La luna di profilo


#4: Al lago
05 Maggio 2007, 6:59 am
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Stamattina sono cinicamente felice. Una specie di ondata di freschezza. Sarà che sopportare a lungo il dolore fisico rende più buoni. A me provoca un ripensamento, una specie di pentimento per il rifiuto del mondo che manifesto praticamente sempre. Ho anche avuto una bella piccola notizia che dovrebbe rallegrarmi. So che tutto questo è effimero, ma di questo me ne infischio e almeno per il momento qualcuno mi mesce nel bicchiere un piccolo goccio di serenità. Ieri dov’ero, con chi ero? Ieri forse amavo. Sempre nel patetico modo che mi è dato di amare. Voglio cercare qualcuno. Voglio andarmi a sedere vicino al lago a scrutare gli altri che si amano. Guardona di sentimenti.

Ho sempre amato questa panchina. È un po’ lontana dalle altre, posso vedere tanto con la scusa di un cappello o di occhiali scuri. Ho portato un libro che non finirò mai, ma che mi dà un’aria tremendamente intellettuale. A pensarci sono un mostro, guarda che calcoli, tutte mosse mirate. Sono un vecchio pervertito che studia il mondo dei giovani per avere più esche da usare con le sue vittime. Forse stavolta abbasso il tiro. La parte più bella del mondo in questo istante è una bambina di non più di sette anni con due enormi guance rosse e una serie di ciocche di capelli che qualcuno ingenuamente ha pensato di poter domare con un buon numero di fermagli. Il bello è che mi guarda. Lei guarda me. Sotto gli occhi vigili della madre, ovvio, ma poco in fondo, perché sembro una persona innocua. Non qualcuno da cui ci si debba difendere, casomai il contrario: una persona a cui chiedere di guardare “un attimo la bambina, vado a prendere una cosa in macchina, le dispiace?”. No, certo che no. Mi hai fatto un regalo, cara premurosa mammina. Ora potrò, anzi dovrò scrutare la tua figliolina, e lo farò per i miei scopi oltre che per i tuoi. Ma in effetti l’ingenua sono io…
È che non ho bisogno di cercare, ho già uno spettacolo davanti. Non avevo visto lo zainetto nascosto sotto la panchina, la piccola ne caccia fuori un quaderno e un astuccio, poi cerca la penna che preferisce in mezzo a tante, “ogni tanto mi devo esercitare, mamma dice che anche se non sono a scuola devo scrivere un po’”. “Giusto”. “Mi metto vicino a te a scrivere”. “Va bene, sai già cosa scrivere?”. “Quello che ho fatto oggi pomeriggio”. “Stavate da molto qua vicino al lago?”. “Eh, un pochino, dopo pranzo abbiamo aspettato papà ma poi non è venuto e allora siamo usciti”. “Allora faccio silenzio così puoi scrivere”.
Passano una decina di minuti. La madre è tornata, ma la piccola è rimasta sulla mia panchina. Dal silenzio naturale degli uccelli e degli insetti la vocina mi richiama dal lieve torpore in cui stavo cadendo. “Ma tu come ti chiami?”. Glielo dico. Faccio parte delle sue composizioni. “Allora ci vediamo tra un attimo”. Torna dalla madre, si fa correggere qualcosa poi strappa una pagina dal quaderno e me la consegna. “Questo è tuo, è la fine del pomeriggio. Noi ce ne andiamo, ciao!”. Alzo gli occhi a cercare la madre per scambiare un cenno di saluto, sono ancora intontita. Non dovevi farlo, ora non ho scampo. Non ho nemmeno il tempo di aprire il foglietto che già sono fuggiti. Poche parole su di me, sono stata una delle… “cose da notare” del pomeriggio passato al lago e quindi le righe che mi ha dedicato toccavano a me. Doveva sapere il mio nome, per completezza. No, ora sono decisamente frastornata. Improvvisamente mi sento troppo vecchia.



#3: Cattiveggio
05 Maggio 2007, 6:59 am
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Credo davvero di poter prevedere i miei pensieri? Credo davvero di possederli? Ora, come nei momenti di maggiore tensione, li forzo. A volte mi serve. Ogni tanto dovrei confidarmi con qualcuno per ricordare a me stessa come sono andate le cose. Come sono andate le cose…
Come sono andate in realtà è una versione dei fatti che non esiste. La versione definitiva. Dal momento che non esiste e mai esisterà tutti si sentono autorizzati a sentenziare e a ritenersi depositari della propria verità. Ma non è dato a nessuno contenere il mondo.
I bassifondi di stasera sono pruriginosamente personali. Mi sto torturando con questioni irrisolte. Il passato, il presente… Rincorro pezzi di ricordi che una volta avevano perfino una collocazione. Ormai i tempi sono cancellati, tra poco lo saranno i ricordi stessi, improvvisamente sorgerà un ricordo sostitutivo che forse sarà più in grado di rendermi giustizia. Un processo mentale non del tutto voluto da me, nel senso che ora che sono lucida e consapevole non voglio trovare giustificazioni al mio operato, voglio essere orgogliosa delle mie scelte sbagliate. Vorrei poter dire che anche in passato inconsapevolmente potrei aver agito sulla base di quell’istinto di cui parlavo prima, quella felicità dei sensi maligni e felinamente veloci, conduttori della giornata. Vorrei poterlo dire, beninteso. Non lo sarà mai perché ho in realtà agito sulla base di complicatissimi ragionamenti, delicate prove, verifiche, folli esperimenti e assurdi e frustranti tentativi.
Come si può pretendere di ritenersi unici veri interpreti di qualcuno che non può comunicare? Veggenti impossibili.

***

Scommetto che camminare accanto a me quando cattiveggio per le strade è bellissimo per il mio accompagnatore. Lui, che sa, può vedermi pensare. Può esaminarmi mentre succhio il mondo. Può godermi mentre cerco il piacere dalla realtà altrui. Chiunque conosca i miei scopi li vedrà scolpiti nelle rughe del mio volto e nei movimenti del mio corpo. Mentre non sto facendo alcunché di notevole io faccio già tutto. E basta conoscere le mie intenzioni per vedermele addosso.
Cammino troppo lentamente per la mia età. Nei miei giri soliti, civili diciamo, sono velocissima, al limite dell’isteria. Scarto e sorpasso, volo su… ciurme di carrozzini, bambini frignanti, amiche in giro per spese e vecchie con l’ansia da scippo.
Ma quando rinuncio alla civiltà sono quasi ferma. Provo ad amalgamarmi a mondi che d’istinto eviterei in blocco, perché ho indirizzato l’istinto con la ragione, le mie contorsioni mentali hanno sfornato un criterio di interazione tra me e gli altri. E questa costruzione ragionatissima si serve paradossalmente proprio dell’istinto per orientarsi, con l’unica concessione di aver forzato me stessa, con la ragione, a entrare nel mondo; salto brutale perché c’è sempre una malcelata misantropia che minaccia di prendere il sopravvento.
Come provare a farsi piacere una canzonetta popolare ruffianamente orecchiabile. Il mio ragionevole rifiuto si trasforma in una stupida pollyannesca capacità di apprezzare qualsiasi cosa, anche quelle coscienziosamente e onestamente detestabili.
Le mie mosse sono anche imprevedibili.
Ho appena cambiato marciapiede, e questo non mi impedisce di cambiare di nuovo dopo pochi istanti solo per inseguire una preda. La vedo sostare ad una vetrina, colgo i suoi occhi voraci dei lampi lanciati dagli oggetti crudelmente esposti in un negozio probabilmente troppo lontano dalle sue possibilità. Quel movimento di occhi… non è curiosità, non è sciocco desiderio del giocattolo nuovo. È brillante. L’istante successivo non ho più dubbi, voglio quell’ardore per me. Con movimenti felini sono all’altra estremità della vetrina, e lancio un’occhiata ad un oggetto che si trova sotto i suoi occhi. Ovviamente colpita anch’io (ma tu guarda le coincidenze…) faccio per avvicinarmi a guardare meglio e devo naturalmente chiedere permesso alla mia vittima, ancora illuminata da quello sguardo. Non c’è il tempo di modificarlo, mentre gira gli occhi verso di me e mormora un “prego” tanto morbido e leggero quanto erano profondi i suoi occhi. Per fortuna tutto ciò si svolge nel giro di pochi istanti e, ripeto, la vittima non ha il tempo di distogliere i pensieri dalla piccola estasi che avevo notato.
Non ne ha proprio il tempo, e quello sguardo, prima di modificarsi, ora è mio per sempre. Occhi ciglia e cuore. Ho scattato la fotografia per i miei sensi affamati. Per oggi potrebbe anche bastare…

***

Un altro piccolo momento di felicità si è appena concluso. Non è pessimismo, sono solo tornata alla mia condizione abituale. Se è così che vivo non posso farci nulla. Cerco piccole gioie per dimenticare che sono infelice, delusa e insoddisfatta, che è il mio stato naturale. Faccio finta che una momentanea felicità sia sufficiente a riempirmi le giornate e a impedirmi di ritornare nello stesso dolore di prima. Mi prendo solo in giro, la mia vita è già segnata.
Un’altra piccola felicità si è chiusa. Posso tornare a scorticarmi, come al solito. Ho smesso di essere capace di piangere, e il dolore ormai è entrato a far parte di me, come una ferita chiusa male, ormai cicatrizzata, che lascia un brutto segno, al punto che si dovrebbe solo riaprire per farla chiudere bene, ma ormai è andata. L’angoscia mi si è cicatrizzata dentro, ora non ho più armi: sono definitivamente indifesa.
La mia esistenza è segnata dal dolore, soffro anche (soprattutto) quando sono felice, chi sa spiegarmi perché?
Perché non ho imparato anche a essere felice, come una cosa naturale e regalata dall’istinto dell’evoluzione, come succhiare il latte dal seno materno o andare in apnea in presenza dell’acqua?
Il mio alter ego non sa che farsene di queste lagne.
Lui va comunque per strada, sfrutta il dolore per trarne piacere. Io invece, in un momento, come questo, in cui sono sommersa dai miei vuoti, soffoco nell’incapacità di sollevarmi dalla mia condizione, e finisco per bruciare tutte le mie risorse.
Me ne infischio della strada. Stasera non saprei godere di niente, nessun sorriso, nessun amore estraneo, figuriamoci del mio. D’altronde non so più cosa voglia dire amare, il concetto mi sta diventando estraneo, ci sono entrata dentro in uno stato di ebbrezza e ora che sono lucida tutto sembra perdere significato. Ed io, principalmente, sopra ogni cosa.
Ora ti saluto. Come amica non voglio ammorbarti, e come amica non devi pretendere di sapermi risollevare. Mi hai ascoltato, di più probabilmente non è possibile. Buonanotte, ci sentiamo domani.

***

A cosa può servirmi questo residuo di energia? Mangiare è assolutamente impossibile, perché non posso nutrirmi per via endovenosa? E depennare la nutrizione dalla lista di attività che mi danno godimento, almeno momentaneamente. Eliminerei tanti problemi e mi priverei di un altro piacere, il cibo. Un altro dei tanti piaceri che servono solo come piccole distrazioni dalla mia occupazione di portatrice di dolore (portatrice come phero, non ho intenzione di dare io una sfumatura precisa alla parola).
Potrei ascoltare musica, ma non intendo cantare, intendo sfinirmi nell’ascolto. Potrei regalarmi un po’ di sano effimero piacere organizzato, ma mi sembrerebbe di aprire una scatoletta di carne e rovesciarmela nel piatto, pretendendo invano che poi mi ci appassioni. No, anche la sega è rimandata.
Le mie mani odorano di vino. Com’è possibile? Chissà quale combinazione di oggetti ho toccato, quale successione di posti ho visitato, cosa si è sommato nella mia pelle. Stento a credere che siano sempre le mie mani, è la prima volta che odorano di una fragranza così precisamente forte. No, forse ero confusa. Altri odori interpretati troppo frettolosamente. Un segno del tempo, che mi dà il suggerimento di ubriacarmi? Può essere, ma sono già troppo stanca. Crollerò di sonno anche senza. L’energia è servita solo a sgranare altri pensieri.



#2: Mio padre
05 Maggio 2007, 6:56 am
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Sono di nuovo di fronte alla luna. Ti sto cercando di nuovo, cerco il personaggio, cerco l’alter ego. È pur sempre un impiego momentaneo utilizzato per riempire il tempo, me ne rendo conto perfettamente. Stavolta non volevo uscire e quindi sto cercando di raggiungerti senza dovermi servire di persone piacevoli. Esterne, ovviamente, e quindi piacevoli.
Non mi piaccio. Mi godo dall’esterno, come se leggessi di me stessa nelle pagine di un libro. Conoscendomi solo così, poco per volta, e scoprendo le mie malignità come in un libro, ne sono seriamente affascinata. Ma so che il mio atteggiamento nei confronti del mondo è dannoso, e ne sono disgustata, infastidita, schifata come odore di merda troppo vicina per allontanarcisi.
I libri degli scrittori, famosi e non, mi entrano dentro e diventano una sfumatura del mio carattere, ovviamente i libri che mi piacciono. Mi entrano dentro come valore positivo pur se fatti di elementi negativi. Quando poi provo a rintracciare in me gli stessi elementi negativi e a vederne la bellezza, la singolarità, il coraggio, non trovo che fango, abbandono, sentimenti scialbi o falsi. La mia merda non è merda d’artista.
Elogio di una vita squallida. Proviamo a vederla come una scelta, il coraggio di vedere il mondo un inferno e di volercisi adeguare. L’autonomia rispetto alle teorie dominanti, alla semplicità della gente. Per me nulla è semplice, mai lo è stato e senza dubbio mai lo diventerà. E allora assecondo gli istinti in quanto scelgo di dar ragione all’istinto. A questo punto non ha interesse il punto d’arrivo perché la serenità è nei singoli istanti quotidiani, ogni piccola svolta a cui rispondo con lucido dolore.

***

Sono a colloquio con mio padre. Come al solito salta a piè pari i momenti in cui parlo io, per pavoneggiarsi e compiacersi dei ben più lunghi momenti in cui conversa amabilmente lui. Le mie non sono vere risposte, veri commenti, solo un riempitivo. Mi toccano quei cinque secondi, qualsiasi cosa ci infili dentro lui prepara già il seguito del suo monologo. A questo siamo giunti. Meglio dire che lui è a colloquio con se stesso. Ma non potrebbe rischiare di farsi ridere appresso sperimentando il suono della propria voce allo specchio, dunque necessita di interlocutore. Servito.
Amaro e ingrato compito. Preferisco, e ne sono contenta per molto tempo dopo la fine della conversazione, offrirmi volontaria per questa mansione, per sperimentare la mia acidità in un momento in cui essa forse viene tollerata al massimo grado. Mai come in queste occasioni sono libera, brutale e cinica, perché vengo fraintesa e la mia viene scambiata per ironia o addirittura vena di comicità.
Com’è difficile discutere. Com’è utopico il compromesso. L’uomo, questo dominatore. È il titolo di un film di non ricordo più chi, però ce l’ho e se riprendo entusiasmo potrei anche darci un’occhiata. Ho perso l’entusiasmo, perché la comunicazione è un’illusione. Si comunica davvero esistendo. Scopo uno, e gli comunico davvero cosa sento. Lo bacio, lo prendo a pugni, è lo stesso perché mando un messaggio. Ma parlare è una sovrapposizione di messaggi. Beninteso, se sai essere davvero un animale. Se scopo, ho detto infatti: una via di mezzo è peggio ancora, non essere in grado di scopare ma non amare l’oggetto del desiderio implica di inserire troppi aspetti ragionati nell’azione. Se scopi, comunichi grado zero. Se ami, comunichi grado mille o uno, cioè grado infinito se ci riesci davvero, ma senza contraddizioni e incertezze. Ma se non fai né l’uno né l’altro, allora comunichi su più livelli, e il messaggio non è definito.
Mio padre non vuole nemmeno sentire il grado zero: ha smesso di ascoltare da troppo tempo ormai. Mi sembra quasi che sia già morto, in fondo uno spirito potrebbe parlarmi, io sentirei tutto ma non potrei esprimere commenti o disappunto per quel che dice. Forse dentro è già morto.
Ci spostiamo in cucina, vorrei qualcosa ma sono troppo stanca per cucinare. Riempio la tazzona di latte, non sono neanche in grado di farmi il caffè, ripiego su quello schifo solubile, pochi secondi e avrò fatto finta di dare un sapore a questa sbobba.
Il piacere di mangiare, lui in questo istante mi sta rimproverando la mia pigrizia, l’ho sempre avuta, non cambierei nemmeno i vestiti se qualcuno non me li lavasse, ma senti questa se c’è qualcosa che mi appartiene è la mia capacità di essere autonoma. Che poi non ritenga un dovere morale cambiarmi spesso, perché l’esterno mi appartiene quanto i miei pensieri e difficilmente posso variare entrambi, questo è secondario. Anzi, è così importante che comunque non verrebbe capito. Cosa si può fare con un padre che si parla addosso sfruttando la tua presenza, in cucina, di sera tarda, davanti ad una tazza di latte che fa schifo? Non lo so, non lo sa nemmeno lui perché in un attimo di silenzio ha perso il filo e non trova più nulla di importante o di tagliente da dirmi.
Io a questo punto ho tutto il tempo di pensare a cercarti, e risveglio con una enorme difficoltà pezzettini del mio corpo che sono i diretti responsabili delle mie cattiverie. I bassifondi inesistenti. Li creo come più mi aggrada. E mentre vado in giro ne esploro un pezzetto e sperimento quanto davvero mi appartenga, quell’angolo, quell’edificio, quella strada. Ogni cosa è la materializzazione delle mie cattiverie.
Ho la scusa del sonno per liberarmi di mio padre. Non che spesso non mi abbia inseguito fin sul letto, ormai in preda ai suoi personali deliri, naturali e anche cercati, schiavo dell’ultima freccia in attesa di essere scoccata. Ma io mi guardo bene dal considerare la ferita sul mio corpo esattamente la ferita che lui voleva provocare. Quella ferita me la sono provocata volontariamente come conseguenza del rifiuto della sua freccia, la lacerazione è uguale solo in superficie ma so solo io fin dove arriva e che forma prende.
Cerco te continuamente, la mia attenzione e la mia volontà cala solo per un effetto forse chimico, forse fisico o psicologico, in seguito al calare della luna all’orizzonte. È solo lei a impedirmi di continuare stasera, e inevitabilmente mi porterà a cercare di calmare la mia sete per stanotte. La mia ricerca non si interrompe, il mio desiderio è solo virato, modificato, nella stessa misura in cui la luna vira sempre di più verso il giallo, poi l’arancio e se sarò fortunata il rosso. Poi finalmente si spegne, e io le do ragione.



#1: Potrei andar per donne
05 Maggio 2007, 8:39 pm
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Potrei andare a donne. Andar per donne. Ok, per uomini, ma non è che si comprenda tanto detta così.
Sarei l’alter ego di qualcuno che ancora non conosco, me ne rallegro ma non lo voglio conoscere, voglio solo sperimentare l’alter ego.
Ora sono nel mondo reale. Prendo, esco e mi ritrovo per strada. A volte lo faccio apposta, accantono il buon senso, il senso comune di civiltà e sana convivenza. Quando sto per incrociare la traiettoria di qualcuno, è lecito aspettarsi che entrambi debbano deviare quel tanto che basta a non toccarsi, per carità, evitiamo il contatto fisico se possibile. Invece mi irrigidisco, non recito la mia parte e la contromossa dell’altra persona non è sufficiente ad evitare il contatto, meglio, l’impatto. Per un istante ritrovo la mia dolce maschera femminile e chiedo scusa, il che già è sufficiente a produrre il sorriso di non-importa che cercavo. Ma prima di dare le mie scuse ho avuto il contatto. Sia ben chiaro che scelgo accuratamente le vittime, quelle che possono attirarmi dall’odore, reale o immaginato. Dalle movenze, dal modo di guardare la strada. E mentre vago lentamente con le mani in tasca con l’aria di un pensatore di altri tempi, intimamente sto solo fiutando sempre e solo la stessa cosa: persone che mi piacciano. Poi torno a casa e scrivo, e penso di aver scontato la mia cattiveria programmata, ma non è sufficiente. Allora ridiscendo, cattiveggio ancora un po’, sosto da qualche parte a godermi il mio spettacolo, riprendo…
Se riversassi in parole (cioè se fossi certa di darne l’esatta trascrizione) le immagini che filmo con la mia telecamera di neuroni, il mio compito sarebbe esaurito. Ma dovrei avere la certezza che la visione, o la lettura, di quanto prodotto, contenga in sé anche tutte le emozioni, le scottature, le scariche e gli sconvolgimenti che ci sono all’origine. La questione probabilmente è solo il mezzo, il cinema dà emozioni mostrando nulla, forse è il mezzo più completo ma non basta.
La strada è in ebollizione. Sia quando è piena che quando è deserta. Sento i pensieri e le sensazioni sotto le scarpe, sento ogni infinito infinitesimo spostamento del cuore come se avesse scritto sul cemento. Confusa, forse, la strada piena, perché è un work-in-progress, sento le emozioni sedimentate e sono presente alla creazione di nuovi sedimenti. E i miei sedimenti? In questa situazione la mia presenza diventa come il monitor che trasmette l’immagine di se stesso che trasmette l’immagine di se stesso con se stesso dentro eccetera… le mie elaborazioni sulle anime che vedo scorrere sono reali? Riesco a isolare il primo monitor?
Ecco, ho urtato un’altra persona. Bella ragazza, preferisco urtare le ragazze perché non pensano come prima ipotesi a uno scontro volontario, visto che non sono uomo e apparentemente non dovrei avere l’intenzione di abbordarle. Quindi restituiscono un sorriso più spensierato, genuino, rilassato. E io, doppiamente colpevole, me lo godo in gran segreto.
Potrei andare a donne. Forzare un’intimità aggressiva e rozza, rendermi rozza e abbrutirmi per non costringermi a pensare. Anche questa in fondo ci vorrebbe. Fare esperienze ed esperienza squallide per studiarci su più a lungo. E allora, facciamolo…
Sono entrata qui, mi spaventerebbe se non ricordassi che me lo sono cercato scartando posti meno luridi. Non voglio l’avventura, non mi interessa, voglio forzare i miei limiti etici, morali e istintivi. Voglio fare l’attrice inconsapevole. Non mi voglio divertire, insomma, voglio torturarmi e umiliarmi. A che pro? Lo deciderò in seguito.
La birra, sì, certamente ha avuto la sua parte. Fuori di me lo ero già come presupposto. In fin dei conti la maggior parte delle donne denuncerebbe una violenza carnale, indicando nell’uomo il solo colpevole. La maggior parte delle donne sicuramente non parteciperebbe al proprio stupro con lo stesso entusiasmo che ho mostrato io. Non intendo inaugurare un periodo di esperienze sessuali estreme, non ho tendenze sadomaso e non mi sto vittimizzando. Sto dicendo che se non me la fossi goduta come una matta probabilmente avrei denunciato quell’uomo per stupro.
È come un dito che ti tocca in un punto preciso della schiena, sapevi benissimo che la tua schiena era lì e che era fatta di punti, no? Ma non avevi mai preso coscienza di quel punto. Ora che lo sai, te ne ricorderai la prossima volta che qualcun te lo tocca. E la cosa importante è che tu sappia che esiste.
Ora so di essere un animale di carne. Bella forza, lo sapevo anche prima… Ora so di quanti pezzi di carne sono fatta, si sono mescolati e hanno parlato tutti insieme.



Nowhere doll
04 Aprile 2007, 3:35 pm
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Nowhere doll, everywhere road

can I have a mirror?
a mirror for us two, please
or maybe, I thought we were two
until I saw it was me in the mirror

Nowhere doll, nowhere road

I gave her a kiss
she turned and went away
Following dolls
until I realized I was fading

Nowhere doll, nowhere me

Now I’m vanished
every single mirror
is going to be black
like lost dolls with no sky



Virgola,
02 Febbraio 2007, 10:15 pm
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Non era mai successo.
A nessuno dei due. Eppure non ne furono stupiti.
Fu un attimo, fu quell’attimo.
Entrarono nel vagone da direzioni opposte, si trovarono con lo sguardo.
Si riconobbero l’uno come parte dell’altra, come cosa nota, come carne assaggiata.
Si scambiarono un sorriso enorme, leggero e prolungato, mentre trovavano posto uno di fronte all’altra.
Seduti, ci fu un momento di pausa. Uno solo.
Fu simultaneo allungarsi le mani nelle mani, la mano nella mano, come gesto antico, i pollici incrociati come quelle strette di amici d’un tempo, il palmo tutto nel palmo dell’altro, e le altre due mani a chiudere il gesto delle prime due.
E gli occhi, quegli occhi, intrecciati alla stessa maniera.
Poi, finalmente, l’uomo e la donna si presentarono.



Se fu amore
02 Febbraio 2007, 10:11 pm
Archiviato in: Mis-Breathing

Qualcosa che nessuno sente, o che tutti ignorano; il pianto di un neonato in un posto sbagliato.
Qualcosa di atroce o desiderabile, in due tempi quasi sovrapposti.
I nomi delle cose a volte sbagliati, perché a volte giocano, ma infine perdono.
E quando perdono una luce si spegne, ma senza per forza far rumore.
E tu non sai, io lo so, ma tu non sai.

E’ stato abbastanza tempo fa, oppure è passato un tempo sufficiente ad archiviare.
E’ stato un tempo giusto, ma non con te, ma non per me.
E’ stato il tempo, tu non riaprire, tu non riaprire.
E’ stato quasi ieri, ma non ti sei voluto accontentare.
Se è stato ieri, non l’hai capito finché il giorno ti è morto davanti.
Se è stato ieri, non lo dirai mai, non lo diremo più, non con convinzione.
Se è stato ieri, hai ragione tu, forse hai ragione ancora.
Ma se è stato ieri, bada bene, ascolta ora: non potrà più essere domani.

[14/02/2007, ore 18:15]



Forme
01 Gennaio 2007, 6:11 pm
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Cose che mi piacciono: carezze leggere dove la pelle è sottile sull’osso, sguardi sostenuti di due sconosciuti che ridono insieme, odore diverso da quello che ti aspettavi eppur piacevole.
Cose che piacevano anche a te, che piacevano a noi due quando eravamo insieme. Ma non siamo più d’accordo su cosa è, ‘insieme’.
Le cose che mi piacciono sono, comunque, sempre tante, ma stasera no, stasera no.
Sabato eravamo usciti senza aver niente da fare e per le strade io non avevo fatto altro che guardare i negozi sperando di non piacere alla gente, sperando di piacere di nuovo soltanto a me stessa.
Poi tornammo e non avevo il coraggio di guardarmi allo specchio. Non volevo pettinarmi, non volevo spogliarmi.
Non volevo andare a lavare i piatti.
Passavo il tempo ad immaginare discorsi che probabilmente non avrebbero mai avuto luogo, e intanto rimandavo.
Il giorno prima c’era stato un macello, si era riversata una pentola, acqua e olio ovunque, e non era da me rimandare in casi del genere.
Ma tutto quello che più desideravo al momento era dimenticarmi delle mie regole ferree e ricordarmi quei discorsi che tanto avrei voluto poter ascoltare. I discorsi da fare con Luca.
Tutto, intanto, pareva predispormi all’oscurità: un tempo così cupo da essere perfino banale, i litigi ormai frequenti, le insoddisfazioni, le questioni irrisolte. Era troppo facile essere di pessimo umore.

Il punto sono sempre stata io.
Sono differente.
Sono differente anche da me. Ma a volte anche essere differenti non differisce molto dal solito.
Eppure, mi dicevo che non avrei mai voluto una vecchiaia asciutta e svogliata perché non avevo guardato negli occhi la gente a cui parlavo e che tentava di dirmi qualcosa. Non avrei mai voluto un vuoto dilatato e riempito di opinioni messe da parte in attesa del momento giusto. Non avrei mai, infine, voluto il silenzio. L’unico silenzio che amo è quello gravido, quello pesante, quello della scelta consapevole e condivisa.
Una volta sono stata con un uomo omosessuale. Molto prima ero stata con un omofobo. Nel mezzo, con omoindifferenti. Io non lo sono mai stata, omoindifferente.
Da piccola immaginavo di dover raccontare di me agli altri, e finivo col ridere delle difficoltà: mai avute.
Da sempre, ho sentito così lontano il problema perché evidentemente per me non è mai stato un problema.
Poi incontrai Giulio, e me ne innamorai prima che ci fossimo seduti a un tavolo insieme.
Giulio era, è, un uomo come tanti altri.
Non credo più sveglio, anzi. Solo più abituato alla presenza di gente attorno a sé. Solo più abituato al fatto che spesso la gente non ti vede proprio.
Ma lui vede tutto. Vede sogni e confessioni. Vede fantasmi e spiriti. Quelli che tormentano la gente. Credo fosse questo il primo unico vero motivo che ha scatenato in me un’attrazione feroce per lui, da subito. L’ho percepito, l’ho visto, l’ho osservato in azione.
Ma non credo che basti, innamorarsi della gente: non è garantito che sia sufficiente. E così cominciammo a discutere, e finimmo col non discutere più.
Sabato dunque eravamo stati in giro, e quindi, la domenica seguente per non sentire il silenzio delle pareti decidemmo di tornare fuori di casa, a cercare un posto molto affollato e troppo anonimo per quelli che eravamo stati un tempo.

- Prendine un poco anche tu.
- Non mi vanno, sono pieno.

Un ridicolo tentativo di conversazione. Presi posto sulla mia sedia e continuai a mangiare i miei biscotti e le mie castagne. Come sapevo fare io. Cioè cominciando dai pezzi frantumati. C’è un maniacale senso di pulizia nella mia testa per cui non posso mangiare un biscotto intero, nel mucchio, se prima non ho frugato fino a trovare tutti i frammenti. E lo stesso per le castagne. Ne avrei mangiate a tonnellate, le avrei mangiate comunque tutte, ma partendo dai piccoli pezzi.

- Credi che prima o poi Luca ammetterà di essere gay?

Con quella domanda mi spiazzasti. Era una domanda da me, non da te: e la presunta morbosità di un tale dubbio, in una domanda posta da me, svaniva, in bocca a te. E mi rendeva difficile rispondere.

- Ho cominciato decine di volte una conversazione con lui, nella mia immaginazione. L’ho sognato, perfino. E sono decine di conversazioni tronche, senza finale.
- Cioè non mi vuoi dare una risposta o non sei riuscita a darla a te stessa?
- Cioè vorrei farla davvero, questa conversazione immaginaria. E poi vedere che succede.

Mi alzai di scatto. Era violenta la mia reazione, ma non rabbiosa. Non c’era traccia di stizza, nemmeno un po’, nei miei movimenti.
Con la scusa di dovermi preparare per uscire potevo interrompere il discorso, però. Tagliando fuori anche tutti i miei rimescolamenti interiori.
Giulio mi seguì, dirigendosi prima in bagno e poi in camera da letto, non mollando, mentre mi preparavo per uscire, come avevamo deciso.

- Io non so se possiamo farlo, ‘sto discorso. Intendo, non penso che ne abbiamo il diritto. O, al peggio, non credo ci terrebbe in considerazione.
- E chi dice il contrario. Io però personalmente vorrei provarci.

Detto così, mi infilai, fuggendo, sotto la doccia, sperando nel provvidenziale dimenticatoio.
Mezz’ora dopo ci ritrovammo nel primo ristorante a caso, il primo scelto a naso lungo la strada, quello che a sentimento ci era sembrato sufficientemente lurido da poter incorniciare degnamente la serata.
Il posto, scelto con cura, divenne nel giro di pochi minuti opprimente quanto un deserto, lo spazio più vuoto e al contempo colmo ch’io riesca ad immaginare.
Un deserto che ingannava. Un deserto senza granelli.
Da un angolo della stanza una bimba rideva. Una bimba che non aveva nemmeno cominciato a vivere.
La bimba allungava le mani sul ginocchio della madre, e tirava il pantalone con delle mani così piccole da sparire in un pugno.
Questo deserto ingannava. Questo deserto senza granelli.
Non credo Giulio riuscisse a ricordare quando ci eravamo appena conosciuti e riuscivamo perfino a risplendere, come protagonisti di una brutta poesia. Avrebbe mai potuto, con tutto quell’inutile chiasso?
Inutile e confortante.
La cameriera cinquantenne ci veniva a trovare periodicamente al tavolo, ciabattando gobba come fossimo nella peggiore periferia americana, e ridendo a sproposito, in maniera imbarazzante, mentre dava dettagli insignificanti sulla propria vita privata.
Ma il posto era perfetto e mangiammo come volevamo. Di gusto, davvero di gusto.
Il gusto non mancò. Mancarono particolari, sfumature, sottigliezze.
Mancavano le scene di congiunzione tra le parti del discorso, nella mia immaginaria conversazione con Luca. L’avrei mai fatta? Continuavano a mancare e io continuavo a provare a scriverle.
Rimanevano i tratti salienti, i finali, i colpi di scena, le prese di posizione. Le parti indigeste.

- Ok, va bene, sono gay. Ma non posso dirlo ai miei genitori.
- Quale pensi che sia il maggior problema?
- Non era quello che volevano che diventassi.
- Non volevano che nascessi cieco. Non volevano che nascessi storpio, malato. Non volevano che crescendo diventassi un delinquente. Se ti vogliono bene davvero, se ti volevano davvero bene anche prima che tu nascessi, non hanno mai sperato di avere un figlio non omosessuale. Tesoro mio, forse volevano un figlio ‘normale’ e per loro un omosessuale non lo è: ma dobbiamo fare in modo che lo diventi. Ti prego, devi provarci.

Ma il discorso nella mia mente si chiudeva sempre bruscamente, spezzato da mille rimostranze a cui non avrei mai saputo opporre valide motivazioni. In fondo, non ero io che dovevo svelarlo ai miei genitori, ma lui ai suoi.
Luca poi era anche un piccolo uomo. Un piccolo uomo triste.
Triste senza saperlo e senza rendersene conto.
Gli altri lo vedevano e pensavano che lui lo sapesse, e non credevano più doveroso, a quel punto, avvertirlo.
E invece lui avrebbe avuto bisogno della cruda verità, ed era lugubre vederlo così triste inconsapevole.
All’oscuro di tutto, viveva ormai in solitaria compagnia da anni.
Era pieno di amici a sua insaputa, perché con uno straordinario errore di parallasse emotivo, riversava il suo bisogno d’amore sugli esseri umani sbagliati, quelli non troppo umani, quelli non davvero dotati almeno di un minimo di amore per lui.
E così, finiva per desiderare un affetto instabile, al riparo da quello solido che in realtà molti sarebbero stati in grado di offrirgli, e avrebbero voluto regalargli con continuità.
Aveva ancora qualche contatto serio, per così dire.
C’era una nipotina, la deliziosa insolente figlia di sua sorella, adorata e desiderata quasi più da lui che dalla coppia, nei tre anni che ci erano voluti prima che lei finalmente rimanesse incinta.
Tanto voluto e poco consumato, questo contatto così simile alla paternità gli scomponeva le certezze e sembrava giustificargli ogni debolezza. E, soprattutto, riusciva a sospendere regole e leggi della sua vita di piccolezza. Non le regole altrui, ma quelle che lui stesso non si rendeva conto di imporre alle persone con cui volta per volta conviveva.
Quindi, in sostanza, riusciva a riportarlo alle regole del mondo esterno, riusciva a farlo emergere con la testa fuori dalla tana quel tanto che bastava per riagganciarsi a qualcosa che non fosse soltanto il bordo del lenzuolo.
Mentre risalivo da fantasie su battaglie già perse, mi venne tutto a noia. Tutto. Il cane che sentivo abbaiare in lontananza e la cliente carina che al tavolo accanto al nostro veniva circuita dal maturo professionista nel pieno del suo miglior rituale d’accoppiamento.
Mi venne a noia la crêpe con crema e Grand Marnier che avevo finito, pur se a fatica, e i rumori incessanti e ripetitivi che provenivano dalla cucina in fase di chiusura.
Mi venne a noia, infine, ma non ne sono ancora del tutto sicura, perfino la cameriera che, dopo ogni cosa, aveva voluto raccontare delle sue difficoltà da emigrante e non faceva altro che ripeterci “ragazzi non vi avvilite, qualsiasi cosa accada, se avete un carattere forte riuscirete a superare le difficoltà: non è vero che la vita è difficile, cioè, lo è, ma affrontate tutto insieme e non avrete il tempo di buttarvi giù.”
Giulio aveva probabilmente dimenticato le riflessioni su Luca, io non riuscivo ad allontanarmene. Per questo il resto mi veniva a noia.
Come il tatto.
Il tatto che a Luca era negato, in quanto uomo solitario, in quanto omosessuale pentito e nascosto.
Gli era negato a priori.
Il contatto, le superfici, le sensazioni. Quanto vale un abbraccio? Tanto, per qualcuno a cui non è ne garantita una minima dose quotidiana.
La coppia di amici che ora viveva in casa con lui aveva il permesso del contatto.
E lui ne abusava, per la precisione, almeno quanto ne abusavano loro l’un con l’altro. Li guardava con un po’ di ingenuità, un po’ di invidia, un tantino di malinconia e quella sorta di sacro timore che si riserva solo a due che si può ragionevolmente considerare vice genitori. Ma avrebbe negato, spergiurando fino alla morte, che realmente si consumasse questo teatrino nel suo petto. Nelle sue regole non dette c’era ovviamente anche quella di evitare discussioni serie. O meglio evitare quelle che riguardassero direttamente o indirettamente il suo territorio.
Mi venne a noia il gioco delle parti, i giochi civettuoli dei sopra citati commensali la cui serata sarebbe finita in un banale noioso e ridicolo breve amplesso.

Infine, oltre a tutto questo, mi veniva a noia la certezza di dover crescere: perché avevo Luca nei pensieri, e Luca non si sentiva più giovane.
Tecnicamente lo era, d’accordo, ma ormai si delineava netta la differenza tra lui e un ragazzo qualsiasi, come il corriere venticinquenne che cominciava appena a lavorare e gli portava a volte le raccomandate.
E che lui guardava con timore, nel terrore che qualcuno si accorgesse della diversità di sguardo.
Se stesso compreso.

L’ultima cosa che mi venne a noia fu l’immagine di me stessa, persona incompiuta e incostante, che, delusa dai fallimenti, rinuncia a dare a un amico questa penna e questo calamaio metaforici.
Desolata, accaldata, mi voltai verso Giulio, con lo sguardo ancora perso nel vuoto delle unghie nere mal nascoste del marpione seduto accanto a noi; dopodiché, mentre Giulio si avviava alla cassa a preoccuparsi del conto della serata, quel conto che si può saldare semplicemente con il denaro, mi voltai verso la finestra del ristorante e tirai un gran respiro. Presi una sigaretta, me la accesi, e a grandi lente boccate cominciai a fumarla dirigendomi verso l’uscita.



Sunday bloody wednesday
01 Gennaio 2007, 6:10 pm
Archiviato in: Mis-Talking

Firenze è deserta.
Potrebbe esserlo di più, ma già così dispone bene al tragico.
Sembra rimasta vuota per essere ricovero di uccelli fiaschi e ambulanze condannate.
Firenze è deserta e i peccati aumentano in barba ai peccatori, che diminuiscono.
Da una finestra all’altra da un palazzo all’altro da un balcone a quello di fronte, pensieri si accostano ai muri, e poi se ne discostano mortificati.
E solo poveri, inutili individui: quelli pronti a familiarizzare tra di loro oltre le diversità per una presunta identità calcistica, ma senza altrettanta convinzione in caso si debba difendere un marocchino dalle botte.
In una Firenze deserta fors’anche di turisti, poche luci al pianterreno e silenzi noiosi ai piani alti.
Luci senza colpa testimoni soltanto di lassismo.
E poi uno sparo rimbalza tra le ombre assottigliando ogni mormorio.
Qualcuno ha provato a uccidere l’indifferenza.



Niente di importante è accaduto
01 Gennaio 2007, 6:04 pm
Archiviato in: Mis-Breathing

Il rumore del rimpianto
un padre vuoto e una figlia piena
due binari che si scontrano eppur si mancano

mentre scompariva un tuo falso vuoto
mi è riapparso il vuoto che non potevi avere di me,
e siamo meno orfani.

Sconfitto? Sudato? Sudare non è peccato.
Soprattutto se vuoi chiedermi di asciugarti.
E avremo un patto: tu non sarai il padre né io la figlia.