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Io, io sono ancora sempre quella che saltella invece di camminare, come Maude nel suo impermeabile giallo. Quella che non è in grado di assumere una posizione corretta su una sedia e ha bisogno di infilare almeno una delle due gambe sotto al culo.
Penso che di me siano cambiate cose superficiali, forti, evidenti, così, soltanto per dare un po’ nell’occhio e nascondere che in realtà la sostanza non ha avuto il coraggio di lasciarsi modificare.
Odio ancora chiunque dia per scontato le mie reazioni e osi anticipare i miei pensieri. Chiunque pensi sia facile cogliermi in fallo, perché non sa che noto sempre per prima i miei errori. Al di là della facile ammissione di colpevolezza.
Io odio ancora il meglio dei maschi e il peggio delle femmine, perché sono ancora naturalmente intollerante.
Io ho imparato mio malgrado a dire buongiorno e quasi forse a sentirne una specie di piacere nella gola, al passaggio, ma ho difficoltà nel simulare piacere che non provo.
Piacere se ne prova poco, e a volte è tanto ma soffocato.
Ti chiederei perché, se potessi, oppure quando, se ce la facessi. Invece ti chiedo cosa vuoi.
Che vuoi. Cosa cazzo vuoi da me. Cosa vuoi da una storia che non esiste e che non è mai esistita.
Perché questa storia non esiste e lo sai. E potrei parlare in terza persona per far finta che non sia una storia mia, ma ormai me ne frego, e la faccio diventare una storia scritta in prima persona, per dispetto, per bugia, per soddisfazione.
Se non sono niente in fondo di che ti lamenti, se non ti è rimasto niente perché niente altro hai voluto, se hai voluto fissare quasi per iscritto cosa eravamo e soprattutto cosa non eravamo?
Non siamo stati niente perché nel momento in cui eravamo praticamente tutto hai girato le spalle, disperdendo le tracce.
Hai voluto, avresti voluto qualcosa da conservare nel cassetto, mentre avevi già tutto, avevi già me.
Siamo stati amanti senza mai avere coraggio di toccarci, siamo stati una mente sola che non riusciva a tornare due, non ne aveva la forza. Abbiamo barato, abbiamo finto, abbiamo disperatamente recitato di non essere nulla, mentre ci vestivamo di due parti che non potevano correre separatamente; e se io alzavo il mento, appoggiata sulla parete della mia camera, tu dalla tua parete della tua ti giravi e mi baciavi il collo, ed eravamo sicuri, perché non eravamo mai insieme, perché non c’era la realtà del contatto, eccetto che nella nostra. Eravamo sempre nello stesso posto, pur facendo le nostre vite, nessuna romanticheria, nessun sogno privo di lucidità, nessuna immagine da un film scaduto, nessuna proiezione o facile ingenuo miraggio.
C’è un motivo banale per cui non hai più nulla di me: rifiuti di considerare quel che ti è rimasto dentro, conficcato nelle ossa. E se togli quell’unico, quel blocco, quel mare a trecentosessanta gradi, è così, io non sono davvero niente per te. Hai ragione.
Che cazzo vuoi da me allora. Cosa cazzo vuoi che sia per te.Io c’ero e avrei potuto esserci, e tu hai fatto una scelta, che contemplava delle mezze misure irrealizzabili.
La prima reazione, leggendo che non ti è rimasto niente di me, è una rabbia piena di lacrime, eppure hai ragione. Non penso che la mia sia pura illusione, penso solo di aver rotto il patto, quel patto, quel fatidico patto. Penso non fosse possibile legarsi come abbiamo fatto, senza fondersi definitivamente.
Per cui, se cerchi dentro e non trovi nulla, non puoi sbagliare: è che non sono più là a riempire il tuo mezzo vuoto, gemello di quello che riempivi in me.
Non ci sono più; per fortuna non sono sostituibile da ricordi, per mia e tua fortuna non sono imprigionabile in una lampada, pronta a spuntare fuori quando un vuoto più pesante del solito preme sulla coscienza.
Per una disgrazata casualità hai ancora bisogno di tutta me stessa, di tutto quel che sono, per essere appagato da ciò che forse ormai non rappresento più per te ma che un tempo ero in maniera violenta.
Non sono sostituibile, non sono ammortizzabile, non sono programmabile, non sono, ora più che mai, di facile gestione.
Non sono neanche il padreterno, ovviamente, e non sono stata giusta. Ma in questo caso sono convinta di essere stata onesta a rinunciare, e coraggiosa a scappare, anche se sembra una contraddizione.
Ho avuto il coraggio di privarmi di te, quello che tu non hai avuto.
C’è un vuoto immenso nella mia vita, ma non sarebbe stato giusto riempirlo con te.
D’altra parte questa storia non esiste, senza dubbio per te non ha mai avuto luogo, a quanto sostieni.
E allora, questa storia non esiste perché non è mai partita, e però per questo non potrà mai finire.
Siamo stati due che si amavano, ma non è bastato.
Ed è per questo che alla fine ho scelto di non raccontarla.
[10/02/2008, ore 22:52]
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un appunto senza senso
scritto solo per dimenticare
dimenticare le targhe delle auto imparate per pochi minuti
o le curve dove puoi non rallentare
un appunto per non ricordare e potersi in futuro stupire
scaricare banalità da togliere di dosso
cose di cui stupisce il solo fatto che ancora stupiscano
quel bianco che avrei giurato di non apprezzare mai
di un posto troppo esteso da far contenere agli occhi
poi di notte riemergono voci e volti
di persone che restano come caldo o freddo persistenti
i “ce l’ho fatta” oppure “ho gettato la spugna”
che, detti con fermezza, non vogliono più smorzarsi
ma la gente non vuole passare mai e forse dovrebbe
la gente che segna e scompare a cui potrei offrire un posto
e se ascolto vengono briciole, di questa gente
ad aver voglia, pure più che briciole
e da principio ricordo tutto
da principio sono solo io, con la mia memoria inutile
poi, mentre dimentico, riappare la mia unica voglia
che contiene un conto unico valido per tutti
un’ultima scena che cambi il senso della storia
un rischio, un cuore in allarme, una vittoria
occhi bagnati in cerca di fuga dal tuo sguardo
occhi stanchi ma senza voglia di riposare
la risata che non trattieni e crea contagio
e infine, l’ultimo sorriso della giornata.
Archiviato in: Mis-Breathing
giorni, giorni che passano senza diventare passato
è una luce forte, questa
e io non mi copro gli occhi, e so come finisce.
luce, luce diversa.
‘lasciami’ è diventato un desiderio, ‘ritorna’ una foce.
sarà questo il motivo dell’estuario.
camminare addosso alle pareti, non è un caso
cambiare direzione, parlar male, asciugare macchie sui vestiti.
essere abbandonati è disumano.
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Maude: What kind of flower would you like to be?
Harold: I don’t know. One of these, maybe. [a daisy]
Maude: Why do you say that?
Harold: Because they’re all alike.
Maude: Oh, but they’re NOT! Look. See, some are smaller; some are fatter; some grow to the left, some to the right; some even have lost some petals. All kinds of observable differences! You see, Harold, I feel that much of the world’s sorrow comes from people who are *this* [the daisy], yet allow themselves to be treated as *that*. [the whole field of daisies]
Nella mia testa, figuravi a tutto tondo.
Non riuscivo a percepirti inerte (che mi avrebbe annoiato), o piatto (che mi avrebbe rattristato), o privo di emozioni (che mi avrebbe giustificato). Mi recavo più volte alla finestra, compulsivamente, a inventarmi grida di bambini svogliati richiamati all’ordine più volte. E per qualche istante riuscivo a farti scomparire dalla mia testa. Urtavo il vetro lasciando una scia di unto con la fronte, e ci passavo la manica del pigiama sporcando ancora di più, innervosendomi perché sapevo che non avrei mai avuto la voglia di pulire.
Allora nella rabbia provavo a inacidirmi e tentavo di non pensare al fatto che tu non stessi badando solo a me. Dovevo svegliarmi, tornar cattiva. Dovevo salvare me perché nessuno l’avrebbe fatto al posto mio. Guardare la gente senza salutarla, mostrare il peggio per rilassarmi.
Avevo bisogno di tornare a non essere buona. Liberarmi di te, maledetto, di lei, maledetta, di chiunque provasse a scalfire il mio muro di ghiaccio.
Presi la penna e provai a scaricare sulla carta questa strana sensazione di serenità, questa sensazione troppo vicina ad una romantica idea di ‘bontà’. Provai a limitare i buoni sentimenti chiudendoli in un pezzo di carta.
Cosa sono. Chi voglio essere ora e negli anni che verranno.
Cosa scelgo quando vago per strada. Chi ho bisogno di guardare.
Salgo fino in cima, su nella piazza. C’è un vento non fortissimo, ma so già che stasera mi bruceranno le labbra e passerò la notte a bagnarmele e morsicarmele perché ho dimenticato di curarle.
Salgo lenta, ma col passo duro e le gambe tese di chi pur non avendo fretta non vuole correre il rischio di vedere gli occhi delle persone. Da una traversa spunta un coro di adolescenti vocianti, c’è qualcosa nella loro irruenza che mi spaventa, non devo farglielo vedere, non devo farglielo capire. Mi hanno turbato per un istante. Pochi secondi dopo, continuando ad ascoltare le loro parole di passeggio, quella sensazione è svanita, quel turbamento è caduto e disciolto tra i passi. Frantumato come acqua che si frantuma in gocce che si frantumano in gocce che si disperdono in frattali.
Questo è quello che banalmente potrebbe considerarsi ’star bene’.
Continuo a salire verso la piazza, vado dove devo andare, parlo con le persone con cui devo parlare, sorrido ascolto chiacchiero.
E mentre ridiscendo verso casa, qualcuno mi nota senza motivo, qualcuno mi sfugge nella sua cordialità, e mi regala un sorriso gratis di Paolesca memoria a cui non posso non cedere, mi regala una contentezza potente a cui devo per forza arrendermi.
E allora misuro le ultime decine di metri che mi separano da casa con una falcata più lunga, ma con le ginocchia più morbide e le spalle un po’ più larghe, sfiorando la strada per non far sentire il rumore dei miei passi, a precedermi, con gli occhi bassi ma un sorriso appena pronunciato ben visibile a chi vorrà accorgersene.
E questa sono io.
Non funziona. Dio stramaledetto, non funziona.
In questa sorta di schizofrenia cresciuta, non posso sempre essere quella che vorrei. Cioè me e non l’altra. Parte della serenità è stata abbandonata sulla carta, intrappolata come un mago sotto incantesimo in una bottiglia. Ma, passata questa euforia della bontà in cachet chiusa nel cassetto, ho bisogno di qualcosa di secco, forte e muto che stabilisca uno stato definitivo.
Devo tornare in strada, in altre strade, non le strade belle ma quelle inospitali, per recuperare un distacco che mi renderà più forte, che mi ammazzerà gentilmente ma non farà del male, o non farà altro male.
Devo necessariamente camminare di nuovo. Camminare tra le rocce perché le persone sono rocce, rocce con cui non ho speranza, e allora le frantumerò oppure dovrò scalarle aggirarle scavalcarle senza entrarci.
Più che altro ci sono sempre queste camminate, sempre dovranno esserci, praticamente catartiche, formalmente almeno, se è vero che nella mia testa c’è anche nemesi e non solo catarsi, ma comunque camminate, camminate veloci sempre più uguali; muri pisciati che al primo raggio di sole si allargano a dismisura, mura pisciate che inseguono me e i disattenti viandanti e mentre ci inseguono rimangono là per sicurezza, per essere pisciati di nuovo, stasera, domani, quando sarà? Non lo so, lo sanno solo loro, lo sanno meglio loro.
Alla fine quando mi siedo è solo per compiere gesti inutili, gesti finti, gesti drammatici, movimenti teatrali, inscenando storie che hanno senso solo se qualche casuale osservatore crede che siano vere; come stamattina, quando ho camminato per un intero viale zoppicando e con una mano che stringeva forte la coscia solo per sperimentare solo per capire se attiravo l’attenzione di qualcuno per la strada o magari qualche commessa in pausa sulla soglia del negozio a fumarsi una sigaretta una stupida sigaretta invee di guardare me. Dopo tutto questo mi siedo, prendo posizione in uno spazietto rigorosamente al sole, mi rilasso e comincio a ruotare la testa da una parte e faccio finta di guardare le persone mentre in realtà penso solo ai cazzi miei o viceversa faccio per evitare sguardi e ignorare i vicini e intanto scruto e succhio e invento storie per renderli più interessanti, solo per far passare il tempo, solo per vedermi passare il tempo.
E’ quando finalmente mi accorgo che in questo, per la prima volta in vita mia, non c’è traccia di malinconia né di malumore, è allora che mi viene voglia di parlarne, di parlare a me stessa di cosa sono o sono diventata, oppure ero e non volevo più essere perché avevo gettato la spugna.
Non c’è pace e non c’è guerra, soltanto forse sentimenti. Una parete urla a gran voce, a grandi linee di pennarello, prima che qualcuno lo cancelli, un “Eri qui ma rimarrai ovunque” che poco alla volta scompare finché non mi rendo conto di averlo inventato, di averlo voluto creare per testare cosa vorrei che mi stupisse.
Vorrei che qualcosa ancora mi stupisse, e niente è in grado. Ripiego diventando io l’autrice, io la creatrice, io la meretrice.
Guardo le femmine in maniera più ossessiva del solito, cerco appagamento, quello che gli uomini hanno già saputo darmi.
Sei ragazze spagnole parlano sorridendo in un angolo, molto più piacevoli, molto più amabili, così, per principio, perché voglio fare questo capriccio ora, molto più belle delle due ragazze che rallentavano il mio rabbioso passo pochi minuti fa parlando di capelli perché è un rosso non rossissimo e rende bene ti assicuro che non si notava la ricrescita e se avessi saputo che veniva così bene dio bono, mentre le spagnole, dio bono lo dico io: meglio loro, certamente, e meglio certamente anche quella coppia obesa che si baciava con travolgente passione appoggiata ad una colonna lungo l’ultimo binario della stazione sperando che qualcuno si accorgesse di loro e poi se ne dimenticasse subito dopo come qualunque altra coppia vuole sempre. E le spagnole, le spagnole mi piacciono perché se ne fottono e comunque continuo a preferire loro anche se sospetto che in fondo parlino della stessa tintura rossa per capelli, sono belle perché ridono, sono belle perché non dubitano, sono belle perché non mi inquietano con i loro musi lunghi come stessero parlando di olocausto e non di tinture da donna.
Poi recupero una scena dalla memoria, una scena che ora capisco avere un senso, anche perché mentre guardavo di sfuggita avevo ancora in testa il rosso delle due musone dal passo moscio: e il rosso era il trait-d’union, era la frequenza musicale che non muore mai e si muta attimo dopo attimo creando continuità. E questa rossa, allo stesso binario dei due ciccioni, mi passa davanti, è una rossa con gli occhi di cristallo azzurro, ma sono occhi rossi, ancora rossi, rossi di pianto, ed era con qualcuno, sì, era parte di una coppia, e mentre mi passa davanti incrocia una capotreno bionda e dolce, che le mette una mano sulla spalla per consolarla, o forse avevano già parlato, o forse si conoscevano, e per non cascarci, per non farmi irretire da questa bontà rara e così semplice la mia mente torna ai muri pisciati e alle coppie che si incastrano sull’erba e penso a cosa ho fatto io e vorrei fare per essere peggiore, perché a chiedermi cosa fare per essere migliore avrei una risposta veloce e banale che non desidero.
Camminare per strada con aria di sfida è un buon punto di partenza, e poi questo, quello che faccio sempre, quello che non dovrei ammettere con nessuno.
Quel tornare a testa bassa contando sull’istinto altrui di schivarmi.
Quel delegare a te o all’altra tutte le cose che andrebbero fatte per una quotidianità serena.
Quel dimenticarsi del corpo e fingere di non averne bisogno, mentre in realtà, dentro o fuori, fisico o testa, il bisogno esiste. So già che finisce tutto così: quando al collo alle ghiandole ai capillari e alle papille non rimane molta scelta. Se nel momento in cui sei seduto al cesso, e realizzi che, sì, avrai anche tante cose da dire, ma hai dimenticato tutti i cognomi di persone che riempivano il tuo mondo in una determinata fascia di anni, in quel momento percepisci con quale dolore il tuo cervello ha fatto davvero una scelta. Ma è solo il tuo cervello, un organo come tanti, un funzionamento impreciso e indefinibile, che non può essere zero o uno.
E anche questa, sarebbe una cosa da non ammettere con nessuno.
Quel nessuno invece mi rincorre, mi marca stretto, mi desidera per umiliarmi. L’altra, che incontro rientrando in casa, perché disgraziatamente mi dimentico di evitare lo specchio. L’altra che vorrebbe essere buona e non fa altro che rendersi ridicola. La guardo nel vetro e mi sussurra a bocca chiusa un “Ti prego…!” che sento solo io. Pregare? No, io comunico, come diceva Maude. In più, considerato che con me non c’è partita, ti obbligo a sentire questa: siamo in due e te lo concedo. Però ho vinto io. Tu con me non ci vuoi comunicare. Quindi pregherò per te. Ma non azzardarti a pregarmi. Hell is around the corner.
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se avessi ancora parole per tutti, se avessi ancora voce da regalare
amico ti direi qualcosa ti darei certezze
amico ti stenderei un tappeto rosso per accoglierti come non ti aspetti
potrei dirti cosa ho salvato e ancora conservo del tuo amore
potrei farti capire cosa non ho dimenticato e ricordo anche nel sonno
delle tue parole e dei tuoi gesti tutti
di quando mi hai amato a gran voce senza aspettare
e di quando hai smesso con le parole e hai cominciato nel silenzio
a somministrarmi qualcosa che sapeva essere tutto
come una medicina o una soluzione, sì, come fosse una cura
finché in effetti hai avuto ragione, e son guarita per contagio
e ho cominciato io pure, a somministrare qualcosa
e se io avessi coraggio come avevo e non ho
tu saresti meno di un volto ma sempre più di un’anima
non disperderei le poche parole che mi restano
a questo vento intrecciato col sole finto e bastardo
davanti ai miei occhi che mescolano odori
e confondono le persone con le idee
perché se avessi ancora le parole di una volta
per tutti, me compresa, non lo nego
riscatterei il silenzio
con delle urla che almeno abbiano un motivo
e non darei la colpa alla tua assenza
del sentirmi già così sola a trent’anni
ma poi, se risparmiassi tenacemente, respiro corto
le poche parole che sto usando
per questo dir nulla
saprei davvero di che parole rivestire
il bene che potresti pretendere da me un giorno?
se sono nulla e lo desidero… no, non credo.
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Il divano.
Che splendido divano rosso.
Le si illuminarono gli occhi mentre, cingendo le spalle del mio uomo con un po’ troppa enfasi, si compiaceva dei nostri complimenti a questo stupido oggetto.
O Signore, dai a una donna un accessorio nuovo di zecca e la sua anima sarà soddisfatta e perduta.
- E’ davvero un bel rosso – proseguì lui, non pago dell’orgoglio che aveva già scatenato in lei con una semplice battuta.
E infatti, la risposta, pronta, fu:
- E’ rosso sangue – precisò. – Un rosso più vivo di questo non c’è. Lo adoro.
Racconto ora questa storia, ma in effetti sono passati diversi anni.
Il mio uomo di allora non c’è più (non nel senso che è tragicamente morto; è solo migrato su lidi meno inospitali dei miei.) Il mio cattiveggiare crudele e gratuito lo ha saturato come ha fatto con tutti.
Mi è tornata in mente la storia del divano rosso senza rendermene conto, solo perché nei miei vagabondaggi in cerca di bassifondi mi sono ritrovata a camminare nella strada dove allora abitava lei. Ora non più, e voglio pensare di essere stata una grossa fetta della sua decisione di traslocare. Divano (non) compreso.
- Vorrei proprio che la conoscessi, il nostro è un rapporto speciale, siamo riusciti a rimanere amici, sai? E’ così bello sapere che a volte ci si può riuscire.
(Sì, ‘rapporto-speciale’, ‘rimanere-amici’, ‘bello-riuscire’, gli elementi a cazzo c’erano tutti, ma non era decisamente una cima, quel mio ex.)
E mentre formulava queste incaute e trite riflessioni io cominciavo a pensare che, forse, si sarebbe potuta fare davvero questa cosa.
Ci sarebbe stato da divertirsi.
Avrei avuto il tempo di elaborare qualcosa, perché in realtà non c’era nessun incontro da organizzare, abitando, loro due, a un solo isolato di distanza. All’epoca, si intende; in seguito al discorso del divano, lei mise molte decine di chilometri tra noi e sé, nonostante l’inutilità della mossa (io ormai ero fuori dalla loro portata, e fuori anche dai coglioni, più banalmente).
Ricapitolando, da un momento all’altro, quando fossi stata pronta, avrei potuto cinguettare “Beh, che ne dici di andare da…?”oppure “Sai che oggi pomeriggio potremmo proprio andare da…?” e lui sarebbe stato tutto contento di questo mio rinnovato interesse per il suo passato, per un pezzo importante della sua vita, bla bla bla, saluti e baci.
Il primo fine settimana di agosto di quell’anno mi stavo preparando. Senza saperlo mi stavo preparando.
Il mercoledì mi erano cominciate le mestruazioni, e questo ovviamente mi aveva fatto passare gran parte della voglia di esser cattiva.
E’ una specie di patto tra me e lui, oppure lei nella peggiore delle ipotesi. Insomma, quel tizio che da alcuni si fa chiamare padreterno lo sa: un po’ a te, un po’ a me. Tutt’e due insieme è difficile; e io di solito aggiungo, per chiosare “ma non impossibile”. Perché mi conosco.
Mercoledì e giovedì era dunque stato il mio turno di subire; sopportato con sufficiente decoro il peggio, intendevo godermi il meglio. Non c’è niente di più liberatorio del sesso quasi-post mestruale, per non parlare di quello pienamente mestruale. Liberatorio e eccitante, grazie ad una carica ormonale inusuale.
E, considerato che, in quanto donna al minimo sindacale, dopo il secondo giorno praticamente mi si son già chiusi i rubinetti, è facile immaginarsi che anche l’uomo più schizzinoso possa riuscire a superare il concetto del sangue. Quando di uomini si tratta, peraltro.
Il mio uomo, quel mio uomo, non era però affatto schizzinoso.
Motivo per cui già si immaginava, come accadde, che appena finito di pranzare avrei anticipato il crollo digestivo inchiodandolo sul divano. A quei tempi credermi innamorata era stato facile, ma la verità è che si scopava come dei dannati, a più non posso: e nulla più. Decisamente non male, niente male davvero.
Fu da quel momento che nacque tutto quel che accadde in seguito.
Nel sovraccarico di endorfine che nel pomeriggio ne seguì, qualcosa mi suggerì di porre la fatidica domanda, che nella fattispecie non era “te la voglio dare, vuoi prendertela?”, ma un molto più svagato e sognante “che ne dici, andiamo a trovare la tua ex?”: e, com’era facile immaginare, non sentii nemmeno il tempo di una pausa tra la mia domanda e la sua risposta.
Per prendermi una rivincita (anche se ancora non sapevo quale, per cui pescavo un po’ a casaccio), decisi di cominciare dalla mossa più stupida, ma più divertente: quella banale del ‘io sono un’assatanata quindi anche se è stato con te sappi che con me si diverte di più’. Era estate, eravamo in città: indossai un abitino blu elasticizzato, striminzito, con la schiena completamente scoperta. Ebbi cura di far notare anche a lui che non vedevo necessità di indossare altro, né al di sotto né al di sopra.
Mentre allacciavo i lacci dei sandali di tela, alla schiava, lui non riuscì a trattenere un commento velocissimo sussurrato nel mio orecchio, uno dei commenti più stupidi, svogliati e noiosi che un uomo mi abbia mai fatto: “Sei proprio porca come piace a me”. A ripensarci, non mi pento più di nulla. E’ un fatto, però, che non mi pento mai di nulla.
Scopata di fresco, fumante di doccia bollente, vestita per puro scrupolo: e così percorremmo l’isolato che ci separava dalla magnifica imperdibile inimitabile donna.
Cattiveggiai tutta la sera. Difficilmente ho la voglia e il coraggio di farlo davvero, in pubblico, con persone che mi conoscono e con cui il giorno dopo dovrò continuare a condividere la vita.
Difficilmente lo faccio in presenza di tante persone tra cui alcune a me (relativamente) care.
Di solito mi sfogo sugli estranei.
Quella sera cattiveggiai come mai, ma la situazione era come capovolta: erano gli estranei a beccarsi gratuitamente la mia cattiveria (gli ospiti che la ex aveva già a casa quando arrivammo), mentre i pochi che conoscevo sembravano degni destinatari dei miei maltrattamenti. Garbati, dio santo, ma sempre maltrattamenti. Niente di speciale: stare in silenzio in maniera imbarazzante, contraddire le poche frasi rivolte a me, perfino quelle gentili (“Cara, sembri avere l’aria stanca…” – “Non sono stanca, solo mi sembra non ci sia niente di interessante da dire né da ascoltare”); o, ancora, rompere il silenzio con battute di dubbio gusto, oppure con discorsi seri, ma fuori luogo perché decisamente provocatori.
- I pedofili hanno tutte le ragioni, per me.
- Che cosa…?
- Dico solo che nessuna mamma fa in modo da far guardare la propria cara figlioletta come una bambina.
- Non ti seguo… Spiegati meglio…
- Siamo stati in Val di Pesa, qualche tempo fa. In un parco c’erano solo mamme scosciate, provocanti e vestite a festa. E le figlie, uguale.
- Vuoi dire che sono loro a provocare? Dio santo, ma come ragioni…
- Voglio dire che se, per esempio, c’è una mamma che veste la figlia di otto anni con un top allacciato dietro al collo come fosse un’adulta, io che la guardo dalla mia panchina e ne fisso solo la schiena e il collo, non percepisco nessuna differenza rispetto ad un’adolescente o una ragazza della mia età. E’ eccitante quanto un’adulta.
- Stai scherzando, spero.
- Affatto. Anzi, ti dirò di più: rispetto all’immagine irraggiungibile del corpo perfetto che ti propinano in televisione, la schiena perfetta della bambina di otto anni ha in aggiunta una cosa che la rende ancora più appetibile: la freschezza della carne, quella che dai trenta in poi ogni mamma va cercando.
- …
- Quindi, la mamma si veste con una minigonna ascellare e mostra una coscia non fresca; poi, veste a propria immagine la figlia, che è decisamente meglio di lei, perché se è bona quanto lei, in più è ancora giovane. Io che perseguo la purezza ovunque, di purezza in questo non vedo nemmeno una goccia. Nelle madri, intendo. I pedofili almeno sono onesti.
Non ricordo nemmeno con chi sostenni questa inutile conversazione.
Ricordo che pochissimo tempo dopo gli ospiti che erano là prima di noi scomparvero.
La ex pareva reggere il colpo, decisa a non darmela vinta. E fece la cosa più banale che le passò per la testa, suppongo. O forse nella sua testa era la chance migliore. In effetti credo proprio che lo fosse.
Cominciò a cianciare con lui. Delle cose che aveva fatto di recente (non un riassunto degli ultimi anni, logicamente… si vedevano di continuo, erano amici, bla bla bla… sicuramente si erano visti tra di loro più di frequente di quanto entrambi vedessero le rispettive madri); dei colleghi di lavoro; delle vacanze recenti che erano così simili a quelle fatte insieme, senti che stranezza, davvero.
Ero così interessata ai suoi racconti delle “loro” vacanze passate, che riesaminavo con pazienza la superficie dei miei denti: ché ho questo splendido tic, di cui vado tanto fiera, che consiste nel carezzare con la lingua la superficie dei molari, così lisci e scivolosi, al contrario degli altri denti, soprattutto gli incisivi, rovinati e sempre più ruvidi da quando mi son spuntati i denti del giudizio.
Ero là, sinceramente interessata a questo morbido autoerotismo (del cavo) orale, quando sentii la prima goccia scendere.
Vero, avrei dovuto ricordarmene.
Mi era sfuggito, così come mi era sfuggita la goccia. Me ne fossi ricordata, sarei stata capace anche di trattenere la goccia. Ma non fu affatto un male, come si può intuire. Ovviamente, dovevo ancora decidere se c’era davvero bisogno di trattenerla o se potevo volgere a mio favore la situazione.
L’accumularsi degli eventi casuali concorreva a darmi ragione: prendo molto sul serio i segnali, anche quelli più subdolamente eloquenti.
Fu così che, mentre sentii la seconda goccia che si faceva strada verso il basso, suonò il telefono: la bella si staccò dalle interminabili descrizioni e corse a rispondere. Ne approfittai.
- Ti devo parlare.
- Ora?
- E’ urgente.
- Che è successo?
- Le mestruazioni. Il sesso di prima, a casa tua.
- Non ho capito, non ti erano finite?
- Lo sai che non sono ancora finite: stanno per finire.
- Che vuol dire allora? Spiegati.
- Te l’ho spiegato. Certo che te l’avevo spiegato.
- Cioè?
- Cioè sono mestrualmente stitica. Butto fuori poco sangue di mio. Il minimo indispensabile. A prezzo di gran dolore.
- Questo lo so, ma non ricordo cosa intendevi.
- Perdo poco sangue a meno di stimoli esterni che sollecitino i miei pigri muscoli a contrarsi, di grazia, un altro poco. E finire il lavoro mensile in maniera pulita pulita. Fare sesso freneticamente e a lungo è decisamente sufficiente come stimolo.
- Quindi ora hai di nuovo perdite?
- Temo di sì – feci, con un’espressione contrita. – Lo sento. Se non è già cominciato.
- E ora che farai?
- Dovrò andare in bagno a cercare un modo per porvi rimedio.
- Chiediamo a lei, scusa, avrà degli assorbenti.
- Non se ne parla nemmeno. Mi dà fastidio. – ovviamente mentivo, niente riesce a imbarazzarmi, però continuai: – E poi, posso cavarmela da sola. Dai, ora vado in bagno. Vedrai, entro, risolvo e torno.
Fino a quel momento ammetto che avevo abbandonato l’idea del delizioso (e magari sconveniente) dispetto.
Percepire una terza goccia di sangue che mi scendeva dentro mentre mi recavo verso la stanza da bagno e decidere di non accantonare l’idea della vendetta fu tutt’uno. Roba di pochi istanti.
Nanosecondo: quel tempo che passa dal momento in cui si crea un piano di tremenda vendetta nella testa, e il momento in cui si è certi di doverlo attuare subito, senza indugio, senza esitazione.
Entrai in bagno, chiusi la porta, mi ci appoggiai piano con la schiena e respirai un istante a pieni polmoni.
Cercai con lo sguardo lo specchio, mi ci avvicinai piano e scimmiottai le femmine che si rimirano assumendo qualcuna delle pose più civettuole e ridicole che mi vennero in mente. Poi sorrisi a me stessa.
Uno, due tre, contai mentalmente fino a dieci, poi, esattamente come ero entrata in bagno, aprii piano la porta e tornai in salotto.
Con un sorriso rassicurante mi diressi verso di lui, verso il divano.
Lei era ancora di là, al telefono con un altro ex (come ci spiegò in seguito) con cui era rimasta in analoghi buoni rapporti.
Perfetto.
Qualche secondo di ghigno soddisfatto di cui sarebbe stato impossibile accorgersi, e fui di nuovo sul divano accanto a lui. Con tutta me stessa, se così si può dire.
Aprii un po’ le gambe, il massimo possibile senza assumere una posa volgare, e abbassai il busto per appoggiare le braccia sulle ginocchia, e il mento sulle mani.
Dovevo avere sicuramente un’espressione molto seria così, perché lui evidentemente si preoccupò e si avvicinò al mio orecchio per bisbigliare un:
- Allora, va meglio? Ti senti bene? Sembri strana…
Tirai un sospiro di autocommiserazione e gli bisbigliai in risposta:
- No, solo un po’ di mal di testa, lo sai come mi succede, l’ultimo giorno delle mestruazioni, poi un po’ di nervosismo per questa storia…
- Ma hai risolto?
- Ho risolto.
- Ok, però rispondimi lo stesso. Non ti senti? Vuoi che ce ne andiamo?
Abbassai un altro poco il busto, schiacciandomi ulteriormente verso il basso, quel tanto che mi permise di allargare ancora, impercettibilmente, le gambe e far scivolare l’abitino elasticizzato qualche altro centimetro più su. E mentre, contraendomi, dondolavo il culo per strusciarmi sul divano, lasciai uscire un sofferto:
- No. Tutto a posto. A posto così.
Un rosso decisamente vivo, non c’è dubbio. Identico.
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Sono lungo l’Arno, e ho una felicità appena più su del normale.
E’ bello percepire che è un po’ più su del normale ed è bello, anche se forse ingenuo, percepire che è cosa duratura.
- Ascolta! Abbassa il volume.
E’ una donna che litiga con un uomo. Saranno entrambi sulla quarantina. Ho sempre il difetto di non riuscire a farmi i cazzi miei, ho sempre la debolezza di immedesimarmi nell’uomo, anche se non so un cazzo di niente, di nessuno, figuriamoci di me.
Sarà perché lei è magrissima, con la pelle tanto scura e le sopracciglia sempre inarcate, e poi lo porta a stare in una posizione sottomessa, schiena curva, spalle gobbe, testa ripiegata da una parte.
Lui è arrivato molto prima e ha parcheggiato con uno sguardo da cerbiatto, aspettandola per tanto tempo: il suo furgoncino ha una targa scritta a lettere incerte col pennarello.
Mi sento lui, mi sento uomo, anzi bambino: a momenti mi batte veloce il cuore, quando, pur non comprendendo le parole, intuisco che lei sta per perdere le staffe e temo in una degenerazione violenta.
Che non c’è: lei si accende una sigaretta, e per qualche minuto passeggia in silenzio tra le auto parcheggiate al sole cocente e fermo.
Una ragazza in pausa fumo appena uscita dalla biblioteca, sulle cui panchine sto aspettando ormai da un paio d’ore, si ferma un minuto a guardarmi, sospendendo il respiro e sollevando in aria la sigaretta; intuisce, dalla fissità del mio sguardo, che mi sto proprio facendo i fatti loro. Lei si volta, non sorride del mio piccolo peccato né, però, lo condivide.
Con le mani in veloce movimento, schiave di chissà quale spiegazione vana nel contesto del litigio, a palmi aperti, la coppia, forse ex, sembra sul punto di concludere.
Il tempo che a me è sembrato velocissimo a loro sarà sembrato diverso: a lui sicuramente eterno.
Sconfitto, si rimette in auto, le porge l’accendisigari dall’abitacolo, fa manovra per uscire dal parcheggio.
Lei alza la mano in cenno di saluto e poi comincia a girarsi per proseguire in direzione opposta.
Ecco, si volterà verso di me e per un attimo avrò la certezza che sappia tutto quello che ho pensato: compreso l’odio che avrei potuto provare per lei e il vuoto leggero che mi istupidirà per il resto della giornata.
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Nel punto dove il fiume, piccolo minimo corso d’acqua, fa una curva per buttarsi sotto quel ponte di mattoni dove tanto spesso lasciavamo le bici, alla base c’era, c’è ancora, un piccolo slargo, dove riposavamo sempre, e anche se è di troppi anni fa l’ultimo pomeriggio che ci abbiamo trascorso insieme, tanti devono averci imitato, perché l’erba non è più ricresciuta.
Nascosti al sole troppo forte dal parapetto del ponte, un pomeriggio mi chiedesti se riuscivo a immaginare la voglia che avevi di baciarmi.
Io non avevo mai sospettato nulla.
Al ritorno, quella volta, avevamo una sola bici, la mia ci era sembrata superflua, dovendo scendere al fiume solo con i costumi addosso.
La bici era una, e i respiri due: incerto e risparmiato il mio, per non toccarti troppo, per non sentire se stavo scatenando nuove voglie; incerto e risparmiato il tuo pure, per studiare il mio corpo che non vedevi, e di cui speravi di sentire gli spostamenti prima che avvenisse il contatto.
Non toccammo più l’argomento per molti anni.
Quella sera, sui letti a castello della mia casa in campagna, dove di solito dormivano i gemelli, che ora erano con la madre sull’altra costa d’Italia, quella sera nessuno di noi due dormì.
Mio padre, sì, s’accorse di come quella notte era passata in silenzio, di come ogni gioco ogni racconto ogni scherzo infantile, quella notte tutti i rumori erano stati sospesi. Ma la mattina, probabilmente non ci badò; vide il mio livido sul ginocchio e magari si convinse che avevamo litigato dopo esserci picchiati.
Certo, se avessimo litigato sarebbe stato meglio, so che lo pensi anche tu qualche volta.
E’ che eravamo ancora simili: mi sentivo ancora maschio quanto te, forte quanto te, irascibile quanto te. Quando ci rincorrevamo, ci picchiavamo, giocavamo senza giocare del tutto, il fatto che mi stessi lentamente trasformando in un’adulta era per me un evento accessorio. Vedevo che stava cambiando me e scongiuravo che non cambiasse anche te e me.
Pensavo che esprimersi fosse semplice, e nascondersi troppo stupido. Due anni dopo il tuo divorzio e cinque dopo il mio matrimonio, sembravi finalmente più sereno. Avevi un bambino di quattro anni in affido congiunto, non avevi più rancori accesi nei confronti di tua moglie, ti guardavo e sembravi calmo e rilassato. Avevi una vita poco originale ma l’avevi scelta, il che rende molto difficile per me parlarne in maniera originale; ma non è il mio scopo. Non decisi nulla in anticipo, accadde in pochi istanti.
Mi ritenni abbastanza al sicuro da chiederti chiarimenti. Ti ritenni abbastanza cresciuto da darmeli senza ulteriori bruciori. Avevo ancora in mente un mondo in cui guardarsi fosse già volersi metà bene, e capirsi fosse semplice come nelle favole.
Avevamo lasciato passare degli anni senza farci abbattere dalle difficoltà e dalle distanze, e ci eravamo raccontati storie per far finta di essere vissuti insieme. Per far finta di essere rimasti nello stesso posto ti eri perfino comprato casa a pochi chilometri da quella di mio padre, dove avevamo avuto quell’unica adolescenza condivisa e allargata.
Fu di ritorno da una breve settimana di riposo che mi venisti a cercare in ufficio, strappandomi una pausa che avrei dovuto sfruttare per un milione di cose inutili.
Nella trattoria, di fretta, nel momento più sbagliato possibile, ti chiesi qualcosa. Non ricordo cosa. Ormai non lo ricorderò più.
Ricordo che rispondesti: “Sono stato innamorato di te due giorni. Poi mi è passata.”
Non ci ho mai creduto.
Quella sera, di ritorno a casa dal lavoro, presi alla sprovvista mio marito, stanco quanto me, e nel buttarlo sul divano, nello spogliarlo e non aspettare nemmeno un minuto, nel pretendere piacere forte il più velocemente possibile, nel sentirmelo venire dentro, pregai nella mia stupida dissacrante maniera di rimanere incinta.
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Feroce. Feroce come i denti che non smettono mai di essere taglienti, e possono sempre ferire.
Feroce come gli altri non vogliono vedermi.
Sono nata perché ero feroce, e morirò quando non riuscirò più a esserlo.
Ferocia. I rapporti nascono perché la ferocia non avanzi autoalimentandosi: l’amore è una scusa sventolata da chi ha paura.
La ferocia mi dominerà sempre, d’altronde l’ha sempre fatto. Non vuole uccidermi, ma nemmeno soccombere e morire.
La ferocia è la mia salvezza, e nella mia ferocia sono sola, in via definitiva e inarrestabile.
Da quando mi sono trasferita poche volte ho avuto paura di desiderare di fare retromarcia, ma sono rinsavita.
I letti scarseggiano, e il mio, vuoto e solo, è una vera rarità.
La gente non mi dà più emozioni, i bambini si ripetono: e dire che una volta entrare negli occhi di un bambino mi drogava al punto di liberarmi dalla ferocia.
E’ andata così, e quasi me ne compiaccio: perché anche io sono caduta nella trappola di credere che i bambini fossero esseri umani diversi, e perfino puri.
Ci mettono poco a marcire.
Io sono diversa: non sono marcita, sono affondata, colata a picco in un istante.
D’altra parte, o credi che Babbo Natale esista, o sai, capisci, che in realtà non esiste. Non c’è modo di imparare a pochi capitoli per volta vita morte e miracoli del vecchietto… ops, ho detto miracoli ma il miracolo non c’è stato, il vecchietto è morto di morte naturale, pazienza.
Io non ricordo la mia vita mentre crescevo, ricordo un prima e un dopo, e li ricordo attaccati.
Nella mia vita reale mi colpiscono al limite morboso del voyeurismo i crimini a sfondo sessuale, mi ci sento sempre dentro; nella mia vita immaginaria del periodo middle cancellato dai neuroni, ho subito molestie sessuali non meglio identificate, non traumatiche ma decisive. Il mio amico immaginario ha degli ottimi argomenti per questa tesi balordo balordo: ricordi veri presunti o sognati, improbabili segni fisici che qualsiasi cosa potrebbe aver causato, considerazioni forse non inverosimili sulla mia sessualità incerta e sul mio passato sentimental-erotico.
Io non gli credo molto, ma la mia anima feroce si ciba avidamente di ipotesi del genere, e si crogiola nella possibilità.
(Eppure ci vorrebbe una ventata di freschezza per dissolvere i discorsi prolissi, egocentrici, drammatici e lamentosi).
Ma la mia ferocia si rifiuta di pensare a me come vittima del passato, e d’altronde io mi rifiuto di pensare a me come vittima della mia ferocia.
Quindi, per passare la mano al prossimo giocatore senza bloccare il giro e l’intero tavolo, faccio quel che meglio nutre la mia ferocia. La porto a spasso, giù, in giro per le strade, a prendere parte alla farsa, per succhiare un po’ il midollo dalle ossa della gente, da tutti gli ossicini piccoli, che mi verrebbe di frantumare sotto i tacchi.
Se ne portassi.
Cattiveggio. Spazio in queste aree così fresche e aperte, che la mia mente copre di un velo nero per sentirsi a suo agio, un velo liquido come nero di seppia, viscoso come asfalto bollente.
Stendo il mio velo traslucido per assegnare le parti, e inscenare uno dei miei bassifondi: non mi sento in colpa se non risarcisco i danni.
La mia apparente fragilità, questo manto di educazione forbita, questa grazia androgina sono le uniche armi che possiedo.
Entro in un grande magazzino, lo intendo come tale ma forse è un termine antico che non si usa più. Entro e giro tra gli scaffali con gli occhi di un cerbiatto instabile sulle zampe, al cui confronto quelli di Bambi sembrerebbero luciferini.
Entro e maneggio con cautela la mia arma segreta: la femminilità e la bellezza. So che nel giro di pochi istanti una commessa cocciuta comincerà a darmi del filo da torcere, la mia meta è stata il reparto cosmetici da quando ho varcato la soglia. Il reparto che per me potrebbe sparire dalla faccia della terra.
Nel mio sfidare la pazienza dell’invadente commessa di turno c’è un sadismo che non è puntiglio, c’è un’indecisione che non è uterina, c’è un’instabilità che non è, uuuuuh, il-fascino-del-mondo-femminile.
No.
Io rompo solo il cazzo, senza l’acidità di una donna mestruata (ma anche no), senza mossette isteriche di incertezza, senza transigere quando fiuto una mossa strategica della brava donna, tesa a voltarsi per alzare gli occhi al cielo, sfinita.
No, spiacente.
Il mondo non è statico, non è la sua natura; quindi se non lo tollero così com’è, abbiate le palle di sorbirvi un’approfondita esegesi dei mali del mondo, firmato: io.
Alla fine ottengo quel che voglio: provo tutto, sporco il bancone, infastidisco la commessa, non compro niente, ottengo urla, strilli, strepiti dalla donnetta, e godo al vederla richiamare dal superiore. Che, ah, beh, in quanto maschio, non tollera che una donna non riesca a sopportare i capricci distonici di un altro essere di sesso femminile. La poveretta risponde, si giustifica, poi scatta, mi offende urlando, si rizzela. E lui la licenzia. Almeno, questo hanno voluto dare a bere a me, povera stupida cliente; nella convinzione di avere un round mio, abbandono il campo.
Infine, mal sopportando la folla, odorata più o meno da lontano ormai per quasi un intero pomeriggio, ho un ottima scusa con me stessa per tornare all’abietto (il divano), sperando di tenere a bada qualche altra ora la ferocia.
Tante care cose.
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L’allegra bimba cattiveggia sempre meno.
L’allegra bimba gioca.
L’allegra bimba, ora, ha cambiato vita.
Ha concesso un po’ di amore finale a sé e al suo (non più) amato, alleggerendo due persone.
L’allegra bimba sta sedando la cattiveria, perché dopo tanto tempo ha voglia di avere a che fare col mondo. E gioca, e lancia sguardi, e tocca mani. E riceve emozioni. E riesce a parlare senza strapparsi i denti, e senza sanguinare dalle orecchie.
E comunica, diavolo se comunica. Ci riesce fin troppo, perché riceve qualcosa che aveva dimenticato si potesse anche prendere, oltre che dare: la carne.
Carni-foro, uno degli interlocutori privilegiati delle sue notti liquide e silenziose, le risponde con carne liquida e grave. Grave perché ha un centro gravitazionale potente, che vorrebbe assorbire la carne della bimba. E la bimba per un po’ è tentata, poi ritrae le sue otto (sei?) zampe sensuali, e prova a scrostare la carne dal desiderio. E l’interlocutore… tace.
Ma i sensi dell’allegra bimba sono risvegliati da questa carne, cercata e rifiutata, invisibile.
I sensi della bimba sono forti, e voraci, e prepotenti, e non tollerano più finti confessori, finte anime gemelle che scambiano sensi fintanto che non sono costrette a mettersi in gioco.
E allora, la bimba fa una cosa che non ha mai fatto: prende, egoisticamente prende e pretende.
Pretende che la carne altrui non sia solo uno spiraglio di luce in mezzo alla spazzatura che la circonda, e pretende per sé i frutti dell’unione virtuali con gli sconosciuti carni-fori: vuole l’affidamento in-con-di-zio-na-to dei figli dell’unione. E allora, prende ogni emozione scaturita dal contatto, e la riversa nel suo fiume, sotto gli occhi di tutti, le regala al mondo come gocce della propria carne.
La bimba ora scrive. Diluvia con le parole. Irretisce altri incauti lettori, con le sue angosce e i suoi piaceri.
Ma qualsiasi cosa faccia, sente finalmente di esistere. Di essere qualcosa. E le sue parole sono urlate, buone o cattive che siano.
E gli estratti della sua carne fanno rabbrividire.
Un giorno qualcuno riceverà il ringraziamento che gli è dovuto, per questo. E per quello che mi ha dato. Amore sepolto, grazie di avermi offerto la tua casa per pensare. Ti ringrazio per le tue braccia, quelle che non mi hanno respinto nemmeno ora.
Grazie per il tuo sole, quello che mi ha riscaldato di più perché mi colpiva in tua presenza.
Grazie per la mia cattiveria, a cui hai assistito con una neutra saggezza che ancora ammiro.
Questo è il mio diario di giorni di sole.
Oggi è il 23 agosto 2004. Sprazzi di solitudine, sprazzi di compagnia.
11:39
Il giorno mi s’aggrappa addosso.
La decisione c’è stata, la matassa parzialmente sbrogliata.
Rumore di qualcosa che gronda scivolando, cosa? Le mie orecchie.
Vulcano. Dio della lava. Che mi obbliga a muovermi. Per non scottarmi.
Vulcano che ora si sta raffreddando in assestamento. Questi giorni che ho passato a soffrire di me stessa mi si sono aggrappati addosso. Per questo andranno ringraziati. Ma ora non so come si fa.
Ora solo, bisogno, con tormento, di sesso appiccicoso. Che mi si appiccichi addosso, almeno lui. Che mi trascini fuori lontano dal mio silenzio.
Il silenzio è attesa. Io non posso più aspettare.
Cattiveggio ancora. Ma non me la prendo solo con me stessa. Gli altri hanno il diritto di essere lasciati in pace.
E allora. Sola dappertutto. Sola, ovunque. Ovunque sia, sola.
11:49
Potenza rinata dalle proprie ceneri. Quando rischia di sciogliersi, pregasi cortesemente di riattizzare il fuoco.
E riattizzare me.
11:50
Parlo per ricostruire i bassifondi. Appenderli nel mio armadio per riutilizzarli, no. Non è più possibile. Niente spazi. Niente fughe. Niente aria. Avvertitemi quando comincerà a vedersi la testa.
11:51
Pensieri di un minuto. Follie di un giorno. Trappole di una notte. Sodomie dell’anima. Acchiappare la mia voce prima che sfiori qualcuno generando scosse elettrostatiche, impossibile. Colpa vostra, se non vi premunite.
11:52
Diavolo d’un sole! Troppo caldo, devo chinare la testa e raffreddarmi, pentita. Non c’è spazio per me, al suo cospetto.
11:53
Salto. Temporale. Di minuti fragili.
Di macchie incartapecorite del mio intelletto.
Di tessuti spinosi… e inavvicinabili.
E perché poi, sempre a me?
Il mio dolore mi ha già strappato la pelle, come un gatto a nove code che è terrore per i miei occhi. Già tutto il sopportabile è entrato nelle mie vene.
La morte. La mia. La peggiore. Quella che ho desiderato, violenta, e ritenuto giusta e dovuta per me stessa.
Per fortuna la mia pelle mi ha contenuta a dovere, per carità, per pietà, come un sacchetto di plastica, come un preservativo riempito di acqua, lei si è comportata a perfezione. Non è scoppiata. E io ho tenuto duro.
E solo il cuore mi ha dato disposizioni per muovermi.
Un appello: alla carne che invece sta per scoppiare.
Non è così: scomparirà, senza farmi del male.
Sostituita da nuove cellule, fresche giovani, profumate speziate. Da attivare chiunque. E stavolta anche me.
12:00
Suono orribile. Rintocchi di vecchiaia.
Obbligata a sentire, bestemmio anche più forte, se possibile. Ché mi sentano.
Mi hanno sentito. Deve essere successo qualcosa. Per la prima volta nella storia, le campane della chiesa tanto odiate, si sono zittite prima della fine. Che sarà successo?
12:13
Devo abituarmi ad accomodare i miei pensieri piano piano. Non c’è fretta. Sono sempre lì. Sbattono, cullandosi da un lato all’altro del cranio. E magari si gonfiano un tantino. Così almeno quando sono un po’ più grandi, gonfiati dalle botte e dai tamponamenti reciproci, sono anche più visibili e certi. E io li posso prendere e aprire sul tavolo. E utilizzarli fino in fondo.
12:15
Smetterò di scrivere poesie. Troppo stupido. Di aiuto per nessuno. Non è vero, non lo penso. Ma devo cercare nuovi sentimenti, nuove melodie. E parlare senza fermarmi, mettendo un punto. I punti non servono.
15:35
Le mie paranoie ricadono sdrucciole vittime della propria eco, dopo aver urlato a lungo. Un… attacco… di… cattiveria. Non voglio distruggere ancora chi rimane vittima delle mie feroci (insulse) accuse. Voglio salvare gli altri da me, e se rimane un po’ di spazio, riservarmelo.
Accosto suoni. Invento melodie che non si possono ascoltare, perché il rumore scaturisce dalle mie ossa sgranocchiate dal mio cervello. No… non sono l’unica a poterlo ascoltare. Ma ci vuole allenamento. O lampo di genio con-senziente.
15:39
Ho scritto una storia.
Una storia surreale, senza finale. Senza conclusione perché è una storia che non vuole diventare normale. Dunque, come me, non vuole crescere. Una storia che comincia in un mondo surreale.
Io, novella Garp, dalle mille dita, tutte furiose di movimenti negati dal tempo che non basta.
Ho inventato un mostro.
Un mostro anche molto divertente, ma sostanzialmente superfluo nel corso degli eventi.
Un mostro piccolo: divertente eppure antipatico.
Vitale eppure immobile. Un mostro che risiede nella mia ragione. E che ho relegato da qualche parte perché voglio esistere come essere amante e sensi-fico. Sensi-geno. Sensi-voro.
15:45
Perché attraverso il surreale si comprenda meglio quel che è cruda realtà nei miei occhi, benché non nelle mie azioni, nelle mie mani. Avere, offerto e benservito, il conto finale.
Il mio mostro surreale. Un giorno lo racconterò anche qui.
16:00
Notte. Come ieri notte. Mi sveglio ad un orario non troppo tardo (ma, sì… “tardo”) dopo una caduta in catalessi davvero troppo veloce (troppo presto). Mi sveglio, in mezzo ad urla.
La solita manciata di litigi insignificanti.
Di fronte, dalla mia finestra, le luci che mi raggiungono insieme alle grida.
C’è un muro grigio fumo, grigio di fumo, e di stanchezza. L’intonaco chiede pietà. Anche quelle pareti non hanno più la pazienza di stare a sentire quelle urla. Che c’entra con me? Nulla. A parte lo squallore che in me è presente, e ben mascherato, e in loro è tutto ben visibile, in questa carcassa esteriore che è il loro corpo, il loro aspetto, tutta la loro vita. Ché, interiore, non hanno che uno zero.
Quest’ora, che ora non so, è solcata da piatti tagliati da urla lanciate per aria. Con contorno di cani ululanti alla luna (il loro cane) e, per dessert, con bambini che schizzano fuori in isteria fumosa non domata. Meglio sarebbe domare i genitori. Mi sembra di abitare in un vascio dei Quartieri Spagnoli. Questi sono duri e freddi, almeno là si accoltellano con il cuore. I piatti volano con sentimento.
Non è l’essere svegliata, che mi infastidisce. È l’eco che arriva sulle pareti della mia stanza, l’effetto stereo che pare catapultarmi al centro della scena, complice la semi-incoscienza del mio stato di sveglia.
Posso recitare una filastrocca per quei bambini che non hanno il diritto di sognare?
Vorrei avere il compito di raccontargli una fiaba di orchi e streghe, per relegare i cattivi al mondo della fantasia. E risparmiargli il tempo, ora, per quando gli sarà destinato di avere a che fare con cattivi estranei. Ma naturalmente deve servire a qualcosa anche la loro vita. E sicuramente la mia follia solida non è da meno delle mazzate di papà e mammà, per loro. Meglio infilare la follia sotto il guanciale, per ora.






