine di se stesso con se stesso dentro eccetera… le mie elaborazioni sulle anime che vedo scorrere sono reali? Riesco a isolare il primo monitor?
Ecco, ho urtato un’altra persona. Bella ragazza, preferisco urtare le ragazze perché non pensano come prima ipotesi a uno scontro volontario, visto che non sono uomo e apparentemente non dovrei avere l’intenzione di abbordarle. Quindi restituiscono un sorriso più spensierato, genuino, rilassato. E io, doppiamente colpevole, me lo godo in gran segreto.
Potrei andare a donne. Forzare un’intimità aggressiva e rozza, rendermi rozza e abbrutirmi per non costringermi a pensare. Anche questa in fondo ci vorrebbe. Fare esperienze ed esperienza squallide per studiarci su più a lungo. E allora, facciamolo…
Sono entrata qui, mi spaventerebbe se non ricordassi che me lo sono cercato scartando posti meno luridi. Non voglio l’avventura, non mi interessa, voglio forzare i miei limiti etici, morali e istintivi. Voglio fare l’attrice inconsapevole. Non mi voglio divertire, insomma, voglio torturarmi e umiliarmi. A che pro? Lo deciderò in seguito.
La birra, sì, certamente ha avuto la sua parte. Fuori di me lo ero già come presupposto. In fin dei conti la maggior parte delle donne denuncerebbe una violenza carnale, indicando nell’uomo il solo colpevole. La maggior parte delle donne sicuramente non parteciperebbe al proprio stupro con lo stesso entusiasmo che ho mostrato io. Non intendo inaugurare un periodo di esperienze sessuali estreme, non ho tendenze sadomaso e non mi sto vittimizzando. Sto dicendo che se non me la fossi goduta come una matta probabilmente avrei denunciato quell’uomo per stupro.
È come un dito che ti tocca in un punto preciso della schiena, sapevi benissimo che la tua schiena era lì e che era fatta di punti, no? Ma non avevi mai preso coscienza di quel punto. Ora che lo sai, te ne ricorderai la prossima volta che qualcun te lo tocca. E la cosa importante è che tu sappia che esiste.
Ora so di essere un animale di carne. Bella forza, lo sapevo anche prima… Ora so di quanti pezzi di carne sono fatta, si sono mescolati e hanno parlato tutti insieme.






