La luna di profilo


Lettere
Mercoledì, 10 Settembre 2008, 11:13 am
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Dall’interno della cabina telefonica cercai di rimanere in silenzio mentre vedevo Guido entrare nel bar da cui sapeva che ero appena uscita. Il nostro gioco cominciava a farsi triste, mi sembrava un voler essere ventenni, in un certo qual modo, ma in verità questo stuzzicarsi finiva con l’essere più una stanca mossa da quarantenni.
Conoscevo le sue mosse e le sue battute. Intendo, quelle che avrebbe detto appena varcata la soglia del locale.
Lo vidi muoversi distratto, capitare come per caso a quello che era stato il mio tavolo, dire due parole alla barista, raccogliere il mio biglietto e tornare su suoi passi senza assecondare quella sua amabile ossessione per i visi. Non era una recita, in quel momento era davvero preso da me ed ogni mio sostituto; non riusciva davvero a guidare il suo sguardo su altre destinazioni.
Lo vidi sorridere e mi sentii mentre non lo imitavo, cosa che mi viene naturale con gli estranei. Guido non era né un estraneo né una persona conosciuta, e le mie reazioni non erano più le mie, naturali. Immaginandomi nella sua testa, con i *nostri* pensieri e le *nostre* parole, mi diressi in automatico a casa.

Guido era bello come un padre da giovane, come ingenuamente fantasticavo essere stato il mio, mai conosciuto, mai amato, mai raccontato. Quando lo vedevo, aveva sempre un aspetto sottilmente stanco, come di chi ha fatto tardi ma non teme quattro ore di sonno; come un gatto che poi recupera a piccole mezzore durante il giorno.
Credo che a nostro modo ci siamo amati, come può essere amore qualcosa che ti violenta e ti costringe a verificare se ami te stesso, come può essere amore sperare di essere giudicato senza temerne le conseguenze.
Guido aveva cominciato con me questo gioco credo per sentirsi libero, senza arrivare però mai ad esserlo davvero, senza avere la totalità del coraggio fra le mani. Per me era finito prima, ma solo perché i miei giochi diventano precipitosamente crudeli realtà.

Mentre rientravo nel mio appartamento mi scoprii a guardare le mie mani e i polsi, quei polsi che lui tanto adorava, e a carezzare le vene e i tendini che non aveva mai voluto baciare, nonostante le promesse.
Non ci eravamo mai incontrati.
Per fuggire alla banalità delle conversazioni virtuali ingabbiate in un computer, avevamo deciso di mescolare gli strumenti. Decidere ogni incontro telefonicamente, senza mai sovrapporci ma solo per passarci cose di noi, parole, foto, oggetti. Non si era parlato di cominciare a conoscersi così per poi passare ad un contatto reale, in questo nessuno dei due fu disonesto. So solo che nel punto in cui ero, il bisogno era ormai insopportabile, ma sembrava unilaterale, e per questo resistevo, senza infrangere le regole del gioco.

Chiusa la porta di casa alle mie spalle, rimasi qualche istante ad osservare gli spazi del mio appartamento, che mi piaceva immaginare come territorio esteso del gioco, sebbene non fosse un’ipotesi contemplata.
Il mio letto era senza lenzuola, solo materasso e cuscini; erano vari giorni che ci dormivo sopra così com’era, senza coperte, per sentirmi meno sola, come se da un minuto all’altro dovesse rientrare qualcuno pronto a darmi una mano a rifarlo. Stavo scegliendo di *non*. Sempre più spesso. Con l’alibi del diritto alla scelta, stavo allungando l’elenco delle scelte rimandate. Non era triste, solo molto noioso.

Mentre slacciavo le scarpe da ginnastica mi raggiunse il messaggio di Guido. “Ti leggo, ti bevo, ti vedo. Sono qui. Eppure. Questo, non per me ma per te. G.” Anche io sono G e firmo G, ricostruire i nostri messaggi e le lettere sarebbe macchinoso per gli altri, lo è intenzionalmente. Ma gli altri chi. Lui aveva lei, io avevo avuto lui. Poi, dopo un po’, io avevo lasciato lui e lui ventilava l’ipotesi di lasciare lei. Io non gli avevo chiesto niente. Però ormai era un gioco stantio, noioso, ripetitivo. Guido lo sapeva ma mi reclamava ugualmente.

Stesa seminuda su un letto senza nome, cercavo di ricordare cosa gli avevo scritto nelle pagine ‘dimenticate’ al bar. Non mi veniva in mente niente. Abbandonata sulla pancia, con le braccia quasi sul pavimento raccolsi le fotografie che avevo buttato per aria prima di uscire, alla ricerca di quella che meglio esprimesse il mio modo di provare un sentimento per lui. L’avrei poi lasciata insieme alle pagine, al bar.
La tentazione, poco prima, per strada, era stata forte, era sempre più forte ogni volta. Rimanere al tavolino oltre l’orario stabilito, prenderlo per un polso, costringerlo a guardarmi, verificare con i miei occhi nei suoi occhi quanto realmente violenta fosse l’attrazione che provava per me o quel che di me sapeva e aveva.
La tentazione era sempre forte. Quando non si faceva sentire per cinque giorni e quando mi svegliava con un messaggio nel cuore della notte, perché erano le mie parole a sedimentare nel suo petto e tra i suoi pensieri, e non il sesso dell’altra, di quell’altra a me sconosciuta e mai odiata, tutt’altro, invidiata. Non era la mia rivale, e io non ne ero l’amante, non ero l’amante di Guido. Non ero ancora nemmeno l’altra. Ero un’idea: un’emozione che prende forma e viene nutrita di elementi di due teste e due cuori, senza rispetto, senza pretese, senza sorprese. Era già tutto scritto nei patti.

Lo avevo sentito dall’inizio che era una storia sbagliata. Una storia. Una questione. Un evento. Non so cosa, ma non era mai stata nemmeno una storia, quindi era sbagliata.
Pigra, tremendamente pigra, mi tirai su appoggiandomi sui gomiti, come il gioco che si fa da bambini fingendo di non poter usare le gambe per trascinarsi come una foca sul pavimento. Cercai in mezzo alle foto e trovai altri ritagli di carta, quei pezzetti strappati dai quaderni, su cui appuntavo cose che mi venivano in mente durante la giornata, che avrei voluto dire a lui, ma il mio Lui non esisteva e allora, potevo solo rimandare la condivisione di affetto.

Cercai in mezzo a questi foglietti sperando di trovare qualcosa che parlasse di me, a me. Che parlassero di me a lui, era evidente: lui non mi conosceva e aveva tutto il diritto di inventarsi la mia testa. Io invece sapevo che reprimevo a stento il bisogno violento di distruggere tutto, quasi tutto, perché non mi leggevo più in quelle parole in quei fogli in quegli istanti imprigionati in un solo istante.

“Ci sono cose che potrebbero accadere e non accadranno mai, ma lo sono nella mia mente che le ha create, e da quel momento in poi la mia vita cambia come se le avessi vissute, solo per il fatto di averle pensate; anche la mia considerazione di una persona, che io giudico sulla base di qualcosa di lei che è solo mio.” Questo si poteva salvare, questa era una cosa che non rinnego nemmeno oggi, solo che sarebbe dovuta essere un addio e non un approccio come invece fu. Questo fu il primo biglietto che lasciai nel primo bar, che, per coincidenza, era quello in cui ero stata oggi. Forse l’ultimo bar? Avevo ancora tempo per decidere.

Raccolsi una manciata di altri fogli scartandoli tutti; c’erano troppe emozioni, che mi appartenevano, ma che non erano più ‘me’; chissà che stava facendo Guido in questo momento, se era solo. Aveva ripreso a sfogliare le mie foto, quelle di carta, raccolte in tutti i nostri mancati incontri? Oppure era andato a cercare le altre, quelle scambiate elettronicamente, quelle senza brivido, solo corrente? Io non avevo più bisogno del masochismo ricorsivo e ritorsivo delle immagini. Avevo bisogno di parole, semmai, quelle che mi permettevano di fare ipotesi su quel che non vedevo. Mi alzai di scatto dal letto con uno di quei balzi bruschi che mi fa girare la testa per la pressione bassa: nel portafoglio, ancora qualche frase di Guido, che avrei presto tolto. Chi poteva sapere che quei foglietti erano lì? Guido no di certo, e per me non era più necessario.

“Forse lo scopo del quotidiano: imparare a richiamare a sé pensieri che generano sensazioni fisiche violente, non come emozione o ricordo ma come reale sensazione di piacere carnale”. Questo era stato uno dei suoi primi messaggi. Vicino a questo piccolo pezzo di carta, Guido aveva spillato un altro pezzo ancora più piccolo, accartocciato come solo si accartocciano i pezzi di carta su cui cade una goccia di acqua che poi asciugandosi deforma tutto. La sera prima di quel non-incontro Guido mi aveva chiesto se mai ci saremmo toccati, l’unica volta in tante settimane, l’unica volta in cui una punta di desiderio aveva oltrepassato le sue stesse regole. Era durato poco perché, pur nella sua violenta passionalità di animale di carne, era stato vinto dalla ragione. Forse davvero aveva pianto su quel foglio, ma forse era stato male soltanto nel riconoscere che in effetti il suo bisogno più grande era quello di tenermi a distanza.
Quel foglio, e quelle parole, racchiudevano la nostra incapacità di volerci davvero. Ma all’epoca avevo ancora così tanta voglia di lui, dei suoi odori, di un contatto, qualsiasi fosse, che misi da parte quel che avevo capito leggendole. Ero io, davvero, ma incapace di volere.
Infilai di nuovo i due foglietti nel portafogli. Un istante dopo squillò il cellulare. Era il segnale, ma potevo ignorarlo facendo finta di non essere in casa e di non avere un computer disponibile.
Dovevo prima ritornare un po’ neutra. Altrimenti sarebbe finita come qualche giorno prima, a chiedere a Guido di appartenere alla realtà, e la richiesta sarebbe nuovamente rimasta ignorata.
Mi ero allontanata dalla cabina telefonica prima del solito per non pensare, e invece mi trovavo piena di idee, una si spegneva e la successiva si accendeva; come sempre, per rimanere intera avevo bisogno di tenerle tutte unite, di legare tutti i pensieri in una parvenza di normalità, o mi sarei sbriciolata. Quando torno dai non-incontri con Guido non si scappa, è un copione: devo unire, per non rallentare, i pensieri, e loro in cambio mantengono salda me.
Era la fine di agosto, un paio di settimane prima Guido aveva festeggiato trent’anni, solo pochi mesi prima di me. Quel caldo incredibile, subìto senza essere riempito di gemiti sussurrati e sudori mescolati, era irritante. Aprii tutte le finestre della casa per innescare una reazione a catena, poi, senza raccogliere nulla da terra, mi appoggiai di nuovo sul letto, e il vento mi spense.

Mi risvegliai a pochi passi dal comodino.
Non ero mai stata sonnambula, ma quell’estate avevo cominciato ad accumulare una strana stanchezza che evidentemente si compensava con una frenetica attività notturna.
Era un’altra giornata. Un’altra giornata mia. Maledetti odori dei miei sogni.
O meglio: incubi. Si ricominciava da capo in un’eterna dissolvenza.
Il vento doveva essere calato perché tutte le mie carte, seppur disordinate più di quanto le avessi lasciate, non sembravano troppo disperse. Un foglietto che spuntava da un mucchio di foto diceva ‘così piacevole che sono già stanca’, era la fine di una notte di eccitazione che non avevo sedato, ma che avevo descritto a Guido. Ricordavo bene il resto del messaggio, che ora non si riusciva a leggere. Non lo raccolsi per non riaccendere le ossessioni della sera prima.
Lasciai tutto così, per terra, chiusi le finestre, e mentre mi preparavo per andare al lavoro mi resi conto che stavo raccogliendo tutte le mie parole in tasca per dirigermi altrove, per lasciare un vuoto, per allontanarmi da me stessa tanto da riuscire ad avvicinarmici.

In ufficio la mia collega si accorse del mio vuoto. Non siamo davvero così intime, però non è una semplice collega di lavoro, e ha sempre tutta una serie di affettuosità, credo che a suo modo abbia un certo attaccamento a me; e la mia insoddisfazione era evidente.

- Non so come spiegartelo.
- Provaci, ti ascolto.
- A volte provi qualcosa che è così grande, così genuino, sei così certa delle tue emozioni…
- Si?
- …che è come se non avessi bisogno del corpo per esprimerlo all’altra persona.
- E’ bello. E’ sincero.
- Sì, però in fondo è del corpo che hai bisogno, se vuoi esprimerti.
- Certo.
- Ecco. Questa cosa è impossibile. Divieto totale.

Rimase in silenzio, poi qualcuno dall’altra stanza la chiamò. Alzo gli occhi come per scusarsi, ma nell’allontanarsi dalla scrivania mi racchiuse la guancia nella mano, senza dire una parola. Proprio quello che le avevo appena confessato.
A casa, quella sera, rimettendo a posto carte e foto fui ipnotizzata da poche parole scritte nel culmine della nostra non-storia, fatta di emozioni forse virtuali ed eccitazione tutt’altro che virtuale: “Il battito del polso nelle orecchie, il cuore su tutta la pelle, organi indistinguibili. Le piccole cose non esistono più, il respiro è insostenibile ma felice. Fuori non senti nulla, ma dentro, senti parti normalmente mute, ora prepotenti, che parlano di qualcosa non terrestre, mentre assapori il piacere finché l’orgia di vibrazioni non smette. La parità non esiste: fortuna di essere donna…”. Il sangue sconvolto scalpitava sui suoi zoccoli, direbbe qualcuno, eppure non era stato un orgasmo felice; come sempre, quando il pensiero non va a qualcuno momentaneamente assente, ma solo a qualcuno assente.

Fu più forte di me.
Tremo al contatto con una felicità difficile, ma ne sono schiava e vittima.
Dopo quell’ultimo bar non ero più sicura delle mie idee, solo i miei sensi erano forti e definitivi, e nei miei sensi non si materializzavano i sensi di Guido. Erano gemelli, paralleli, ma, proprio come due parallele, non si sarebbero mai incontrati.

Quella notte sognai di baciarlo e l’unico paradossale pensiero con cui superai la giornata successiva fu ‘ecco, ora so come bacia Guido.’



appartenenza
Domenica, 20 Luglio 2008, 7:44 pm
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è appartenenza la luce con la sua inclinazione
come una lama, con la sua stessa pericolosa precisione
di quelle frazioni di grado che passano dal raderti all’ucciderti
è appartenenza la luce quando sa come prenderci senza sentenze

è appartenenza la voce con le sue pause
le sue fisime baciate dai collassi senza giusta causa
ed anche questo bacio è traditore
e a volte mi convince di aver ragione
è appartenenza una voce di morti di fame a cui non si può dir di no

è appartenenza l’angolo con le mutande sporche
di tutti i giorni rimasti a dormire mentre dormivo
di tutte le camminate stanche interminabili che dovevano condurre solo al cesso
di fiori a cui non è stata cambiata l’acqua e di seghe non ripulite sul pavimento
di sesso liofilizzato e baci rimandati per non sciuparli
l’angolo si riempie senza sosta e le passeggiate per svuotarlo si accorciano
eppure è appartenenza almeno quanto una goccia di sudore

non è appartenenza questa mia, questa sospesa attesa “e sto sospeso tra le attese”
quando mi stacco la testa per parlarci tutta la notte dal letto al comodino



Lettere da un alfabeto minore
Domenica, 10 Febbraio 2008, 11:10 pm
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Io, io sono ancora sempre quella che saltella invece di camminare, come Maude nel suo impermeabile giallo. Quella che non è in grado di assumere una posizione corretta su una sedia e ha bisogno di infilare almeno una delle due gambe sotto al culo.
Penso che di me siano cambiate cose superficiali, forti, evidenti, così, soltanto per dare un po’ nell’occhio e nascondere che in realtà la sostanza non ha avuto il coraggio di lasciarsi modificare.
Odio ancora chiunque dia per scontato le mie reazioni e osi anticipare i miei pensieri. Chiunque pensi sia facile cogliermi in fallo, perché non sa che noto sempre per prima i miei errori. Al di là della facile ammissione di colpevolezza.
Io odio ancora il meglio dei maschi e il peggio delle femmine, perché sono ancora naturalmente intollerante.
Io ho imparato mio malgrado a dire buongiorno e quasi forse a sentirne una specie di piacere nella gola, al passaggio, ma ho difficoltà nel simulare piacere che non provo.
Piacere se ne prova poco, e a volte è tanto ma soffocato.
Ti chiederei perché, se potessi, oppure quando, se ce la facessi. Invece ti chiedo cosa vuoi.
Che vuoi. Cosa cazzo vuoi da me. Cosa vuoi da una storia che non esiste e che non è mai esistita.
Perché questa storia non esiste e lo sai. E potrei parlare in terza persona per far finta che non sia una storia mia, ma ormai me ne frego, e la faccio diventare una storia scritta in prima persona, per dispetto, per bugia, per soddisfazione.
Se non sono niente in fondo di che ti lamenti, se non ti è rimasto niente perché niente altro hai voluto, se hai voluto fissare quasi per iscritto cosa eravamo e soprattutto cosa non eravamo?
Non siamo stati niente perché nel momento in cui eravamo praticamente tutto hai girato le spalle, disperdendo le tracce.
Hai voluto, avresti voluto qualcosa da conservare nel cassetto, mentre avevi già tutto, avevi già me.
Siamo stati amanti senza mai avere coraggio di toccarci, siamo stati una mente sola che non riusciva a tornare due, non ne aveva la forza. Abbiamo barato, abbiamo finto, abbiamo disperatamente recitato di non essere nulla, mentre ci vestivamo di due parti che non potevano correre separatamente; e se io alzavo il mento, appoggiata sulla parete della mia camera, tu dalla tua parete della tua ti giravi e mi baciavi il collo, ed eravamo sicuri, perché non eravamo mai insieme, perché non c’era la realtà del contatto, eccetto che nella nostra. Eravamo sempre nello stesso posto, pur facendo le nostre vite, nessuna romanticheria, nessun sogno privo di lucidità, nessuna immagine da un film scaduto, nessuna proiezione o facile ingenuo miraggio.
C’è un motivo banale per cui non hai più nulla di me: rifiuti di considerare quel che ti è rimasto dentro, conficcato nelle ossa. E se togli quell’unico, quel blocco, quel mare a trecentosessanta gradi, è così, io non sono davvero niente per te. Hai ragione.
Che cazzo vuoi da me allora. Cosa cazzo vuoi che sia per te.Io c’ero e avrei potuto esserci, e tu hai fatto una scelta, che contemplava delle mezze misure irrealizzabili.
La prima reazione, leggendo che non ti è rimasto niente di me, è una rabbia piena di lacrime, eppure hai ragione. Non penso che la mia sia pura illusione, penso solo di aver rotto il patto, quel patto, quel fatidico patto. Penso non fosse possibile legarsi come abbiamo fatto, senza fondersi definitivamente.
Per cui, se cerchi dentro e non trovi nulla, non puoi sbagliare: è che non sono più là a riempire il tuo mezzo vuoto, gemello di quello che riempivi in me.
Non ci sono più; per fortuna non sono sostituibile da ricordi, per mia e tua fortuna non sono imprigionabile in una lampada, pronta a spuntare fuori quando un vuoto più pesante del solito preme sulla coscienza.
Per una disgrazata casualità hai ancora bisogno di tutta me stessa, di tutto quel che sono, per essere appagato da ciò che forse ormai non rappresento più per te ma che un tempo ero in maniera violenta.
Non sono sostituibile, non sono ammortizzabile, non sono programmabile, non sono, ora più che mai, di facile gestione.
Non sono neanche il padreterno, ovviamente, e non sono stata giusta. Ma in questo caso sono convinta di essere stata onesta a rinunciare, e coraggiosa a scappare, anche se sembra una contraddizione.
Ho avuto il coraggio di privarmi di te, quello che tu non hai avuto.
C’è un vuoto immenso nella mia vita, ma non sarebbe stato giusto riempirlo con te.
D’altra parte questa storia non esiste, senza dubbio per te non ha mai avuto luogo, a quanto sostieni.
E allora, questa storia non esiste perché non è mai partita, e però per questo non potrà mai finire.
Siamo stati due che si amavano, ma non è bastato.
Ed è per questo che alla fine ho scelto di non raccontarla.

[10/02/2008, ore 22:52]



a separation for us two
Domenica, 2 Dicembre 2007, 8:30 pm
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un appunto senza senso
scritto solo per dimenticare
dimenticare le targhe delle auto imparate per pochi minuti
o le curve dove puoi non rallentare
un appunto per non ricordare e potersi in futuro stupire
scaricare banalità da togliere di dosso
cose di cui stupisce il solo fatto che ancora stupiscano
quel bianco che avrei giurato di non apprezzare mai
di un posto troppo esteso da far contenere agli occhi

poi di notte riemergono voci e volti
di persone che restano come caldo o freddo persistenti
i “ce l’ho fatta” oppure “ho gettato la spugna”
che, detti con fermezza, non vogliono più smorzarsi

ma la gente non vuole passare mai e forse dovrebbe
la gente che segna e scompare a cui potrei offrire un posto

e se ascolto vengono briciole, di questa gente
ad aver voglia, pure più che briciole
e da principio ricordo tutto
da principio sono solo io, con la mia memoria inutile
poi, mentre dimentico, riappare la mia unica voglia
che contiene un conto unico valido per tutti
un’ultima scena che cambi il senso della storia
un rischio, un cuore in allarme, una vittoria
occhi bagnati in cerca di fuga dal tuo sguardo
occhi stanchi ma senza voglia di riposare
la risata che non trattieni e crea contagio
e infine, l’ultimo sorriso della giornata.



Il granchio
Giovedì, 1 Novembre 2007, 11:57 am
Archiviato in: Mis-Breathing

giorni, giorni che passano senza diventare passato
è una luce forte, questa
e io non mi copro gli occhi, e so come finisce.
luce, luce diversa.
‘lasciami’ è diventato un desiderio, ‘ritorna’ una foce.
sarà questo il motivo dell’estuario.

camminare addosso alle pareti, non è un caso
cambiare direzione, parlar male, asciugare macchie sui vestiti.
essere abbandonati è disumano.



#8: Silencio
Giovedì, 27 Settembre 2007, 11:55 am
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Maude: What kind of flower would you like to be?
Harold: I don’t know. One of these, maybe. [a daisy]
Maude: Why do you say that?
Harold: Because they’re all alike.
Maude: Oh, but they’re NOT! Look. See, some are smaller; some are fatter; some grow to the left, some to the right; some even have lost some petals. All kinds of observable differences! You see, Harold, I feel that much of the world’s sorrow comes from people who are *this* [the daisy], yet allow themselves to be treated as *that*. [the whole field of daisies]

Nella mia testa, figuravi a tutto tondo.
Non riuscivo a percepirti inerte (che mi avrebbe annoiato), o piatto (che mi avrebbe rattristato), o privo di emozioni (che mi avrebbe giustificato). Mi recavo più volte alla finestra, compulsivamente, a inventarmi grida di bambini svogliati richiamati all’ordine più volte. E per qualche istante riuscivo a farti scomparire dalla mia testa. Urtavo il vetro lasciando una scia di unto con la fronte, e ci passavo la manica del pigiama sporcando ancora di più, innervosendomi perché sapevo che non avrei mai avuto la voglia di pulire.
Allora nella rabbia provavo a inacidirmi e tentavo di non pensare al fatto che tu non stessi badando solo a me. Dovevo svegliarmi, tornar cattiva. Dovevo salvare me perché nessuno l’avrebbe fatto al posto mio. Guardare la gente senza salutarla, mostrare il peggio per rilassarmi.
Avevo bisogno di tornare a non essere buona. Liberarmi di te, maledetto, di lei, maledetta, di chiunque provasse a scalfire il mio muro di ghiaccio.

Presi la penna e provai a scaricare sulla carta questa strana sensazione di serenità, questa sensazione troppo vicina ad una romantica idea di ‘bontà’. Provai a limitare i buoni sentimenti chiudendoli in un pezzo di carta.

Cosa sono. Chi voglio essere ora e negli anni che verranno.
Cosa scelgo quando vago per strada. Chi ho bisogno di guardare.
Salgo fino in cima, su nella piazza. C’è un vento non fortissimo, ma so già che stasera mi bruceranno le labbra e passerò la notte a bagnarmele e morsicarmele perché ho dimenticato di curarle.
Salgo lenta, ma col passo duro e le gambe tese di chi pur non avendo fretta non vuole correre il rischio di vedere gli occhi delle persone. Da una traversa spunta un coro di adolescenti vocianti, c’è qualcosa nella loro irruenza che mi spaventa, non devo farglielo vedere, non devo farglielo capire. Mi hanno turbato per un istante. Pochi secondi dopo, continuando ad ascoltare le loro parole di passeggio, quella sensazione è svanita, quel turbamento è caduto e disciolto tra i passi. Frantumato come acqua che si frantuma in gocce che si frantumano in gocce che si disperdono in frattali.
Questo è quello che banalmente potrebbe considerarsi ’star bene’.
Continuo a salire verso la piazza, vado dove devo andare, parlo con le persone con cui devo parlare, sorrido ascolto chiacchiero.
E mentre ridiscendo verso casa, qualcuno mi nota senza motivo, qualcuno mi sfugge nella sua cordialità, e mi regala un sorriso gratis di Paolesca memoria a cui non posso non cedere, mi regala una contentezza potente a cui devo per forza arrendermi.
E allora misuro le ultime decine di metri che mi separano da casa con una falcata più lunga, ma con le ginocchia più morbide e le spalle un po’ più larghe, sfiorando la strada per non far sentire il rumore dei miei passi, a precedermi, con gli occhi bassi ma un sorriso appena pronunciato ben visibile a chi vorrà accorgersene.
E questa sono io.

Non funziona. Dio stramaledetto, non funziona.
In questa sorta di schizofrenia cresciuta, non posso sempre essere quella che vorrei. Cioè me e non l’altra. Parte della serenità è stata abbandonata sulla carta, intrappolata come un mago sotto incantesimo in una bottiglia. Ma, passata questa euforia della bontà in cachet chiusa nel cassetto, ho bisogno di qualcosa di secco, forte e muto che stabilisca uno stato definitivo.
Devo tornare in strada, in altre strade, non le strade belle ma quelle inospitali, per recuperare un distacco che mi renderà più forte, che mi ammazzerà gentilmente ma non farà del male, o non farà altro male.
Devo necessariamente camminare di nuovo. Camminare tra le rocce perché le persone sono rocce, rocce con cui non ho speranza, e allora le frantumerò oppure dovrò scalarle aggirarle scavalcarle senza entrarci.
Più che altro ci sono sempre queste camminate, sempre dovranno esserci, praticamente catartiche, formalmente almeno, se è vero che nella mia testa c’è anche nemesi e non solo catarsi, ma comunque camminate, camminate veloci sempre più uguali; muri pisciati che al primo raggio di sole si allargano a dismisura, mura pisciate che inseguono me e i disattenti viandanti e mentre ci inseguono rimangono là per sicurezza, per essere pisciati di nuovo, stasera, domani, quando sarà? Non lo so, lo sanno solo loro, lo sanno meglio loro.
Alla fine quando mi siedo è solo per compiere gesti inutili, gesti finti, gesti drammatici, movimenti teatrali, inscenando storie che hanno senso solo se qualche casuale osservatore crede che siano vere; come stamattina, quando ho camminato per un intero viale zoppicando e con una mano che stringeva forte la coscia solo per sperimentare solo per capire se attiravo l’attenzione di qualcuno per la strada o magari qualche commessa in pausa sulla soglia del negozio a fumarsi una sigaretta una stupida sigaretta invee di guardare me. Dopo tutto questo mi siedo, prendo posizione in uno spazietto rigorosamente al sole, mi rilasso e comincio a ruotare la testa da una parte e faccio finta di guardare le persone mentre in realtà penso solo ai cazzi miei o viceversa faccio per evitare sguardi e ignorare i vicini e intanto scruto e succhio e invento storie per renderli più interessanti, solo per far passare il tempo, solo per vedermi passare il tempo.
E’ quando finalmente mi accorgo che in questo, per la prima volta in vita mia, non c’è traccia di malinconia né di malumore, è allora che mi viene voglia di parlarne, di parlare a me stessa di cosa sono o sono diventata, oppure ero e non volevo più essere perché avevo gettato la spugna.
Non c’è pace e non c’è guerra, soltanto forse sentimenti. Una parete urla a gran voce, a grandi linee di pennarello, prima che qualcuno lo cancelli, un “Eri qui ma rimarrai ovunque” che poco alla volta scompare finché non mi rendo conto di averlo inventato, di averlo voluto creare per testare cosa vorrei che mi stupisse.
Vorrei che qualcosa ancora mi stupisse, e niente è in grado. Ripiego diventando io l’autrice, io la creatrice, io la meretrice.

Guardo le femmine in maniera più ossessiva del solito, cerco appagamento, quello che gli uomini hanno già saputo darmi.
Sei ragazze spagnole parlano sorridendo in un angolo, molto più piacevoli, molto più amabili, così, per principio, perché voglio fare questo capriccio ora, molto più belle delle due ragazze che rallentavano il mio rabbioso passo pochi minuti fa parlando di capelli perché è un rosso non rossissimo e rende bene ti assicuro che non si notava la ricrescita e se avessi saputo che veniva così bene dio bono, mentre le spagnole, dio bono lo dico io: meglio loro, certamente, e meglio certamente anche quella coppia obesa che si baciava con travolgente passione appoggiata ad una colonna lungo l’ultimo binario della stazione sperando che qualcuno si accorgesse di loro e poi se ne dimenticasse subito dopo come qualunque altra coppia vuole sempre. E le spagnole, le spagnole mi piacciono perché se ne fottono e comunque continuo a preferire loro anche se sospetto che in fondo parlino della stessa tintura rossa per capelli, sono belle perché ridono, sono belle perché non dubitano, sono belle perché non mi inquietano con i loro musi lunghi come stessero parlando di olocausto e non di tinture da donna.
Poi recupero una scena dalla memoria, una scena che ora capisco avere un senso, anche perché mentre guardavo di sfuggita avevo ancora in testa il rosso delle due musone dal passo moscio: e il rosso era il trait-d’union, era la frequenza musicale che non muore mai e si muta attimo dopo attimo creando continuità. E questa rossa, allo stesso binario dei due ciccioni, mi passa davanti, è una rossa con gli occhi di cristallo azzurro, ma sono occhi rossi, ancora rossi, rossi di pianto, ed era con qualcuno, sì, era parte di una coppia, e mentre mi passa davanti incrocia una capotreno bionda e dolce, che le mette una mano sulla spalla per consolarla, o forse avevano già parlato, o forse si conoscevano, e per non cascarci, per non farmi irretire da questa bontà rara e così semplice la mia mente torna ai muri pisciati e alle coppie che si incastrano sull’erba e penso a cosa ho fatto io e vorrei fare per essere peggiore, perché a chiedermi cosa fare per essere migliore avrei una risposta veloce e banale che non desidero.
Camminare per strada con aria di sfida è un buon punto di partenza, e poi questo, quello che faccio sempre, quello che non dovrei ammettere con nessuno.
Quel tornare a testa bassa contando sull’istinto altrui di schivarmi.
Quel delegare a te o all’altra tutte le cose che andrebbero fatte per una quotidianità serena.
Quel dimenticarsi del corpo e fingere di non averne bisogno, mentre in realtà, dentro o fuori, fisico o testa, il bisogno esiste. So già che finisce tutto così: quando al collo alle ghiandole ai capillari e alle papille non rimane molta scelta. Se nel momento in cui sei seduto al cesso, e realizzi che, sì, avrai anche tante cose da dire, ma hai dimenticato tutti i cognomi di persone che riempivano il tuo mondo in una determinata fascia di anni, in quel momento percepisci con quale dolore il tuo cervello ha fatto davvero una scelta. Ma è solo il tuo cervello, un organo come tanti, un funzionamento impreciso e indefinibile, che non può essere zero o uno.
E anche questa, sarebbe una cosa da non ammettere con nessuno.

Quel nessuno invece mi rincorre, mi marca stretto, mi desidera per umiliarmi. L’altra, che incontro rientrando in casa, perché disgraziatamente mi dimentico di evitare lo specchio. L’altra che vorrebbe essere buona e non fa altro che rendersi ridicola. La guardo nel vetro e mi sussurra a bocca chiusa un “Ti prego…!” che sento solo io. Pregare? No, io comunico, come diceva Maude. In più, considerato che con me non c’è partita, ti obbligo a sentire questa: siamo in due e te lo concedo. Però ho vinto io. Tu con me non ci vuoi comunicare. Quindi pregherò per te. Ma non azzardarti a pregarmi. Hell is around the corner.



Con un unico nome
Mercoledì, 19 Settembre 2007, 12:34 pm
Archiviato in: Mis-Breathing

se avessi ancora parole per tutti, se avessi ancora voce da regalare
amico ti direi qualcosa ti darei certezze
amico ti stenderei un tappeto rosso per accoglierti come non ti aspetti
potrei dirti cosa ho salvato e ancora conservo del tuo amore
potrei farti capire cosa non ho dimenticato e ricordo anche nel sonno
delle tue parole e dei tuoi gesti tutti

di quando mi hai amato a gran voce senza aspettare
e di quando hai smesso con le parole e hai cominciato nel silenzio
a somministrarmi qualcosa che sapeva essere tutto
come una medicina o una soluzione, sì, come fosse una cura
finché in effetti hai avuto ragione, e son guarita per contagio
e ho cominciato io pure, a somministrare qualcosa

e se io avessi coraggio come avevo e non ho
tu saresti meno di un volto ma sempre più di un’anima
non disperderei le poche parole che mi restano
a questo vento intrecciato col sole finto e bastardo
davanti ai miei occhi che mescolano odori
e confondono le persone con le idee

perché se avessi ancora le parole di una volta
per tutti, me compresa, non lo nego
riscatterei il silenzio
con delle urla che almeno abbiano un motivo
e non darei la colpa alla tua assenza
del sentirmi già così sola a trent’anni

ma poi, se risparmiassi tenacemente, respiro corto
le poche parole che sto usando
per questo dir nulla
saprei davvero di che parole rivestire
il bene che potresti pretendere da me un giorno?

se sono nulla e lo desidero… no, non credo.



#7: Sponde
Martedì, 24 Luglio 2007, 2:32 pm
Archiviato in: Bassifondi

Il divano.
Che splendido divano rosso.
Le si illuminarono gli occhi mentre, cingendo le spalle del mio uomo con un po’ troppa enfasi, si compiaceva dei nostri complimenti a questo stupido oggetto.
O Signore, dai a una donna un accessorio nuovo di zecca e la sua anima sarà soddisfatta e perduta.

- E’ davvero un bel rosso – proseguì lui, non pago dell’orgoglio che aveva già scatenato in lei con una semplice battuta.

E infatti, la risposta, pronta, fu:

- E’ rosso sangue – precisò. – Un rosso più vivo di questo non c’è. Lo adoro.

Racconto ora questa storia, ma in effetti sono passati diversi anni.
Il mio uomo di allora non c’è più (non nel senso che è tragicamente morto; è solo migrato su lidi meno inospitali dei miei.) Il mio cattiveggiare crudele e gratuito lo ha saturato come ha fatto con tutti.
Mi è tornata in mente la storia del divano rosso senza rendermene conto, solo perché nei miei vagabondaggi in cerca di bassifondi mi sono ritrovata a camminare nella strada dove allora abitava lei. Ora non più, e voglio pensare di essere stata una grossa fetta della sua decisione di traslocare. Divano (non) compreso.

- Vorrei proprio che la conoscessi, il nostro è un rapporto speciale, siamo riusciti a rimanere amici, sai? E’ così bello sapere che a volte ci si può riuscire.

(Sì, ‘rapporto-speciale’, ‘rimanere-amici’, ‘bello-riuscire’, gli elementi a cazzo c’erano tutti, ma non era decisamente una cima, quel mio ex.)
E mentre formulava queste incaute e trite riflessioni io cominciavo a pensare che, forse, si sarebbe potuta fare davvero questa cosa.
Ci sarebbe stato da divertirsi.
Avrei avuto il tempo di elaborare qualcosa, perché in realtà non c’era nessun incontro da organizzare, abitando, loro due, a un solo isolato di distanza. All’epoca, si intende; in seguito al discorso del divano, lei mise molte decine di chilometri tra noi e sé, nonostante l’inutilità della mossa (io ormai ero fuori dalla loro portata, e fuori anche dai coglioni, più banalmente).
Ricapitolando, da un momento all’altro, quando fossi stata pronta, avrei potuto cinguettare “Beh, che ne dici di andare da…?”oppure “Sai che oggi pomeriggio potremmo proprio andare da…?” e lui sarebbe stato tutto contento di questo mio rinnovato interesse per il suo passato, per un pezzo importante della sua vita, bla bla bla, saluti e baci.

Il primo fine settimana di agosto di quell’anno mi stavo preparando. Senza saperlo mi stavo preparando.
Il mercoledì mi erano cominciate le mestruazioni, e questo ovviamente mi aveva fatto passare gran parte della voglia di esser cattiva.
E’ una specie di patto tra me e lui, oppure lei nella peggiore delle ipotesi. Insomma, quel tizio che da alcuni si fa chiamare padreterno lo sa: un po’ a te, un po’ a me. Tutt’e due insieme è difficile; e io di solito aggiungo, per chiosare “ma non impossibile”. Perché mi conosco.
Mercoledì e giovedì era dunque stato il mio turno di subire; sopportato con sufficiente decoro il peggio, intendevo godermi il meglio. Non c’è niente di più liberatorio del sesso quasi-post mestruale, per non parlare di quello pienamente mestruale. Liberatorio e eccitante, grazie ad una carica ormonale inusuale.
E, considerato che, in quanto donna al minimo sindacale, dopo il secondo giorno praticamente mi si son già chiusi i rubinetti, è facile immaginarsi che anche l’uomo più schizzinoso possa riuscire a superare il concetto del sangue. Quando di uomini si tratta, peraltro.
Il mio uomo, quel mio uomo, non era però affatto schizzinoso.
Motivo per cui già si immaginava, come accadde, che appena finito di pranzare avrei anticipato il crollo digestivo inchiodandolo sul divano. A quei tempi credermi innamorata era stato facile, ma la verità è che si scopava come dei dannati, a più non posso: e nulla più. Decisamente non male, niente male davvero.
Fu da quel momento che nacque tutto quel che accadde in seguito.
Nel sovraccarico di endorfine che nel pomeriggio ne seguì, qualcosa mi suggerì di porre la fatidica domanda, che nella fattispecie non era “te la voglio dare, vuoi prendertela?”, ma un molto più svagato e sognante “che ne dici, andiamo a trovare la tua ex?”: e, com’era facile immaginare, non sentii nemmeno il tempo di una pausa tra la mia domanda e la sua risposta.
Per prendermi una rivincita (anche se ancora non sapevo quale, per cui pescavo un po’ a casaccio), decisi di cominciare dalla mossa più stupida, ma più divertente: quella banale del ‘io sono un’assatanata quindi anche se è stato con te sappi che con me si diverte di più’. Era estate, eravamo in città: indossai un abitino blu elasticizzato, striminzito, con la schiena completamente scoperta. Ebbi cura di far notare anche a lui che non vedevo necessità di indossare altro, né al di sotto né al di sopra.
Mentre allacciavo i lacci dei sandali di tela, alla schiava, lui non riuscì a trattenere un commento velocissimo sussurrato nel mio orecchio, uno dei commenti più stupidi, svogliati e noiosi che un uomo mi abbia mai fatto: “Sei proprio porca come piace a me”. A ripensarci, non mi pento più di nulla. E’ un fatto, però, che non mi pento mai di nulla.
Scopata di fresco, fumante di doccia bollente, vestita per puro scrupolo: e così percorremmo l’isolato che ci separava dalla magnifica imperdibile inimitabile donna.

Cattiveggiai tutta la sera. Difficilmente ho la voglia e il coraggio di farlo davvero, in pubblico, con persone che mi conoscono e con cui il giorno dopo dovrò continuare a condividere la vita.
Difficilmente lo faccio in presenza di tante persone tra cui alcune a me (relativamente) care.
Di solito mi sfogo sugli estranei.
Quella sera cattiveggiai come mai, ma la situazione era come capovolta: erano gli estranei a beccarsi gratuitamente la mia cattiveria (gli ospiti che la ex aveva già a casa quando arrivammo), mentre i pochi che conoscevo sembravano degni destinatari dei miei maltrattamenti. Garbati, dio santo, ma sempre maltrattamenti. Niente di speciale: stare in silenzio in maniera imbarazzante, contraddire le poche frasi rivolte a me, perfino quelle gentili (“Cara, sembri avere l’aria stanca…” – “Non sono stanca, solo mi sembra non ci sia niente di interessante da dire né da ascoltare”); o, ancora, rompere il silenzio con battute di dubbio gusto, oppure con discorsi seri, ma fuori luogo perché decisamente provocatori.

- I pedofili hanno tutte le ragioni, per me.
- Che cosa…?
- Dico solo che nessuna mamma fa in modo da far guardare la propria cara figlioletta come una bambina.
- Non ti seguo… Spiegati meglio…
- Siamo stati in Val di Pesa, qualche tempo fa. In un parco c’erano solo mamme scosciate, provocanti e vestite a festa. E le figlie, uguale.
- Vuoi dire che sono loro a provocare? Dio santo, ma come ragioni…
- Voglio dire che se, per esempio, c’è una mamma che veste la figlia di otto anni con un top allacciato dietro al collo come fosse un’adulta, io che la guardo dalla mia panchina e ne fisso solo la schiena e il collo, non percepisco nessuna differenza rispetto ad un’adolescente o una ragazza della mia età. E’ eccitante quanto un’adulta.
- Stai scherzando, spero.
- Affatto. Anzi, ti dirò di più: rispetto all’immagine irraggiungibile del corpo perfetto che ti propinano in televisione, la schiena perfetta della bambina di otto anni ha in aggiunta una cosa che la rende ancora più appetibile: la freschezza della carne, quella che dai trenta in poi ogni mamma va cercando.
- …
- Quindi, la mamma si veste con una minigonna ascellare e mostra una coscia non fresca; poi, veste a propria immagine la figlia, che è decisamente meglio di lei, perché se è bona quanto lei, in più è ancora giovane. Io che perseguo la purezza ovunque, di purezza in questo non vedo nemmeno una goccia. Nelle madri, intendo. I pedofili almeno sono onesti.

Non ricordo nemmeno con chi sostenni questa inutile conversazione.
Ricordo che pochissimo tempo dopo gli ospiti che erano là prima di noi scomparvero.
La ex pareva reggere il colpo, decisa a non darmela vinta. E fece la cosa più banale che le passò per la testa, suppongo. O forse nella sua testa era la chance migliore. In effetti credo proprio che lo fosse.
Cominciò a cianciare con lui. Delle cose che aveva fatto di recente (non un riassunto degli ultimi anni, logicamente… si vedevano di continuo, erano amici, bla bla bla… sicuramente si erano visti tra di loro più di frequente di quanto entrambi vedessero le rispettive madri); dei colleghi di lavoro; delle vacanze recenti che erano così simili a quelle fatte insieme, senti che stranezza, davvero.
Ero così interessata ai suoi racconti delle “loro” vacanze passate, che riesaminavo con pazienza la superficie dei miei denti: ché ho questo splendido tic, di cui vado tanto fiera, che consiste nel carezzare con la lingua la superficie dei molari, così lisci e scivolosi, al contrario degli altri denti, soprattutto gli incisivi, rovinati e sempre più ruvidi da quando mi son spuntati i denti del giudizio.
Ero là, sinceramente interessata a questo morbido autoerotismo (del cavo) orale, quando sentii la prima goccia scendere.
Vero, avrei dovuto ricordarmene.
Mi era sfuggito, così come mi era sfuggita la goccia. Me ne fossi ricordata, sarei stata capace anche di trattenere la goccia. Ma non fu affatto un male, come si può intuire. Ovviamente, dovevo ancora decidere se c’era davvero bisogno di trattenerla o se potevo volgere a mio favore la situazione.
L’accumularsi degli eventi casuali concorreva a darmi ragione: prendo molto sul serio i segnali, anche quelli più subdolamente eloquenti.
Fu così che, mentre sentii la seconda goccia che si faceva strada verso il basso, suonò il telefono: la bella si staccò dalle interminabili descrizioni e corse a rispondere. Ne approfittai.

- Ti devo parlare.
- Ora?
- E’ urgente.
- Che è successo?
- Le mestruazioni. Il sesso di prima, a casa tua.
- Non ho capito, non ti erano finite?
- Lo sai che non sono ancora finite: stanno per finire.
- Che vuol dire allora? Spiegati.
- Te l’ho spiegato. Certo che te l’avevo spiegato.
- Cioè?
- Cioè sono mestrualmente stitica. Butto fuori poco sangue di mio. Il minimo indispensabile. A prezzo di gran dolore.
- Questo lo so, ma non ricordo cosa intendevi.
- Perdo poco sangue a meno di stimoli esterni che sollecitino i miei pigri muscoli a contrarsi, di grazia, un altro poco. E finire il lavoro mensile in maniera pulita pulita. Fare sesso freneticamente e a lungo è decisamente sufficiente come stimolo.
- Quindi ora hai di nuovo perdite?
- Temo di sì – feci, con un’espressione contrita. – Lo sento. Se non è già cominciato.
- E ora che farai?
- Dovrò andare in bagno a cercare un modo per porvi rimedio.
- Chiediamo a lei, scusa, avrà degli assorbenti.
- Non se ne parla nemmeno. Mi dà fastidio. – ovviamente mentivo, niente riesce a imbarazzarmi, però continuai: – E poi, posso cavarmela da sola. Dai, ora vado in bagno. Vedrai, entro, risolvo e torno.

Fino a quel momento ammetto che avevo abbandonato l’idea del delizioso (e magari sconveniente) dispetto.
Percepire una terza goccia di sangue che mi scendeva dentro mentre mi recavo verso la stanza da bagno e decidere di non accantonare l’idea della vendetta fu tutt’uno. Roba di pochi istanti.
Nanosecondo: quel tempo che passa dal momento in cui si crea un piano di tremenda vendetta nella testa, e il momento in cui si è certi di doverlo attuare subito, senza indugio, senza esitazione.
Entrai in bagno, chiusi la porta, mi ci appoggiai piano con la schiena e respirai un istante a pieni polmoni.
Cercai con lo sguardo lo specchio, mi ci avvicinai piano e scimmiottai le femmine che si rimirano assumendo qualcuna delle pose più civettuole e ridicole che mi vennero in mente. Poi sorrisi a me stessa.
Uno, due tre, contai mentalmente fino a dieci, poi, esattamente come ero entrata in bagno, aprii piano la porta e tornai in salotto.
Con un sorriso rassicurante mi diressi verso di lui, verso il divano.
Lei era ancora di là, al telefono con un altro ex (come ci spiegò in seguito) con cui era rimasta in analoghi buoni rapporti.
Perfetto.
Qualche secondo di ghigno soddisfatto di cui sarebbe stato impossibile accorgersi, e fui di nuovo sul divano accanto a lui. Con tutta me stessa, se così si può dire.
Aprii un po’ le gambe, il massimo possibile senza assumere una posa volgare, e abbassai il busto per appoggiare le braccia sulle ginocchia, e il mento sulle mani.
Dovevo avere sicuramente un’espressione molto seria così, perché lui evidentemente si preoccupò e si avvicinò al mio orecchio per bisbigliare un:

- Allora, va meglio? Ti senti bene? Sembri strana…

Tirai un sospiro di autocommiserazione e gli bisbigliai in risposta:

- No, solo un po’ di mal di testa, lo sai come mi succede, l’ultimo giorno delle mestruazioni, poi un po’ di nervosismo per questa storia…
- Ma hai risolto?
- Ho risolto.
- Ok, però rispondimi lo stesso. Non ti senti? Vuoi che ce ne andiamo?

Abbassai un altro poco il busto, schiacciandomi ulteriormente verso il basso, quel tanto che mi permise di allargare ancora, impercettibilmente, le gambe e far scivolare l’abitino elasticizzato qualche altro centimetro più su. E mentre, contraendomi, dondolavo il culo per strusciarmi sul divano, lasciai uscire un sofferto:

- No. Tutto a posto. A posto così.

Un rosso decisamente vivo, non c’è dubbio. Identico.



Da un rullino scaduto
Martedì, 17 Luglio 2007, 1:22 pm
Archiviato in: Mis-Talking

Sono lungo l’Arno, e ho una felicità appena più su del normale.
E’ bello percepire che è un po’ più su del normale ed è bello, anche se forse ingenuo, percepire che è cosa duratura.
- Ascolta! Abbassa il volume.
E’ una donna che litiga con un uomo. Saranno entrambi sulla quarantina. Ho sempre il difetto di non riuscire a farmi i cazzi miei, ho sempre la debolezza di immedesimarmi nell’uomo, anche se non so un cazzo di niente, di nessuno, figuriamoci di me.
Sarà perché lei è magrissima, con la pelle tanto scura e le sopracciglia sempre inarcate, e poi lo porta a stare in una posizione sottomessa, schiena curva, spalle gobbe, testa ripiegata da una parte.
Lui è arrivato molto prima e ha parcheggiato con uno sguardo da cerbiatto, aspettandola per tanto tempo: il suo furgoncino ha una targa scritta a lettere incerte col pennarello.
Mi sento lui, mi sento uomo, anzi bambino: a momenti mi batte veloce il cuore, quando, pur non comprendendo le parole, intuisco che lei sta per perdere le staffe e temo in una degenerazione violenta.
Che non c’è: lei si accende una sigaretta, e per qualche minuto passeggia in silenzio tra le auto parcheggiate al sole cocente e fermo.
Una ragazza in pausa fumo appena uscita dalla biblioteca, sulle cui panchine sto aspettando ormai da un paio d’ore, si ferma un minuto a guardarmi, sospendendo il respiro e sollevando in aria la sigaretta; intuisce, dalla fissità del mio sguardo, che mi sto proprio facendo i fatti loro. Lei si volta, non sorride del mio piccolo peccato né, però, lo condivide.
Con le mani in veloce movimento, schiave di chissà quale spiegazione vana nel contesto del litigio, a palmi aperti, la coppia, forse ex, sembra sul punto di concludere.
Il tempo che a me è sembrato velocissimo a loro sarà sembrato diverso: a lui sicuramente eterno.
Sconfitto, si rimette in auto, le porge l’accendisigari dall’abitacolo, fa manovra per uscire dal parcheggio.
Lei alza la mano in cenno di saluto e poi comincia a girarsi per proseguire in direzione opposta.
Ecco, si volterà verso di me e per un attimo avrò la certezza che sappia tutto quello che ho pensato: compreso l’odio che avrei potuto provare per lei e il vuoto leggero che mi istupidirà per il resto della giornata.



Il cuore in mano
Lunedì, 9 Luglio 2007, 9:25 am
Archiviato in: Mis-Talking

Nel punto dove il fiume, piccolo minimo corso d’acqua, fa una curva per buttarsi sotto quel ponte di mattoni dove tanto spesso lasciavamo le bici, alla base c’era, c’è ancora, un piccolo slargo, dove riposavamo sempre, e anche se è di troppi anni fa l’ultimo pomeriggio che ci abbiamo trascorso insieme, tanti devono averci imitato, perché l’erba non è più ricresciuta.
Nascosti al sole troppo forte dal parapetto del ponte, un pomeriggio mi chiedesti se riuscivo a immaginare la voglia che avevi di baciarmi.
Io non avevo mai sospettato nulla.
Al ritorno, quella volta, avevamo una sola bici, la mia ci era sembrata superflua, dovendo scendere al fiume solo con i costumi addosso.
La bici era una, e i respiri due: incerto e risparmiato il mio, per non toccarti troppo, per non sentire se stavo scatenando nuove voglie; incerto e risparmiato il tuo pure, per studiare il mio corpo che non vedevi, e di cui speravi di sentire gli spostamenti prima che avvenisse il contatto.
Non toccammo più l’argomento per molti anni.
Quella sera, sui letti a castello della mia casa in campagna, dove di solito dormivano i gemelli, che ora erano con la madre sull’altra costa d’Italia, quella sera nessuno di noi due dormì.
Mio padre, sì, s’accorse di come quella notte era passata in silenzio, di come ogni gioco ogni racconto ogni scherzo infantile, quella notte tutti i rumori erano stati sospesi. Ma la mattina, probabilmente non ci badò; vide il mio livido sul ginocchio e magari si convinse che avevamo litigato dopo esserci picchiati.
Certo, se avessimo litigato sarebbe stato meglio, so che lo pensi anche tu qualche volta.
E’ che eravamo ancora simili: mi sentivo ancora maschio quanto te, forte quanto te, irascibile quanto te. Quando ci rincorrevamo, ci picchiavamo, giocavamo senza giocare del tutto, il fatto che mi stessi lentamente trasformando in un’adulta era per me un evento accessorio. Vedevo che stava cambiando me e scongiuravo che non cambiasse anche te e me.

Pensavo che esprimersi fosse semplice, e nascondersi troppo stupido. Due anni dopo il tuo divorzio e cinque dopo il mio matrimonio, sembravi finalmente più sereno. Avevi un bambino di quattro anni in affido congiunto, non avevi più rancori accesi nei confronti di tua moglie, ti guardavo e sembravi calmo e rilassato. Avevi una vita poco originale ma l’avevi scelta, il che rende molto difficile per me parlarne in maniera originale; ma non è il mio scopo. Non decisi nulla in anticipo, accadde in pochi istanti.
Mi ritenni abbastanza al sicuro da chiederti chiarimenti. Ti ritenni abbastanza cresciuto da darmeli senza ulteriori bruciori. Avevo ancora in mente un mondo in cui guardarsi fosse già volersi metà bene, e capirsi fosse semplice come nelle favole.
Avevamo lasciato passare degli anni senza farci abbattere dalle difficoltà e dalle distanze, e ci eravamo raccontati storie per far finta di essere vissuti insieme. Per far finta di essere rimasti nello stesso posto ti eri perfino comprato casa a pochi chilometri da quella di mio padre, dove avevamo avuto quell’unica adolescenza condivisa e allargata.
Fu di ritorno da una breve settimana di riposo che mi venisti a cercare in ufficio, strappandomi una pausa che avrei dovuto sfruttare per un milione di cose inutili.
Nella trattoria, di fretta, nel momento più sbagliato possibile, ti chiesi qualcosa. Non ricordo cosa. Ormai non lo ricorderò più.
Ricordo che rispondesti: “Sono stato innamorato di te due giorni. Poi mi è passata.”
Non ci ho mai creduto.
Quella sera, di ritorno a casa dal lavoro, presi alla sprovvista mio marito, stanco quanto me, e nel buttarlo sul divano, nello spogliarlo e non aspettare nemmeno un minuto, nel pretendere piacere forte il più velocemente possibile, nel sentirmelo venire dentro, pregai nella mia stupida dissacrante maniera di rimanere incinta.